Stato di minorità

daniele-giglioli-stato-di-minoritadi Alan Poloni

Uno potrebbe tranquillamente vivere di editoriali e amache, magari ritagliandosele per farsene un bel quadernetto a fine anno, ma un libro è un libro. Rabdomantico o randomantico quanto volete, un libro è un libro: se un giornalista e un saggista appaiono accomunati dall’avere Amedy Coulibaly o la sclerosi della comunicazione al centro della sintassi, in realtà le differenze del loro lavoro sono sostanziali: al primo la realtà si concede da vicino, sotto le suole di una corsa violenta e impetuosa che sa di assalto al nemico, al secondo è dato sedersi al tavolo del quartier generale e ordinare gli scatti fotografici che la ricognizione aerea gli ha fruttato. Come dire: senza l’impellenza di dover conquistare un centinaio di metri giornalieri, lo scrittore svolge un lavoro di largo spettro, probabilmente più decisivo. Il quartier generale in questo caso si chiama Stato di minorità, di Daniele Giglioli. (Solaris, Laterza) 

Nella notte del mondo, hegeliana e foucaultiana, “il soggetto non è altro che un brancolamento” ed il libro di Giglioli si domanda cosa sia diventato l’uomo che, uscito dallo stato di minorità su esortazione di Kant, ha potuto disporre della facoltà dell’agire politico. Ebbene: l’uomo democratico, che si è ritrovato comunque con un sovrano, l’economia (sovrano che in qualche modo ha speculato sul conflitto), ha finito per abdicare rinunciando al diritto di azione.

Stato di minorità è stereoscopico e rende la profondità. Giglioli ha ben chiaro che il compito della critica non è più dire la verità ma “individuare e rimuovere nel soggetto ciò che gli impedisce un rapporto produttivo con il mondo”. Questa chirurgia del soggetto Giglioli la porta avanti da anni: entra nel tessuto, incide, asporta (ad esempio, a pagina 11 di Senza trauma, un saggio del 2011 sullo stato della narrativa italiana, giace inesploso un residuato bellico, un elenco di scrittori di genere e autofiction impantanati fra stilemi e manierismi nella scrittura dell’estremo). In Stato di minorità ce n’è per tutti: per il renzismo (“ogni dissenso è violenza, ogni contrapposizione è guerra, ogni critica è partito preso. Occorre invece fare squadra, tendersi la mano, lavorare insieme”), xenofobi vari, verdi e neri (“chi non ha conflitti non è necessariamente in pace con  sé stesso. Ma chi li rimuove è di certo dominato dalla paura, ossessionato dalla sicurezza, incapace di riconoscere ciò che lo costituisce”), marxisti dell’eterno ritorno (“c’è il socialismo, dunque non è possibile che non siate felici: e comunque è un ordine”), tv e social (“lo sterile dibattito delle opinioni”).

Inazione, paralisi, impotenza: l’impossibilità dell’agire postmoderno viene declinato con dispositivi e reagenti vari, dalla depressione secondo Ehrenberg ai disvelamenti di Zizek, e per chi si perde nella tortuosità rabdomantica (una novantina di pagine ad alta densità) vengono lanciate decine di citazioni-salvagente (forse l’età d’oro dell’aforisma è ancora da venire, e in ogni caso trova in Giglioli un autore prolifico): “anche la più sfrenata deregulation in materia di finanza o di diritto del lavoro è pur sempre il risultato di un provvedimento legislativo. Di solito la si chiama riforma”; o ancora: “quanto più una società è vitale, tanto più è in grado di rendere produttive le sue contraddizioni”; e poi “che l’agire politico dei più si sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio”. Ma per chi non si smarrisce, Stato di minorità è ben altro. Anzitutto è la sintesi di categorie come terrore, trauma e vittima, robusti immissari del saggio, che se per ovvie ragioni non possono essere considerate proprie dell’autore, di certo, da qualche anno a questa parte, Giglioli ha contribuito a ridefinire. Inoltre, tenendosi a debita distanza dalla saggistica apocalittica, Giglioli costruisce un testo dotato di un suo rigore e allo stesso tempo benjaminiano (forse una delle qualità migliori del libro), un testo che senza la retorica delle campagne in difesa di, mostra come sia possibile servirsi ancora della letteratura per gettare un po’ di luce su ciò che ci sta intorno. Al centro del lavoro c’è in fatti un romanzo, Saggio sulla lucidità di Saramago, che ha per protagonista la scheda elettorale bianca. Ecco, leggere Stato di minorità in questi giorni (anni) di rinuncia al diritto di voto può risultare straniante e allo stesso tempo euforizzante: la letteratura c’è, è lì, con tutta la sua forza, basta usarla, e Giglioli ce lo fa intendere passando in tutta logica dalla strage di Parigi alle elezioni di una città immaginaria. Dà un certo sollievo pensare che in realtà basta una storia, un intreccio ben costruito e sanamente romanzesco, per far venire giù tutto e lasciarci a bocca aperta, anzi, con in bocca il sapore della profezia. (Che poi: è la letteratura ad essere preveggente o la realtà ad essere troppo banale?)

“La scheda bianca rappresenta anche figurativamente il grado zero della facoltà simbolica, un punto cieco del linguaggio”. Moriremo tutti Bartleby. La balena bianca ha vinto.

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