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Musica nell’orto: note a margine di una grammatica del sapere.

 

di Tina Nastasi

musica vegetale

Giorgio, 11 anni: “la mia prof di musica non è normale. Fa cose di arte e poi ci fa fare anche l’orto. Cosa c’entra l’orto con la musica?!”

Non è una vera domanda, naturalmente. Mi suona subito come una protesta. Ecco – mi dico – un altro ragazzetto di scuola media cresciuto a supponenza,  che già alla fine del primo anno è pronto alla sassaiola contro chi gli insegna. Ne ho visti almeno di tre future generazioni differenti. Il modello non è cambiato, malgrado tre riforme.

 

Lo sfido: “prova a farti davvero la domanda, è molto buona, sai? Prova a ragionare per assurdo, sai come si fa in geometria?” – Sono una prof di italiano, storia e geografia e devo spesso farmi perdonare i miei sconfinamenti epistemologici nelle altre discipline, specie le scientifiche, ma questo non sembra preoccupare Giorgio, al momento –  “Prendi un’affermazione e prova a dimostrare, in tutto e per tutto, che è vero il suo contrario. Dunque, sei convinto che musica e orto non abbiano nulla a che vedere”. “Sì”, – replica lui – “niente!. Tutto è nato dal fatto che il mio zaino è cascato sul piede della prof e a lei è sembrata una zappata”. “Va bene”, dico io, “prova lo stesso a concentrarti e vedere se ci sono collegamenti possibili tra musica e orto”.

Sembra entrare nel gioco per una frazione di secondo, poi ne esce subito: “io non ne trovo”, ammette. “Ben diverso non trovarne dal non essercene”, dico io.

Mi viene in mente la storia della chiesa di Rosslyn, sulla cui pietra hanno scoperto scolpita in figure un’intera partitura di musica rinascimentale. “Cosa ha a che fare la musica con i capitelli delle colonne di una chiesa”, gli chiedo. Gliela racconto. Mi godo il suo silenzio. Poi ci salutiamo. E mi chiedo: quando finirà questa nostra contemporanea vivisezione del sapere che educa al “divide et impera”?

La ministra Giannini afferma, in un’intervista sul quotidiano Repubblica, che la Buona scuola sarà legge a metà giugno: in Senato non ci saranno problemi, ne è convinta.

Sinceramente non ho trovato da nessuna parte, nel testo della legge, parole che sappiano di educazione e cultura del sapere.

Anzio, 26 aprile 2015.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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