Townscape (2)

I

1.1

Partendo da una grigia sera di Stoccolma
in cui ci si incontrò fra noi -per lo più immigrati nati a Roma
e a Milano -rimpatriata del dispatrio dei pensanti senza patria
-mi ricordo che non c’era poi granché da ricordare:
mi sembra si parlasse tutto il tempo a cena,
e poi in albergo del non essere in un certo modo
piuttosto che in un altro o in altri ancora che non so
nemmeno immaginare nel dominio dell’alterità.
Ma poi se pure me li immaginassi, resterei di base sul chi vive,
perché non li conosco, gli assertori, e dunque mi persuaderei
della necessità di non considerarli, benché forse infine
potrebbero anche dirmi qualche cosa. Ma non mi interessa
e non ci interessava in quella grigia sera di Stoccolma,
che stranamente poi non nevicava molto -anzi per niente,
ma freddo sì ce n’era -un freddo cane che abbaiava muto
fra i palazzi ben disposti e la socialdemocrazia ordinata
che qui da noi ce la sogniamo. Eppure fra di noi
quel continuare a non parlare d’altro che di niente
funzionava, in quella grigia sera di Stoccolma
che il cielo non aveva più il coraggio di gettare neve
su un’algida materia di esistenti infreddoliti.
Ma dopo tutto si cercava di parlare di qualcosa,
in quel parlare di nient’altro che di niente -il paradosso
del buscar el levante por el poniente, salvo il piccolo dettaglio
che noi non si era né Colombo né Copernico, ma figli
dell’èra degradata dei contratti co.co.co
e co.co.pro. che non progetta e non produce
niente di definitivo, niente d’importante: solo
vacuità d’importazione, che ciascuno in ogni luogo
importa dappertutto, senza che a nessuno importi
che non si importa nulla di concreto -solo vacuità diffusa
che si intrattiene col reale, perché poi il reale
in realtà si fa reality -real-Italy della realtà in disuso
-e l’intrattenimento è assicurato “Ma cioè non posso mica
vederla sempre come dici tu ‘sta cosa!” Questo si diceva
fra noi in albergo e al ristorante in quella grigia sera
di Stoccolma che le idee del vuoto si passavano in rivista
con marcia militare e battere di tacchi senza suono.

1.2

“Tu affermi di non affermare nulla” “Affermo che qui il pane
è raffermo” “Lo confermi?” “Fermamente” “Fermi tutti” “E il vino?”
“Non siamo mica a fare qui la prima comunione” “Dico l’etichetta”
“Non sembra poi di marca” “Di cartina forse” “Tornasole?”
“Mica siamo al circolo polare: qui è Stoccolma: il tempo è grigio,
però non è faccenda di Lapponia e sole a mezzanotte e notte
di sei mesi: il sole torna” “E il vino?” “Di cartina: ma importato”
“Ma importa?” “Importa molto” “Sa di vuoto: è freddo” “Come tutto
il resto, dopo tutto” “Di principio” “Ci importasse più qualcosa”
“Di tutto” “Cosa importi-esporti?” “Tutto” “Expo?” “Non so: che vuoi
che esporti?” “Tutto” “E il vino?” “Di cantina? Già esportato”.
“Ma esporta?” “Esporta molto” “Sa di vuoto: è freddo” “Come tutto
il resto, innanzitutto” “In fin dei conti” “Si esportasse più qualcosa”.
“Però l’ipotesi che fingi…” “Hypotheses non fingo” “Ma chi credi
d’essere? Un inglese”? “Un fisico?” “Un lettore di universi
in lingua matematica?” “Lo spazio non è certo l’assoluto
che credi!” “E il tempo in fin dei conti…” “…Di principio”
“Ma se non siamo in questo modo stabilito certo siamo
in tutti gli altri modi che nessuno stabilisce” “L’establishment
è sempre stabilito” “Ma l’ipotesi…” “Non regge” “Ma la protesi”
“Dentaria?” “No, non regge” “Ma chi legge?” “Nemo”
“Il capitano, mio capitano?” No. Nessuno” “Ulisse?” “No:
nessuno, in nessun luogo: Nemo.” “Turpe et miserabile!”
“Amico, qui non parlano latino: in fondo siamo
in una grigia notte di Stoccolma” “Logico e proficuo
e profittevole e profiterole (che dolci pessimi stasera,
in questo ristorante di Stoccolma) è togliere ogni tratto
di affermazione e vedere se un’attività rileva…”
“Chi ti rileva quell’attività?” “La multinazionale
del vuoto”. “Che rileva quell’attività?” “La multi-irrazionale
del vuoto”. “Che rivela quell’attività?” “La multa irrazionale
dell’auto lungo il marciapiede vuoto” “Non ricordi? Siamo sempre
in una grigia sera di Stoccolma: qui i tutori sono sempre
vigili: non sono mica come il vigile incurioso del paese
sulla grande piazza vuota (ti ricordi?)” “Mi ricordo il prete
alla prima comunione: da mihi animas cetera
tolle”. “Mica siamo a fare qui la prima comunione?” “Dico
l’immagine” “L’immagine è rafferma” “E il vino?” “E il pane?”
“Di cartina”. “Di cartone”. “E il sarago servito per la cena?”
“Mutante: sa anche quello di cartone” “E tutto il resto?” “Cartapesta”.
“Ma che ti toglie tutto questo al tuo rapporto con il mondo?”
“Tu affermi?” “Tu raffermi?” “Ferma mente”. “E il firmamento?”
“Non ci sono stelle, amico, qui la sera è grigia: abbiamo solo
lampioni e nebbia e poca neve e strade sdrucciolevoli”

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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