I due mondi di Maaza Mengiste

6 dicembre 2014
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di Igiaba Scego

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foto di Juergen Bauer

Maaza Mengiste ricorda ancora la prima parola inglese di cui ha imparato a fare lo spelling: T-H-E. Erano gli anni Settanta, era una bambinetta tutta riccia che insieme ai suoi genitori si trovava in Kenya, in fuga dalla terribile dittatura di Mengistu Haile Mariam, quel Derg di cui gli etiopi si ricordano ancora con terrore. Maaza era tutta eccitata e ripeteva al padre quell’articolo appena imparato, quelle lettere appena acquisite. «Il mondo – dice con grande dolcezza la scrittrice – si aprì per me proprio quel giorno. Come se d’improvviso si fosse espanso». È il mondo delle parole, della letteratura, delle storie. La aiuterà a resistere quando, ancora minorenne, sarà mandata negli Stati Uniti a costruirsi un futuro.

Oggi Maaza Mengiste è considerata una delle promesse della nuova letteratura statunitense. Il suo Lo sguardo del Leone (edito in Italia da Neri Pozza) nel 2007 è stata definita un «New Literary Idol» dal New York Magazine. Lavora alla New York University come insegnante di scrittura creativa, prima di andare all’università scrive un paio d’ore. Quando non lavora si concede “un po’ di più”. È da sempre appassionata di storia, non è un caso che una delle sue letture preferite sia l’Illiade di Omero, letta svariate volte nella traduzione inglese di Robert Fagles. «Una storia di guerra, ma anche molto di più. Una storia di amicizia e fedeltà, di arroganza e umiltà. Una storia d’amore e sul significato profondo del mantenersi integri». È quello che inconsciamente ripete nella sua scrittura: il dottore Hailu protagonista di Lo sguardo del leone è di fatto un personaggio integro e umile precipitato nella paradossale violenza di una dittatura che predicava il bene del popolo, ma di fatto lo stava ammazzando con ferocia.

Mengiste è sempre stata attratta dai vuoti e dai silenzi della storia. Ed è questo che l’ha portata ad occuparsi del colonialismo italiano. Grazie ad una borsa di studio Fulbright ha passato un anno in Italia tra archivi, documenti e contraddizioni. Ha visto un’Italia accogliente: «molti mi hanno aperto le porte di casa con amore». Ma anche chiusa: «Le cose che non mi piacciono dell’Italia, sono le stesse che detesto dell’America: il razzismo e gli atteggiamenti razzisti di parte della popolazione. Oggi con l’influenza dei migranti e il numero sempre più alto di figli di migranti nati o cresciuti in Italia il paese deve ridefinire se stesso». In questa ridefinizione la scrittrice mette al centro la riappropriazione del colonialismo, in Italia poco studiato e conosciuto. «Da piccola ho ascoltato molti racconti sull’invasione italiana e sulla successiva vittoria etiope contro i fascisti. Conoscevo storie di eroismo etiope, quelle che si raccontavano in famiglia. Ma diventando adulta mi sono fatta molte domande. Ho fatto ricerche, letto moltissimo e lentamente ho cominciato a realizzare che la storia di quella guerra era molto più complessa di quello che pensavo. Ci sono tante storie di quella campagna militare che non sono state raccontate. Gli eroi di cui avevo sentito parlare erano uomini etiopi, ma ho cominciato a chiedermi cosa poteva essere quella guerra dal punto di vista di una donna. E poi mi interessava anche il punto di vista di un soldato italiano. Il mio libro sul colonialismo è nato dalle domande che mi sono fatta e da tutti i silenzi contenuti in quella storia». Non c’è ancora una data di uscita americana del romanzo. «Sta per arrivare presto», dice. Non si preoccupa delle reazioni in Etiopia e in Italia di questa sua nuova opera: «Non scrivo per creare polemiche. Scrivo solo per raccontare».

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