Looking for Giuseppe Terragni

3 febbraio 2015
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

(Sta per essere pubblicato un libro, Negli immediati dintorni, nato dall’iniziativa di Viavai – contrabbando culturale Svizzera/Lombardia – in collaborazione con Edizioni Casagrande e con gli amici di Doppiozero. Nel volume c’è anche un mio testo, che qui vi allego. L’8 febbraio ne parlano Marco Belpoliti, Luigi Grazioli, Matteo Campagnoli e Alberto Saibene a Writers. G.B.)

Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, Como, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015

Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015

Le città non sono musei, c’è poco da fare. E meno male, viene da aggiungere. Sono organismi complessi, mutevoli, palinsesti su cui gli abitanti scrivono e cancellano segni di continuo. Anche per questo l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana. È vero, molti architetti hanno segnato il volto di una città, e una persona, per fare un esempio, se volesse conoscere Palladio dovrebbe, soprattutto, girare per Vicenza. Ma le sue opere non sono di certo disposte una dietro l’altra, seguendo un ordine cronologico, così come appunto in un museo.

Penso a tutto questo mentre faccio la mia ennesima capatina a Como. Da Milano è poca roba col treno. In fondo è un viaggio che molte persone per lavoro fanno tutti i santi giorni della settimana. Ma per me venire a Como è sempre una specie di regalo, di piccola vacanza a portata di mano. Ci venivo da bambino con i miei genitori, quelle domeniche mordi e fuggi viaggiando sui treni delle Ferrovie Nord, ci sono tornato da studente d’architettura, ci vengo ora con le mie figlie. E non c’è volta che non provi a fare il mio personale pellegrinaggio razionalista, che non provi a capire come sia possibile che, dopo tutti questi anni, Giuseppe Terragni riesca ancora a stupirmi. Como è la sua città, lo sappiamo. Certo, ha lasciato in giro, fra Seveso ed Erba, fra Lissone e Milano, qualche manciata di opere, ma è qui che ha segnato il gusto di un intero territorio. E forse di un intero periodo, non solo in Italia.

A voler consigliare al turista volenteroso un itinerario seguendo l’ordine topografico, dovrei dirgli di iniziare dall’Asilo Sant’Elia. A sud, in via Alciato, fuori dalla città storica. Che però è praticamente la fine del percorso umano del progettista. L’edificio assolve ancora oggi alla sua funzione, con decoro. Sembra anzi costruito da poco. A guardarlo appare incredibile che, mentre nel resto del paese la tipologia di queste costruzioni era ancora tetragona e monumentale, qui Terragni, consapevole di ciò che si teorizzava nel resto d’Europa, elaborasse edifici bassi, d’un solo piano, candidi, a misura di bambino, fin nello studio degli arredi. Ma oggi non mi posso fermare, sono di fretta. Devo, risalendo, tornare indietro nel tempo.

Non c’è molto da fare, le città non sono musei, l’ordine d’apparizione delle opere è sempre topografico, mai cronologico. Occorre saper saltare di palo in frasca, riconnettere le discrepanze. Che nel caso di Terragni, sperimentatore indefesso, si fanno così evidenti che pare abbia operato per decenni, quando invece la sua parabola umana è stata tragicamente breve. Salto Casa Pedraglio, una delle sue ultime opere, incompiuta, in via Mentana, e punto senza indugi verso il suo capolavoro.

Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015

Aggiro il centro, mi lascio alle spalle l’abside del duomo, supero la ferrovia e resto a contemplare la facciata della Casa del Fascio. C’è ancora qualche guida che la chiama, con un pudore che suona falso, Palazzo della Guardia di Finanza. L’adesione al Partito Nazionale Fascista determinò la sfortuna critica di Terragni, una sorta di onta incancellabile nella generazione storiografica del dopoguerra. Ridicolaggini. Non solo perché quella di Terragni fu una adesione imposta dall’alto, che accettò più per quieto vivere, all’italiana; non solo perché, nei fatti, anche promulgate le leggi razziali, non smise mai di frequentare amici, intellettuali e artisti ebrei; non solo perché, morto nel ’42 al ritorno dal devastante fronte russo, non poté come molti altri “ex-fascisti” riscattarsi vivendo gli anni della Resistenza, ma semplicemente perché, su tutto, la sua fu una architettura, qualunque fosse la sua intima ideologia politica, naturalmente lontana dalla retorica di regime.

Basti pensare che, mentre progettisti suoi coetanei (alcuni poi anche partigiani o deportati nei campi) riuscirono a edificare praticamente tutti in quel laboratorio di architettura fascista che fu l’Eur, l’unico progetto a rimanere sulla carta fu proprio quello del Danteum di Terragni e Lingeri: troppo poco retorico, troppo alto, troppo poetico per la greve propaganda di quegli anni.

Una Casa del Fascio così concepita, a ben vedere, poteva essere costruita solo qui, ai confini dell’impero italico, lontano da Roma, a pochi chilometri dalle brume calviniste. Neppure un balcone, un arengario, neppure un romanissimo arco, nessuna torre. Semmai una macchina formale perfetta. Un manifesto razionalista che sapeva essere autonomo, che guardava al mondo ma che conosceva perfettamente il valore del contesto, in polemica con le dottrine d’oltralpe. Lo dimostra il fatto che Terragni non ha rispettato nessuno dei cinque punti dell’architettura moderna che Le Corbusier imponeva a chi voleva essere à la page, riuscendo a trovare lo stesso, anzi proprio per questo, una sua lingua davvero personale, scabra e poetica.

Giuseppe Terragni, Hotel Metropole Suisse, 1926-27, ph. Giovanna Silva 2015

L’incarico glielo affidano nel ’32, penso, mentre mi muovo verso piazza Cavour. Aveva 28 anni. Poco più che un ragazzo. Il razionalismo, in Italia – che poi significa a Como –, è stato una “cosa di ragazzi”. Lo erano Radice, Rho, Cattaneo, Sartori. La sua prima opera da laureato ventiduenne era stata il rifacimento della facciata dell’Hotel Metropole Suisse, quello che ho di fronte ora. Certo, nulla a che vedere con quello che sei anni dopo farà con la Casa del Fascio. Eppure si vede già la sua voglia di novità, di slancio verso il moderno, che qui ha un’inflessione viennese, secessionista. Ma era ancora un esercizio di stile, da ex studente del Politecnico. Basta proseguire, andare verso il Novocomum, verso lo stadio, quartiere all’epoca di nuova edificazione, per capire quanto la sua fosse stata davvero una battaglia civile ed etica, persino integralista, per la modernità.

Nel ’27 consegna un progetto alla commissione edilizia che poi, in cantiere, sconfessa radicalmente. Due anni appresso, compiuti solo 25 anni, tolte le impalcature rivela ai suoi concittadini questa sorta di transatlantico pronto a navigare nelle acque del lago. Uno shock. I rifacimenti del dopoguerra hanno deturpato la tavolozza cromatica dei serramenti (e qui Terragni guardava all’Olanda neoplastica e al costruttivismo russo), ma la massa tettonica, confrontata col contesto, resta considerevole.

Proprio qui dietro c’è Casa Giuliani-Frigerio, la sua ultima opera, progettata lavorando sulle sezioni e non sulle piante, mentre era al fronte. L’inizio di un nuovo percorso che purtroppo non sapremo mai dove lo avrebbe condotto. Lo so, detto così sembra che io sia preso da sacri e romantici furori. Ma forse per comprenderne il portato rivoluzionario dovremmo pensare che, mentre Terragni lavorava al cantiere del Novocomum, la città celebrava Alessandro Volta, il suo scienziato più insigne, col tempio a lui dedicato che formalmente pare provenire da un’altra epoca, da un passato pacificato e irrealistico.

Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015

Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015

E proprio a pochi passi da qui, a pensarci bene, il cerchio si chiude. Il Monumento ai Caduti sul lungolago è la sintesi materiale che tiene assieme due generazioni di giovani talenti lariani. La sua storia è presto detta: un primo progetto, il risultato di un concorso, rifiutato; poi l’idea lanciata da Marinetti di lavorare sul disegno della Torre Faro di Antonio Sant’Elia, il giovane architetto futurista morto al fronte; infine l’affido dell’esecuzione proprio a Terragni. Un passaggio di testimone inevitabile. Guardo il monolite di granito e diorite e mi commuovo. Ragazzi. Che hanno cambiato il modo di vedere l’architettura. Qui è il mio approdo, oggi. Il mio punto d’arrivo di questa passeggiata nella memoria urbana. Quanto vorrei fosse, però, un punto di partenza, logico, naturale, per ogni architetto che voglia davvero scrivere sul palinsesto della città con consapevolezza, con etica, con responsabilità.

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Notable Replies

  1. Trovo che l'espressione di Biondillo "l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana" sia una bellissima definizione, da architetto-scrittore (o scrittore-architetto).

  2. Ares says:

    A me quel monumento continua a non piacere. unamused

  3. gianni says:

    Be', non è mica obbligatorio farselo piacere. wink

  4. Ares says:

    No è che lei... quando parla di architettura lo fa talmente bene che viene voglia di darle sempre ragione, ma su quel monumento non ce la faccio. Quando vado a Como ci parcheggio sempre la macchina .. nei pressi, e ogni volta la parola che mi suscita è:...ma VA.....ULO!... in generale l'improperio mi viene fuori con le architetture monumentali ..anche i palazzoni e i grattacieli; e più sono monumentali più mi vien fuori ...
    Io credo che sia il mio bisogno di spazio visivo. A Milano e Hinterland i centri abitati sono sempre eccessivamente popolati, gli spazi sono sempre insufficienti, anche le prospettive sono spesso interrotte malamente quando non vi sono delle vere e proprie brutture; e quando vado a como è per vedere il lago, sentire il vento e il sole sulla pelle, godere di una prospettiva sulla natura, e quel monumento si frappone tra me e il mio bisogno in modo abbastanza fastidioso e il open_mouth VA.....ULO! flushed parte

  5. Torno da quattro giorni di "ferie architettoniche" in Canton Ticino, con una dovuta sosta a Como.
    La Casa del Fascio la trovo ancor oggi interessantissima, e, devo dire, ben tenuta. Ben si capisce come Peter Eisenman abbia trovato terreno fertile per il suo studio e la costruzione del personale pensiero architettonico.
    Come capita spesso, "nemo phrofeta in patria" (Alvar Aalto così battezzò la sua barca).
    Confermo ahimè le peggiorazioni all'edificio retrostante, che nel progetto iniziale doveva avere senza dubbi un'immagine ben più potente e chiara.
    Sul Monumento ai Caduti (o a Sant'Elia), sottolineo la prima e salda opposizione di Terragni alla riproposizione delle architetture di Sant'Elia, come è consuetudine nel mondo dell'architettura di evitare la realizzazione di opere postume basandosi solo su disegni autografi (poche eccezioni si conoscono a questa pratica: l'ingresso dell'Università di Architettura di Venezia ai Tolentini di Carlo Scarpa, realizzata dal fido assistente Sergio Los; la Sagrada Familia di Antoni Gaudì, da questi però già programmata in-itinere "post mortem"). Terragni credeva nella propria proposta di monumento, ma alla fine dovette cedere nel completare la realizzazione di quello esistente, progettandone soprattutto le parti interne.
    http://www.lombardiabeniculturali.it/archivi/unita/MIUD02F925/

  6. Quello della "gitarella a como", è un piacere che condivido, tanto che a volte l'ho imposto ad amici stranieri che probabilmente avranno pensato "ma ti te set matt". Gitarella rigorosamente in treno, con la stazione che sembra cadere in acqua, giro in centro, salita alla tristemente decadente Brunate, lungolago(invisibile, almeno, la situazione era quella l'ultima volta che ci son stato... la solita da anni) con tappe davanti agli edifici del Terragni. Il monumento ai caduti un po' m'inquieta perché ogni volta mi ricorda l'incompiuto Sant'Elia, un po' m'inquieta per quell'affare che spunta da dietro, lo stadio Sinigaglia, col suo aspetto rugginosamente precario e marciulento (colpa degli interventi di recupero o era già così spettrale? sono troppo giovane per dirlo non avendo mai visto la versione pre-interventi).

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