L’amore di un Padre

13 maggio 2015
Pubblicato da

di Orso Tosco

Padre M odiava volare.

Prendere l’aereo gli era sempre sembrata un’occupazione da gente che imbocca barboncini, un gesto frivolo, indegno della tonaca preziosa con cui era solito abbigliarsi. Il passaporto diplomatico rilasciato dallo Stato Vaticano ispirava immediata soggezione nei vari addetti aeroportuali, è vero. Li spingeva a compromettere i loro abituali automatismi burocratici, è innegabile. Incrinava la loro freddezza doganale, è la verità. Per Padre M si trattava di soddisfazioni ridicole. Il fatto che i porci temano il loro fattore non lo rende migliore delle sue bestie: tutti loro vivono nello stesso miscuglio di sangue e grasso e avena e merda.A Padre M dispiaceva dover ammettere di far parte della stessa realtà concessa a quegli anonimi, fintamente autorevoli poliziotti di frontiera. Eppure, il ruolo ricoperto, la fama e il potere accumulati durante la propria carriera ecclesiastica lo obbligavano a viaggi frequenti. C’era sempre una cerimonia a cui presenziare, un premio da ricevere o da consegnare, un santo, un martire da celebrare; e i martiri, lo sappiamo, sono morti e continuano a morire ovunque. Da qui gli aerei, gli aeroporti, i documenti, il fastidio di Padre M per il volo. Un fastidio che, in quella mattina soleggiata d’ottobre, risultava persino più intollerabile del solito. Il motivo del suo viaggio suonava troppo simile a una cattiva barzelletta per non insolentirlo. Era diretto a Los Angeles, città che aveva già visitato, detestandola, e di cui ricordava soprattutto il modo impersonale con cui la gente è solita mangiare uova e prosciutto la mattina, a colazione, pasteggiando a spremuta d’arancia. Persino le macchine di grande cilindrata, decappottabili, che dovrebbero disporre di una chiara attitudine pornografica, l’avevano lasciato freddo, non gli avevano provocato alcun sussulto.

Los Angeles era una città corrotta da troppo poco tempo, e troppo consapevolmente peccaminosa per non costringere i suoi abitanti a un’eterna adolescenza. I giochi giocati da Padre M erano invece antichi, molto antichi, e a lui quella città piatta, enorme, quella gigantesca omelette di quartieri ripiena di adulti peccaminosi dava noia. Immaginate il suo dispiacere quando, dopo ore di volo, risvegliandosi Padre M ricordò che non soltanto gli adulti di Los Angeles erano per lui poco più che ragazzini rugosi, ma che in aggiunta, per motivi di lavoro sarebbe stato costretto da lì a poco a incontrare una bambina, una bambina famosa, leggendaria, d’accordo, ma pur sempre una bambina.

Per fortuna la sera precedente al viaggio Padre M aveva bevuto troppo. Seduto nella limousine che dall’aeroporto l’avrebbe condotto a destinazione, cercò protezione nel mal di testa, nel dolore pulsante della testa e nell’alito cattivo. Mentre la città svolgeva il proprio compito, di strada in strada, Padre M trovò la protezione di cui aveva bisogno. Riviveva alcuni momenti della serata precedente, rivedeva i volti dei suoi compagni di gioco, i loro corpi tozzi, seduti sulla solidità del marmo a formare un semicerchio attorno ai loro invitati, che invece erano nudi, sdraiati o inginocchiati su altro marmo, indaffarati a riempire di urla e torsioni le alte volte dei soffitti. Ricordò poi le corte fruste, i guizzi del sangue, rapidi come fonti d’acqua, come bisce, e l’odore del roast beef e dei sigari e quello del vino miscelato al sudore. Era stata una bella serata, una bella serata faticosa, e Padre M la ripercorse mentalmente sino a quando l’autista non lo informò che erano arrivati.

Padre M guardò fuori dal finestrino e vide la casa. La casa della bambina leggendaria. Si trattava di una villa a tre piani, spaziosa, a cui le linee morbide e sinuose interamente ricoperte di colori pastello conferivano l’aspetto di una torta da matrimonio. Una torta nauseabonda, pensò Padre M camminando verso l’ingresso. Questa, analizzò spietato, è gente che si affida alle arachidi, ed io, dunque, io sono costretto a servire gente che si affida alle arachidi, concluse amareggiato.

Il suo assistente si occupò delle presentazioni.

Padre M si limitò a stringere delle mani e a sorridere debolmente. La madre della bimba disse che sua figlia era molto felice di incontrarlo, e che gli era incredibilmente grata, perché “Grazie a lei, Padre, sarà finalmente possibile zittire tutte le orribili calunnie di cui la mia piccola è da troppo tempo vittima”. Padre M pensava ad altro, e fu il suo magro e solitamente muto assistente a rincuorare la madre della bimba famosa, dicendole “Non si preoccupi, siamo… voglio dire, Padre M è qui per questo”. La madre, in segno di riconoscenza, volle a tutti i costi baciargli la mano. Padre M tentò di evitarlo ma, la signora, forte e risoluta, riuscì comunque a sbavargliela di saliva e rossetto. Da quanto tempo non mangio una zuppa di tartarughe? Si domandò Padre M, cercando di dissimulare il grande fastidio causato dal contatto con quelle labbra vecchie, e accettando stoicamente la malinconica consapevolezza che troppo a lungo si era privato della propria zuppa preferita, proprio lui che, di zuppe, andava notoriamente ghiotto.

La sala principale della casa, l’immenso salotto che a Padre M sembrava la riproduzione della parte interna dello stomaco di una bestia composta esclusivamente di zuccheri, era piena di ritratti e fotografie della bambina prodigio. In alcune di queste immagini la bambina ballava, con i capelli separati in due trecce, in altre cantava davanti a un microfono, in altre ancora accarezzava un cane, oppure dormiva, correva spensierata. L’unica costante era il suo sorriso. Un sorriso a sua volta composto esclusivamente di soli zuccheri, zuccheri talmente solidificati tra loro da risultare taglienti. Se la lamiera contorta dall’incidente stradale avesse un sorriso, se la trave marcia nell’istante in cui crolla e fa crollare l’intero edificio sorridesse, se la vittima avvelenata e stuprata trovasse il modo di ridere, quello, quello della bambina sarebbe il loro sorriso. Il salone era pieno di gente, di gente che Padre M non voleva calcolare e che gli metteva voglia di accendersi un sigaro.

Finiamo questa buffonata, pensò Padre M, finiamola adesso. “Signora,” si rivolse alla madre della bimba “io sarei felice di incontrare sua figlia, se per sua figlia va bene.”

“Certo padre.”

“Ma, ” aggiunse Padre M “vorrei incontrarla da sola.”

“Voi due soli Padre?”

“Se non è un problema.”

“Certo, certo che non è un problema. Nessun problema. Come preferisce.”

Lo sguardo preoccupato della donna, la fatica nel celare il proprio nervosismo, furono per Padre M come piccole mentine nella bocca di chi ha da poco vomitato: un piacevole diversivo.

“La accompagno verso la stanza di mia figlia.”

Padre M e la madre della bimba prodigio salirono, soli, la lunga rampa di scale coperta di moquette color pesca. Superarono i vari piani e giunsero all’ultimo. Al centro del corridoio era posto un cavallo a dondolo di legno. Avvicinandolo, Padre M capì che non si trattava di legno, bensì di cuoio, cuoio scuro. Ripensò ai giochi della sera precedente, all’asfissia, alle cinture, agli arrossamenti della pelle. Sui muri del corridoio, lucidi come caramelle bagnate d’acqua o saliva, erano appesi altri ritratti della bimba, alcuni pupazzi, quadri d’ispirazione natalizia e un crocefisso, probabilmente aggiunto prima del suo arrivo per offrire alla casa un sentore religioso e che, invece, posizionato tra due giganteschi orsi di peluche, sembrava piuttosto uno spiedo pronto a essere ingoiato.

La signora entrò nella stanza della figlia, da sola, e si chiuse la porta alle spalle. Padre M sentì soltanto tre voci scambiarsi poche parole. Dopo nemmeno un minuto la madre riuscì accompagnata da un uomo di mezza età con un’orribile cravatta a bande diagonali e dei baffetti ridicoli che, non a caso, pensò Padre M, si presentò con il ridicolo nomignolo di Griff. Padre M notò che Griff, andandosene, lo squadrò con il volto addolorato e teso, la tipica espressione dei magnaccia gelosi. La cosa lo incuriosì. Era forse innamorato della bimba prodigio? S’indossano forse cravatte orribili quando si è innamorati? Ci si taglia continuamente i baffi come fossero rami di un bonsai? Si fa così quando si è innamorati di una bambina prodigio? Padre M ebbe un’esitazione, si voltò, e vide che la mamma della bimba lo stava fissando, e che contemporaneamente sussurrava parole concitate all’orecchio di Griff. Quando lei lo vide voltarsi, tentò di dissimulare. Griff no, continuò a guardarlo con odio. Padre M si nutrì del suo odio con un appetito da pianta. Si odorò brevemente le dita: profumo di dopobarba, di sigaro, un lieve sentore di ano.

Entrò nella stanza della bambina.

Si aspettava una stanza enorme, eccessiva, aveva ipotizzato lo sfarzo e il cattivo gusto, ma non la presenza di cavalli. E invece, la stanza ne era piena. Era piena di giovani cavalli e balle di fieno. L’arredamento era quello tipico dei saloon da film western. Legno, altro legno, ancora legno, fotografie dei ricercati, tovaglie sdrucite, porte girevoli, e poi ancora legno per il bancone, legno per le scale che non portavano da nessuna parte. La parte opposta della stanza era interamente occupata da un’immensa vetrata. E la luce, passandovi attraverso si affilava, costringendo Padre M a chiudere gli occhi. Non riusciva a trovare la bimba. Soltanto le sagome dei cavalli e delle balle di fieno, soltanto il legno e la luce. Ma poi, la bimba parlò. “Benvenuto Padre. Immagino sarà stanco dopo il lungo viaggio. Posso offrirle una pannocchia grigliata?”

Due cavalli si spostarono con il tempismo degno di una coreografia perfetta e Padre M la vide.
Shirley Temple stava grigliando delle pannocchie di granoturco. Indossava una salopette blu, da lavoro, risvoltata sui polpacci, e una camicia a quadri, rossa e nera. Sorrideva verso Padre M, e lui le sorrise a sua volta. Sorrise verso quella bimba inondata di luce tagliente e fumo.

“Sono felice di conoscerla Miss Temple.”

“La prego Padre, mi chiami Shirley. Altrimenti mi mette in imbarazzo.”

“Dubito che una stella del cinema come lei possa imbarazzarsi.”

“Oh, e invece… lo vede?” disse Shirley Temple indicando il barbecue “Ho quasi bruciato la sua pannocchia… io non sono una stella del cinema, Padre, sono… ” Forse non trovando le parole adatte, Shirley si voltò verso Padre M, come per supplicarlo, e il suo sorriso, già ampio, si allargò ulteriormente, o per meglio dire si dilatò, quasi si trattasse di un’iride improvvisamente illuminato e non di una bocca.

Padre M, cosa rara, s’intenerì. Questa inaspettata e particolare tenerezza lo spinse a terminare la frase iniziata dalla bimba. Mentre lei spalmava di burro salato la pannocchia di Padre M, lui disse, con voce serena “Una bambina.” “Esatto. Soltanto una bambina, Padre.” Shirley Temple aprì una finestra e il fumo del barbecue diminuì rapidamente. Padre M osservò la lucentezza dei capelli della bimba e quando lei si avvicinò, per offrirgli la pannocchia avvolta in un fazzolettino, notò quando minuta lei fosse. “Me lo lasci dire, lei ha dei cavalli bellissimi Shirley. Ma li fa sempre stare qui, con lei? Non le creano problemi?” Shirley Temple accarezzò la criniera di un cavallo pezzato. Poi gli diede parte della propria pannocchia. “Niente affatto. Loro sono i miei migliori amici, quasi una famiglia. So che è strano Padre, e forse non dovrei dirglielo ma, alle volte, loro, i miei cavallini, sono gli unici che davvero mi capiscono, gli unici che davvero hanno fiducia in me. Le piace la pannocchia?” Padre M considerava le pannocchie di granoturco un cibo da sottosviluppati mentali, da braccianti con relazioni sessuali tra consanguinei, ma preferì mentire. “Deliziosa. Quel che ci voleva dopo un lungo viaggio.” “Ma certo! ” si lasciò scappare in falsetto Shirley Temple “Nemmeno l’ho fatta accomodare. Mi perdoni Padre, davvero, non son abituata… “. “A ricevere preti?” “Di solito se ne occupa mia madre, voglio dire, che stupida, non di preti, mia madre si occupa del resto, insomma, del resto se ne occupa lei. Non sono abituata a far le cose… da sola. Venga, venga, qui c’è un divano dove possiamo sederci. C’è anche del caffè.”

Il divano era comodo e spazioso. Il caffè disgustoso e tiepido. Padre M e Shirley Temple chiacchieravano circondati da cavalli nani. “Tutto qui sembra pulito e profumato, nonostante i molti animali. Chi si occupa di fare le pulizie?” “I negri,” rispose versandogli altro caffè disgustoso “i negri sono molto bravi a fare le pulizie e anche a ballare il tip tap.” Appena terminata la frase Padre M, improvvisamente, si accorse di non vedere più nulla. Seppur spaventato, non riuscì a esprimere il proprio sgomento in alcun modo, poiché in aggiunta alla cecità improvvisa, si ritrovò incapace di formulare pensieri coerenti e completi. Qualcosa sembrava avergli fatto un terribile effetto. Avvertiva un inspiegabile calore. Non dato dalla temperatura esterna, dalla luce, dall’alito caldo di Los Angeles: bensì un calore interno. Quasi senza rendersene conto si palpò lo stomaco, aspettandosi di trovarvi una borsa dell’acqua calda. Niente. Nessuna borsa dell’acqua calda. Eppure doveva esserci. Doveva essere al”interno, al centro del proprio stomaco. Perché Padre M, di questo e di poco altro era sicuro, in quell’istante, sapeva esattamente descrivere i sentimenti, le sensazioni e persino le aspirazioni di ogni borsa d’acqua calda del mondo. E, una comunione tanto innegabile, doveva per forza di cose essere anche fisica, materiale. Invece il calore cessò. Improvvisamente com’era arrivato, scomparve. E ritornò la vista, mostrandogli una serie di ombre sul soffitto, magre ombre verdognole che sembravano farsi la guerra tra loro e che, per qualche strana ragione, spinsero Padre M a desiderare di essere coperto da uno spesso strato di olive ed erba di campo.

Mentre Shirley Temple finiva di sgranocchiare la propria pannocchia, e gli raccontava di un’avventura capitatale in un giardino del Dakota, o forse del Missouri, Padre M pensò che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere sepolto sotto la freschezza di un mare di erba di campo appena tagliata e di olive, olive succose e fredde. Fu in quell’istante che Padre M si voltò verso Shirley Temple, deciso a ignorare lo splendore dei suoi boccoli. Fu in quel preciso istante che le ficcò una mano in bocca. Come aveva ipotizzato, l’intera protesi dentale superiore si staccò. Padre M la estrasse, osservando i veri denti della bimba prodigio. O almeno, quelli che le restavano. Erano pochi, scheggiati, ingialliti dalla nicotina e dal caffè solubile. “Questa non è la mia prima esperienza con l’LSD, la avverto.” Disse Padre M con voce severa. I denti finti di Shirley Temple erano stati eseguiti con grande perizia tecnica. Purtroppo, per via della droga che Shirley gli aveva somministrato con l’inganno, la loro perfezione e il segreto del loro perfetto inganno furono vanificati da un continuo pulsare: tutto davanti a Padre M pulsava, i muri, i cavalli, la luce, il legno dei muri, qualsiasi forma sembrava smossa da un lento battito cardiaco. Tutto tranne Shirley Temple. Unico elemento immobile, come pietrificato.

“Lei pensava di potermi ingannare grazie all’LSD? Ed è rimasta delusa quando le ho detto che questa non è la mia prima esperienza? Per questo tace Miss Temple?”

“Non le ho dato una dose di LSD per trarla in inganno Padre.”

“Ah no, e per quale motivo allora?”

“Perché questa è la mia prima esperienza, e speravo di condividerla con lei. Speravo che fosse la prima volta per entrambi.”

Padre M si accese una sigaretta e ne passò una a Shirley Temple. “Perché io? Perché uno sconosciuto, un prete come me?” “Perché sono stanca. E per finirla con questa storia non basta che lei dica che io non sono una bambina, c’è bisogno di uno scandalo, Padre, di uno scandalo enorme. Aspetti, aspetti un attimo. È come se mi sentissi qualcosa qui, Padre, qui sullo sterno, qualcosa che m’impedisce di respirare.” “Può capitare. La prima volta può capitare. Immagini tutto il procedimento come simile a quello del defecare, soltanto più elaborato. E mi dica, Shirley, allora le leggende sul suo conto sono vere?”.

“Si, sono vere.”

“Lei ha trent’anni?”

“Trentadue.”

“Ed è una nana?”

“E sono una nana.”

“E… ”

Shirley Temple si levò la splendida parrucca con un gesto deciso. “E questa è una parrucca, si. I famosi boccoli di Shirley Temple sono finti. Come i denti. Come l’età.”

Il cranio di Shirley Temple era molto rovinato. Pieno di pinze, mollette, con la cute devastata da anni di parrucche indossate giorno e notte, per paura che prima o poi un giornalista potesse fotografarla in questo stato, così come la vedeva Padre M.

“Sua madre, deduco, non è la sua vera madre. Dico bene?”

“Oh no, lei è davvero mia madre.”

“Capisco.”

Padre M sentiva il bisogno di alzarsi. Si alzò. Volle sfiorare il muro di legno, sentiva di doverlo fare con la mano sinistra, trattenendo il fiato e contraendo i glutei. Il muro era liscio, incurante.
Il prete provò una piacevole sensazione, come se un dottore l’avesse rassicurato dopo una lunga, preoccupante attesa. Fece alcuni passi verso un cavallo e poi ritornò indietro. Si sedette vicino a Shirley Temple, più vicino di prima, a contatto con le sue ginocchia paffute. Le afferrò entrambe le mani. Lei lo guardò sorpresa. Aveva gli occhi lucidi. A Padre M il viso di Shirley Temple sembrò un tubero, uno strano frutto di fango e acqua.

“Shirley?”

“Si?”

“Lei ha paura di me.”

“Sì.”

“Perché le sembro morto, Shirley? Non è forse vero che le sembro morto?”

“Si Padre, ho l’impressione che siamo tutti morti.”

Padre M si portò le sue mani alla bocca e le baciò. Ma Shirley Temple si divincolò, sfuggi alla sua presa.

“Mi scusi, mi scusi, ho pensato che… ”

“Non si preoccupi, Shirley. Ha avuto paura che la volessi mangiare?”

Shirley Temple annuì in silenzio, con gli occhi enormi, e acquosi, e fangosi.

“Può capitare, può capitare. È normale. Ma io non sono qui per mangiarla. La vede, laggiù? La vede la finestra come si muove?”

“Si padre.”

“Nel suo piano, Shirley, nel suo piano per farla finita con la sua carriera e con la stanchezza di essere una bambina calva di trentadue anni, nel suo piano che comprende un enorme scandalo e persino un prete drogato, nel suo piano, mi dica la verità, lei non ha calcolato che la finestra si sarebbe mossa così, vero? Aveva forse immaginato che questa vetrata immensa si sarebbe messa a ondeggiare così tanto, come fosse un cubo di gelatina schiaffeggiato?”.

Shirley Temple si alzò dal divano e diede le spalle al prete, senza rispondere. Il viso di Padre M le faceva troppa impressione. Le sembrava composto di carne, ma di una carne simile a schiuma da barba rosa, una spuma di mortadella e lividi. Shirley Temple sudava molto e non si sentiva adeguatamente stabile per osservare quel grumo di viso. Eppure la voce del prete suonava rassicurante. Decise dunque di fidarsi di lui. Ma come fidarsi? Sedendosi sulle sue gambe? Sedendosi sulle sue gambe come un gatto anziano? Sì, sedendosi sulle sue gambe come un gatto anziano. Delicatamente, con estrema naturalezza, Sirley Temple si rannicchiò sulle gambe di Padre M.

“Il mio piano era sbagliato Padre, tutto sbagliato. Mi perdoni, la prego.”

“Taci, ” disse Padre M con una dolcezza estenuata “taci.”

L’uomo del Vaticano le accarezzava la testa calva, piena di croste, con la stessa ammirazione con cui un restauratore analizza i vari elementi a sua disposizione per riuscire a salvarli da se stessi, per sottrarli al tempo trascorso, al lungo, faticoso tempo di cui essi sono colpevoli. Padre M non era sicuro se in quell’istante Shirley Temple stesse piangendo, o se fosse vittima di conati di vomito, o se, oppure stesse cantando una canzone. Di sicuro stava muovendo la bocca, l’apriva e chiudeva contro la sua gamba.

“Tu non sai piccola Shirley, tu non puoi sapere il fastidio che io provo a essere toccato, anche soltanto sfiorato. Tu non puoi sapere. Eppure, lo vedi,” continuò il prete osservando la compostezza del legno con grande ammirazione “lo vedi con quanta gioia accolgo il tuo corpo sulle mie gambe, te ne rendi conto?” Shirley Temple mosse la testa come per dire di si, che se ne rendeva conto, e poi finì con lo sputare a lato, addosso a un cavallo incolpevole, e subito dopo si voltò, appoggiando la schiena sulle gambe di Padre M, e gli sorrise.

“E sai perché io lascio che tu mi tocchi, Shirley? Sai perché permetto a una nana di trentadue anni di sdraiarsi sulle mie gambe? No? No, certo che no. Non puoi saperlo. Come potresti? Ma lo vuoi sapere, hai voglia di conoscere il motivo? Bene, bene. Alziamoci allora, alziamoci.”

La perfetta simmetria delle posture, (erano entrambi in piedi con le braccia lungo i fianchi e le mani aperte) rese simmetriche anche le rispettive visioni. La luce e le ombre della stanza avevano una densità e una solidità simili a quelle dei molluschi, delle cozze, si contraevano e distendevano come se una cozza ancora in vita fosse ricoperta di succo di limone. Il succo di limone, nel caso di Padre M e Shirley Temple, era costituito dai loro sguardi, talmente simmetrici da formarne uno solo. La stanza intera, governata dalle luci e dalle ombre, si contraeva e distendevo sotto il loro sguardo. I cavalli avevano paura. Era chiaro. I cavalli erano consapevoli di trovarsi di fronte a una coppia di persone estremamente, quasi maniacalmente accordate tra loro: Padre M e Shirley Temple formavano, l’uno vicino all’altra, una geometria perfetta e al tempo stesso aliena, radicalmente aliena rispetto alla geometria normalmente riconosciuta.

I cavalli avevano paura di Padre M e Shirley Temple, e al tempo stesso li ammiravano, avrebbero voluto omaggiarli, ma non sapevano come. Si limitavano dunque a osservarli il più attentamente possibile. Li seguirono, tutti, senza nessuna eccezione, mentre camminavano verso la finestra. Li osservarono appoggiarsi alla vetrata, sempre uno vicino all’altra, con le fronti e i palmi delle mani contro il vetro, con gli occhi aperti, disturbati dalla luce ma non sconfitti, comunque aperti. Ciò che i cavalli, impauriti e ammirati, non poterono afferrare, anche perché Padre M sussurrava, furono, appunto, le sue parole. Non si trattava di vere e proprie frasi. Ma piuttosto di frammenti di suoni e parole che obbedivano, anche loro, a una diversa geometria. La voce di Padre M sfruttava la lingua come la pioggia si serve o si lascia imprigionare dal letto di un fiume, da una grondaia. Le parole diventavano saliva, e la saliva si trasformava in numeri e suoni, e i suoni creavano e distruggevano parole e risate, mentre tutto attorno a loro continuava a pulsare, e loro due si scambiavano sigarette e carezze. Molto anni dopo, ripensando a quella importante giornata, Shirley Temple fu certa di ricordare alcune parti del discorso di Padre M, o almeno il senso generale del suo discorso. Padre M le disse che anche la Chiesa, in fondo, non era che un vecchio decrepito tenuto per sempre bambino, carnefice eternamente vittima di più antichi carnefici, imponente truffa per impedire truffe peggiori: come lei, esattamente come Shirley Temple. Ma Shirley Temple non era sicura dei propri ricordi. E forse non voleva esserlo. La sola certezza, l’unica cosa che lei non poteva negare di ricordare, erano gli ultimi scambi tra lei e Padre M. Quando lui, sorridendo stanco, le disse:

“Promettimi che mi amerai per sempre, come mi hai amato oggi.”

“Io non ti ho mai amato.”

“Perfetto piccola mia, perfetto. È esattamente così che voglio essere amato. Nel centro esatto del paesaggio della tua indifferenza.”

“Cosa dirai alla stampa?”

“Che sei la più dolce bambina che io abbia mai incontrato in vita mia. La verità. Dirò la verità.”

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One Response to L’amore di un Padre

  1. diamonds il 13 maggio 2015 alle 11:12

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