Non era un problema di artigianato

ilbevitoredecurtisgrand di Gherardo Bortolotti / Raosdrome from Ibiza Chillout Soul Remix

Qui l’originale.

Mi trovavo spesso a dichiarare che la letteratura, comunque, non era un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendevo io la letteratura, questa era un’affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, era un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni erano varie. Da una parte c’era il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolineava l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conoscevamo, aveva comportato e che ne aveva giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, aveva dato luogo. Da un’altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si poteva non riconoscere che lo scrivere letterario prevedeva tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura – per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) che venivano convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. Una riduzione che privilegiava la parte “visibile” del testo e che contribuiva a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, veniva inquadrata.

A margine, questo aspetto aveva un suo sapore paradossale. Attraverso l’idea della perizia tecnica, infatti, attraverso l’immagine dell’artigiano delle parole, si collocava la (a quel punto buona) letteratura in posizione antitetica rispetto alla produzione di massa, e alle sue forme di alienazione. Così le si ridava, surrettiziamente o meno, un’aura che andava incontro ad un elitarismo sempre presente nella massificazione (e non necessariamente avanguardistico) e che risultava utile anche a coprire quello svuotamento di autorità a cui la letteratura stessa, da una cinquantina d’anni a quella parte, era stata sottoposta. Nello stesso tempo, però, dato che era comunque un bene di consumo, quella stessa letteratura artigiana portava in dote un ulteriore valore al fascino feticistico proprio della merce e permetteva una più agevole articolazione del prodotto letterario per le strategie di marketing.

Anche lasciando da parte la debolezza e la natura ideologica di quell’artigianato letterario contrapposto alla produzione di massa, la mia idea era che la metafora artigiana non fosse sufficiente per dare conto della letteratura come pratica (umana, sociale, cognitiva, etc.). Per conto mio, la letteratura non era una questione di padronanza tecnica né di capacità di rappresentazione/espressione, come neppure di sapienza evocativa e/o affabulativa ma, propriamente, un’operazione sui parametri secondo cui ci sentivamo in vita.

In altre parole, era un’attività che riguardava le questioni seguenti: quale punto di vista si istituiva, quale soggetto veniva formulato, di quali relazioni era passibile, come vi venivano implicati gli eventuali altri soggetti, a che comunità ci si rivolgeva, che strumenti venivano forniti, come si disponeva la realtà, di quali regole la si dotava e così via. In quel senso, allora, lo stile era una sorta di epifenomeno di un’operazione più ampia di istituzione di senso (o di destituzione di senso). Un’operazione che aveva un fondamento essenzialmente etico-politico, ancor prima che estetico, e che era sempre un’azione su e per una realtà.

Ecco perché a mio parere era ovvio considerare insufficiente la metafora artigiana, tecnica, retorica: perché sembravano mancare del tutto lo sforzo, il desiderio, l’esigenza e il piacere che avrebbero dovuto dare, per primi, luogo alla letteratura. E questo tanto più allora, in un quadro in cui la funzione e le tecniche della letteratura erano sempre più “usurpate” (dall’industria dello spettacolo, dall’informazione, dalla pubblicità, dalla moda) e nonostante l’unica rappresentazione tangibile, propagandabile, falsificabile e quant’altro della letteratura stessa fosse solo quella che esibiva le tecniche che aveva accumulato nel corso dei secoli.

Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010) e i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato l’antologia chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005) e «exit» (2005); altre, in traduzioni inglese, sono apparse in "The New Review of Literature" (vol. 5 no. 2 / Spring 2008), "Aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international e free verse. 

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