Stoner

stonerdi Francesca Fiorletta

Finalmente ho letto Stoner, di John Edward Williams (1922 – 1994), pubblicato da Fazi Editore nel 2012, nella collana Le strade, con la postfazione di Peter Cameron.

Dico finalmente perché è un libro che in pochissimo tempo è diventato quasi un oggetto di culto, (tanto che il blog della casa editrice ha addirittura preso il suo nome!)

Dovunque ho riscontrato pareri favorevoli, in questi anni, ma non trovavo mai il coraggio di avvicinarmi davvero al testo. Un po’ per la trama, che mi sembrava riecheggiasse suggestioni e immagini già viste, già largamente sperimentate in più e più occasioni, letterarie e non; un po’ per lo stile, apparentemente così classico e diluito, così accomodante e confortevole, quasi fatto apposta per il lettore, e questo è un procedimento che spesso – personalmente – mi indispone, mi fa pensare a una sorta di furberia malcelata dell’autore; un po’ soprattutto, come dicevo, per il grande battage mediatico che il libro aveva suscitato, tanto unanime consenso da farmi pensare più a un indovinatissimo “prodotto di mercato” che a un ottimo romanzo tout court.

Ma i miei erano più che altro pregiudizi, e infatti mi sbagliavo.

Ho iniziato a leggere Stoner con grande ritardo, per quelli che sono i tempi editoriali correnti, dopo ben tre anni dalla sua prima uscita italiana. E sono stata immediatamente rapita dalla vita di quest’uomo, Will, giovane ragazzo di campagna, approdato quasi per caso all’Università, e infine diventato professore di Letteratura Inglese, durante i tragici anni dei conflitti mondiali, dagli anni Dieci agli anni Cinquanta del secolo scorso, nello scenario tanto inglorioso del più crudele Novecento.

William Stoner è, a tutti gli effetti, l’uomo qualunque: si iscrive alla facoltà di agraria spinto da un amico di famiglia e non per reale interesse verso la materia e il suo apprendimento; cambia facoltà e intraprende una rapidissima scalata universitaria, appassionandosi certamente alla letteratura, ma senza poi fondamentalmente brillare per grandi doti demiurgiche, e senza dare sfogo alle sue presunte qualità di particolare assennatezza; si sposa con una donna con la quale scambierà, per tutto il corso della vita, pochissime e glaciali parole; fa una figlia quasi per dovere, ma non costruisce mai con lei un vero rapporto, ne soffre in silenzio, eppure non s’impegna affatto perché le cose vadano in modo diverso; ha degli amori, veramente un amore, extraconiugale, che potrebbe anche concorrere a farlo sentire realmente vivo, ma che lui sceglie poi di abbandonare, seppure forse con grandi sofferenze, assolutamente senza combattere; ha degli amici e colleghi che muoiono in guerra, che si suicidano, che potrebbero avergli segnato la vita, eppure sembra che tutto gli scivoli addosso, imperscrutabilmente.

Sembra, ma non è davvero così. Stoner soffre di una sofferenza pura, autentica, incontrovertibile. La sua rassegnazione non si nutre della pigrizia passiva dei parassiti, ma nasce dal germe della comprensione, della delicatezza e dell’affezione umana. Affezione che William non sa, non si sente in grado, non riesce a canalizzare davvero, non la esplica mai verso l’esterno, finendo così, beffa delle beffe, per farsi mangiare dentro, dall’interno, da una sedimentazione fattasi cancerosa, viscerale, quasi lietamente letale.

Per quanto mi riguarda, questo libro è il baluardo di una generazione sempre attuale e apolide, oltre che un affresco superbo della società americana della prima metà del Novecento.

La raffinatezza espositiva, la cura del dettaglio, l’introspezione oggettivata, son forse difficili da ritrovare nella scrittura dei romanzi contemporanei, eppure John Edward Williams potrebbe essere nato anche nel ventunesimo secolo, ed è questa, secondo me, la vera forza di un talento.

“Cosa ti aspettavi? pensò di nuovo.
Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabilità che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva. Ma non c’era alcun bisogno di correre. Poteva ignorarle, se voleva. Aveva tutto il tempo del mondo.
Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.”

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