Dialogo sopra i costumi della poesia italiana contemporanea

di Francesca Fiorletta e Massimiliano Manganelli

FF: E insomma, quest’estate ho sentito che ci sono state delle “belle” polemiche sulla salute della poesia italiana contemporanea… Tanto per cambiare! Ma quindi, alla fine, la poesia è viva o è morta?

MM: Io sono convinto che certe polemiche (se proprio vogliamo definirle tali), certe affermazioni apocalittiche servano semplicemente a tenere in vita le pagine dei giornali sotto la calura estiva. Da quando, ormai parecchi anni fa, ho raggiunto l’età della ragione, ho assistito alla morte della poesia almeno una quindicina di volte; e lo stesso potrei dire del cinema, dell’arte o di tante altre cose (anche dell’uomo, per esempio). Più che interrogarsi sulla morte, l’agonia o la piena salute della poesia, occorrerebbe chiedersi che cosa oggi consideriamo poesia, perché la mia sensazione è che alcuni abbiano perso i propri punti di riferimento. Insomma, come spesso accade, finito un certo mondo, finisce il mondo.

FF: In effetti è vero, anche se stabilire i confini di questo mondo, oggi, mi sembra operazione abbastanza complicata, e difficilmente c’è chi voglia realmente assumersi l’onere/onore di farlo. Di certo è più facile piangere un cadavere, che provare a guarire un ammalato, sperimentando nuove cure, ammesso poi che la poesia versi davvero in uno stato di prostrazione. A me, personalmente, non sembra affatto. Anzi, tutt’altro, forse non ho mai visto tanto pullulare e proliferare di poetiche come in questi ultimi anni…

MM: Sì, conosciamo bene le ragioni di questa proliferazione: la marginalizzazione della poesia (titolo, peraltro, di un interessante libro di Bob Perelman) rispetto al mondo editoriale, lo spostamento sulla Rete, la possibilità di accedere direttamente ai lettori senza passare per riviste o libri, ecc. Se c‘è una cosa che mi sento di rimproverare alla poesia, a tutta la poesia (di qualunque orientamento), è il fatto di non aver saputo riflettere seriamente su questa emarginazione, limitandosi ad accusare tanto l’editoria quanto la narrativa, senza tuttavia provare a identificare le proprie responsabilità.

FF: È probabile che i poeti si siano sentiti in qualche modo vittima di una sorta di “complesso di inferiorità”, penso ad esempio all’avversione che molti di loro provano (o dicono di provare) per la forma romanzo. Questo atteggiamento, senza voler esagerare e senza necessariamente calarsi in un’indagine che forse pertiene più al campo della psicanalisi, può essersi generato per reazione rispetto alla posizione, del tutto opposta, che è stata dominante storicamente e per vari secoli, e che ha visto una sorta, diciamo così, di centralità della poesia come espressione massima di arte e creatività, non soltanto personale e umana, ma anche proprio politica e d’impegno civile. Ecco, oggi sicuramente non è più così. Oggi sono altre le forme che hanno soppiantato, almeno per questi aspetti, la poesia. Penso, non so, al cinema e ai documentari di denuncia, o anche al teatro e alla scena performativa e artistica nelle sue declinazioni più radicali. E forse, contemporaneamente, in letteratura, la forma più “immediata” per veicolare certi messaggi è diventata la prosa, il romanzo-verità, ma anche alcune prove particolarmente riuscite di fiction e auto-fiction.
Insomma, probabilmente è vero che la poesia oggi viene letta da pochi intimi, forse quasi unicamente dai poeti stessi, ma allora, mi domando, e domando a te, non sarà anche per i connotati che ha assunto? Voglio dire: un tempo la poesia trattava grandi temi di interesse sociale e universale, e lo faceva usando toni talora epici, talaltra addirittura dialettal popolari, col chiaro intento di raggiungere e “smuovere le coscienze” di più ascoltatori possibili; oggi invece il verso è sempre più centrato da un lato sul sentimento personalistico, ombelicale, quasi crepuscolare nel focus che continua ad essere incentrato sulle “piccole cose di poco conto”, dall’altra si gioca tutto sulla sperimentazione linguistica, sull’oggettivazione quasi scientifico filosofica della prassi della parola, oltre che sulla spersonalizzazione e frammentazione progressiva dell’”io” (che non si può più nemmeno nominare, tant’è diventata una specie di nemesi).
In un clima generale come quello odierno, nell’orizzonte culturale e quotidiano in cui viviamo oggi, ma dico oggi per abbracciare almeno gli ultimi venti anni, se non di più, la vera domanda è: come potrebbe essere altrimenti, e cioè come potrebbe essere globalmente letta, la poesia? E poi, soprattutto: è davvero importante che lo sia? Cioè, i nostri beneamati poeti stanno cercando veramente un pubblico di lettori? O si accontentano, e/o si prodigano, semplicemente, nella sublime arte del farsi la tara da soli, e – perciò – solamente fra di loro?

MM: Io credo che ci sia un grosso equivoco rispetto alla ricezione della poesia, anzi forse della letteratura tout court: una età dell’oro in cui la poesia era più letta non è mai esistita. La poesia – come la letteratura – non è mai stata “popolare” in termini di pubblico, ovviamente a causa della scarsa alfabetizzazione della società nei secoli passati. L’alfabetizzazione di massa ha consentito a molti di accedere alla poesia, ma in realtà sembra che a moltiplicarsi sia il numero degli autori, più che quello dei semplici lettori. Questo probabilmente dipende dal fatto che progressivamente l’equilibrio della letteratura si è spostato a tutto vantaggio della narrativa in prosa, dopo che per secoli, soprattutto nel mondo culturale italiano, la poesia aveva dominato il campo. Aggiungo comunque che i toni dell’epica la poesia occidentale li ha abbandonati da almeno un secolo: direi che il Novecento è stato un secolo all’insegna dell’abbassamento dei toni.
Tu ti chiedi giustamente se sia davvero importante che la poesia sia letta. Io penso di sì, se non altro per non restringere troppo l’universo della letteratura, perché la poesia – che per pura semplificazione qui sto opponendo al romanzo – è una forma per alcuni aspetti quasi necessaria. Più del romanzo, infatti, chiama in causa il lettore, lo mette alla prova, lo invita a un confronto che ha inizio subito, alla prima fruizione: la poesia attira o respinge con una rapidità che altre forme letterarie non conoscono, e non solo perché hanno bisogno (come il romanzo, appunto) del fattore tempo, di una fruizione diacronica. Più che mai attraverso la poesia possiamo definire davvero la letteratura come arte della parola, più che mai con la poesia possiamo vedere qual è il lavoro che un autore fa con e sul linguaggio. E più che mai possiamo capire la distanza che intercorre tra la lingua dell’uso e la lingua letteraria.

FF: Sappiamo bene che “popolare” non significa “globale”. Parliamo sempre di una cerchia ristretta di lettori, questo è ovvio, ma non si può non tenere conto anche del ruolo che ha avuto in passato almeno un certo tipo di poesia. Penso, ad esempio, alla voce molto ascoltata delle poetesse durante le battaglie femministe, o a certa poesia civile, senza necessariamente andare a ritroso nel tempo fino alla poesia eroica, che infatti – non a caso – è ancora molto letta, premiata e apprezzata in quei Paesi del mondo che vivono, o che hanno vissuto fino a pochissimo tempo fa, in condizioni disagiate, precarie, di guerriglia, quando non di assoluta devastazione. È questo che intendo per attenzione globale, un interesse vivo sulle pratiche del mondo, veicolato dai poeti in primis, che certo poi può condurre – ma non necessariamente conduce – ad essere ascoltati da un pubblico minore o maggiore.
E anche la mia domanda, evidentemente retorica, sull’importanza o meno che la poesia oggi venga letta, non riguarda tanto la ricezione, la fruizione da parte di un ipotetico bacino di amanti del genere; m’interrogo piuttosto proprio sulla concezione intima e privata di chi, oggi, si siede a un tavolo e decide consapevolmente di scrivere versi.
Su tutto, mi preme intanto una precisazione: io non sono per niente a favore delle campagne pro-lettura. Ciascuno scelga come passare il proprio tempo e come formare (o deformare, o sformare) la propria personale cultura.
Poi, certo, tu parli di differenze sostanziali col romanzo, ad esempio, e questo è vero, secondo me, ma lo è a maggior ragione se consideriamo una certa attitudine alla condivisione.
Un narratore, sto parlando un po’ grossolanamente, e certo procedo per grandi esempi, non ne farei una regola ferrea, ma solitamente chi si pone nell’atto di “raccontare” qualcosa a qualcuno, deve necessariamente tenere ben presente il secondo termine di riferimento, dunque quell’“a qualcuno” finirà inevitabilmente per condizionare la scrittura stessa, col risultato, spesso, di rendere anche l’opera più “appetibile” per un lettore medio (perché stiamo parlando, in astratto, di lettori evidentemente medi, di quelli che magari selezionano le letture da fare sugli scaffali delle librerie, per chi ancora le frequenta). La poesia è un’attività evidentemente molto più “intima”, non nel senso per forza ombelicale del termine, ma proprio perché, costitutivamente, ontologicamente, non prevede necessariamente un “tu” così stringente al quale rapportarsi. Quantomeno a livello strettamente sintattico.
Perciò, per me, nessuno scandalo sul fatto che oggi si leggano, poniamo, più romanzi che poesie, anche perché, diciamocelo, anche il pubblico della prosa – come quello della saggistica, ecc. – soffre parecchio. E forse la poesia è il terreno d’elezione sul quale misurare l’evoluzione della lingua, ma forse anche no: pensiamo solo a qualche anno fa, alla prosa magmatica di Manganelli, o dell’immenso Gadda, o anche, restando sul contemporaneo, e restando in Italia, ai tanti stimoli che vengono oggi, ad esempio, dalla zona padana, dal Veneto all’Emilia, solo per citare alcune tra le aree più note, e largamente condivise.
Questa verve sperimentale, tuttavia, seppure espressa in forma romanzo, continua a soffrire, forse, del succitato posizionamento tra gli scaffali delle libreria, dacché il mercato editoriale non gode certo del suo periodo aureo, eppure appunto, come dicevi tu, continuo a pensare che, più di ogni altra speculazione, si tenda a reiterare (perché fa comodo? per noia? per opposizione?) una sorta di scambio prospettico.
Voglio dire: i nostri genitori, i nostri nonni, leggevano davvero più di noi? Io non credo.

MM: Questo non saprei dirlo, probabilmente leggevano meno, in termini quantitativi. Voglio dire: quante erano le novità editoriali, poniamo, nel 1966? E quante sono nel 2015? Gli autori di riferimento erano una pattuglia piuttosto ristretta, così come la formazione di un critico si basava su un numero relativamente ristretto di testi autorevoli. Pensiamo ai poeti, visto che di loro stiamo parlando. La loro riconoscibilità non si dava solo a livello sociale (questo è un altro paio di maniche), ma anche e soprattutto editoriale. In sostanza, non si saturava il mercato come oggi. Quando mi si dice che la poesia in crisi mi viene da rispondere, sorridendo, che è in crisi di sovrapproduzione (e forse il ‘29 è già arrivato e non ce ne siamo accorti). Pur nella sua emarginazione dal mercato, la poesia ne ha comunque assunto i ritmi, perciò è frequente il caso di (ottimi) autori che pubblicano quasi un libro all’anno. Lo stesso non accadeva ai tempi non dico di Montale, ma di Sanguineti o Pagliarani (che in realtà è un caso estremo). Se vediamo i libri di oggi, ci accorgiamo spesso che si tratta di operine (non lo dico in senso dispregiativo) di un numero esiguo di pagine, come se i poeti contemporanei, condizionati dalla velocità della Rete, avessero una sorta di necessità di svuotare i cassetti, anzi i file del computer.
C’è poi la questione sociale, cioè della perdita di un ruolo simbolico da parte della poesia. Io credo che l’epoca dei poeti generazionali sia tramontata, almeno qui in Occidente: nessun poeta ha più quel ruolo di “portavoce” che hanno avuto autori come Ungaretti o Caproni. Non parlo di una assunzione di responsabilità, bensì del fatto che a questi poeti alcune generazioni hanno attribuito la capacità di dire determinate cose nella maniera migliore. Si tratta di un mito, non dimentichiamolo, cioè del mito del poeta-simbolo, del poeta capro espiatorio; se così non fosse, Palazzeschi non avrebbe scritto, più di un secolo fa, «oggi nessuno domanda più nulla ai poeti». E di nuovo tiro in ballo l’alfabetizzazione di massa, perché non escludo che ci sia un nesso con il tramonto del poeta rappresentativo di una generazione. È per questo motivo, mi sembra, che siamo circondati dal rimpianto per una figura come Pasolini, perché in fondo incarna proprio questo mito.

FF: Probabilmente, sì. E mi pare che stia emergendo un altrettanto forte “bisogno di riconoscibilità”, che, se proprio vogliamo parlare di tendenze poetiche oggi, si stia sviluppando e/o in molti casi addirittura consolidando come una sorta di “ritorno al nucleo” direi quasi familistico/familiare.
Mi spiego: se negli anni da poco passati la poesia, o comunque un certo tipo di poesia, ha avuto proprio la funzione e l’esito dirompente di distaccarsi quanto più possibile dalle convenzioni letterarie vigenti, e quindi di conseguenza dai propri immediatamente precedenti Maestri, oggi mi sembra che sia prevalente piuttosto l’atteggiamento contrario. Considerando il mercato percepito sempre più come inospitale, gli spazi deputati alla condivisione e alla fruizione poetica che di fatto restano quasi nulli, il pubblico di lettori abbastanza esangue quando non addirittura rastremato, alcuni poeti delle nuove generazioni tendono forse anche esasperatamente a fare corpo, quasi a stringersi attorno a quelle figure che sono anche solo lievemente “emerse” nel panorama culturale italiano già – poniamo – una decina di anni fa, e che pure, loro stessi in primis, se interpellati, non si riconoscono affatto o non vogliono (almeno a parole…) riconoscersi nella funzione maieutica solitamente deputata al ruolo, appunto, dei Maestri.
Se è del tutto naturale che scritture affini arrivino prima o poi a incontrarsi in un dialogo poetico che può diventare o meno un vero e proprio sodalizio, mi sembra che più di tutto in questi anni sia in voga e in atto la pratica opposta: “poiché desidero ardentemente di entrare a far parte di una certa area, allora mi prodigo e programmaticamente scrivo in un determinato modo”. Questo passaggio può venir fatto in maniera più o meno consapevole e autocosciente, non è rilevante; quello che rileva è che mi pare stiano da più parti proliferando tanti piccoli eserciti di combattenti poetici di ultimissima generazione, che però, quasi temendo la vera “uscita allo scoperto”, restano a cercare protezione sotto un’ala poetica che, per forza di cose, costituisce un territorio già ampiamente battuto, col rischio quindi che le loro pur nuovissime scritture risultino poi, tuttavia, tristemente epigonali.
Questo, certamente, non è atteggiamento univoco: ci sono molte altre scritture “nuove” e “giovani” che nascono autonome, e autonomamente tentano di preservarsi. Epperò di loro non si parla tanto, perché? Perché appunto, quelli che più strepitano e si lamentano, palesemente, sono quelli che meno riescono a trovare una strada.
Gli uni la poesia la fanno, gli altri la poesia la lamentano.

MM: Sull’efficacia della lamentela, anzi della lagna vera e propria, esistono detti dialettali decisamente icastici… Il problema dell’epigonismo o, per dirla con Bloom, dell’angoscia dell’influenza, è piuttosto antico, o meglio, si pone con il moderno, cioè dal momento in cui si impone l’estetica del nuovo. È un discorso fatto più volte (per esempio dal Sanguineti di Ideologia e linguaggio) e davvero c’è ben poco da aggiungere. Qui mi limiterei a rilevare un fenomeno in parte diverso, che caratterizza soprattutto quelle scritture che, molto all’ingrosso, potremmo definire d’avanguardia (uso il termine nella sua accezione più estesa, spogliandolo per una volta di tutte le risonanze ideologiche che lo contrassegnano) e che invece tocca solo di sfuggita chi segue più o meno intenzionalmente i modelli della tradizione. E il problema del fare gruppo, di quella che, prendendo a prestito un vocabolo della psicologia, si potrebbe definire gruppalità. Fare gruppo risponde chiaramente alla necessità di creare delle reti di comunicazione e diffusione (anche editoriale) della poesia, oltre che di consentire il confronto interno (sempre utile e sano); tuttavia al contempo fa sì che talvolta alcuni si avvicinino a un determinato gruppo con spirito emulativo, come se lo scopo principale non fosse la scrittura bensì l’appartenenza in sé. Perciò si passa dall’aria di famiglia, che ovviamente è possibile riscontrare tra scrittura affini, alla gregarietà uniforme.

FF: Inoltre, secondo me non ci si può quasi più esimere dal beneamato e liberatorio “Il re è nudo!”.
Siamo d’accordo, il pubblico della poesia è assai ristretto, e – appunto – questo non è necessariamente un male. O tempora o mores, e del resto nemmeno i fiorentini del Trecento leggevano Dante! Ma qui forse il problema è anche un altro. Per intenderci, non credo che la scalata delle vendite degli autori più “pop” che pubblicano con le grandi major sia granché influente sulla ricezione o meno della poesia poniamo “sperimentale” di questi ultimi anni. Secondo me c’è da fare un distinguo, anche banalmente e grossolanamente tagliato con l’accetta, su un certo pure odiatissimo parametro che si chiama “qualità”. Alcune scritture, che non esiteremmo senz’altro a definire “di nicchia”, possono vantare nonostante tutto un buon bacino d’utenza, che varia dai critici più esperti del settore ai semplici lettori, incuriositi e/o appassionati a quel tipo di lavoro sulla parola, sulla lingua, sul gesto poetico in quanto tale. Altre scritture, a parità di (non)diffusione e reperibilità dei testi, su carta come sul web, altre scritture che ugualmente si incanalano nella linea “sperimentale” [che tanto linea poi non è, ma assomiglia più a un universo esploso pieno di meteore e costellazioni frammentate e frammentarie, fatte di spunti poetici in cerca di una collocazione fissa], ebbene, alcune altre scritture, semplicemente non ricevono ascolto. Non vengono scelte, non vengono seguite, non vengono lette, e il primo atteggiamento di risposta a quest’eventualità, che per carità umanamente posso comprendere appieno, è ancora e sempre la lamentela. Sul mercato, sulle conventicole, sui Premi, sulle Associazioni, sulle lotte intestine, sull’apatia e l’inedia dei critici, sull’ignoranza e la faciloneria dei lettori. Ebbene, forse sarebbe anche il caso di cominciare ad ammettere che, al di là dei singoli gusti personali e delle singole scelte individuali nell’ovvio percorso di crescita di ciascuno, semplicemente alcune scritture “meritano” di essere lette, e altre probabilmente un po’ meno. Che se certi esempi di prove artistiche cadono nel dimenticatoio pressoché immediatamente, forse, potrebbe anche essere a causa o grazie a una sorta di “legge di conservazione generale della specie” (poetica), dato di fatto di un’evidenza sconcertante, e che però tutti tendono/tendiamo oggi a dimenticare. Perché, certo, è assai più facile prendersela col mostro alieno della contemporaneità, che con se stessi. In quest’ottica, allora, trovano agevolmente adepti e sodali le posizioni più estremiste, come quella – appunto – che vorrebbe “morta” la poesia tutta. Perché la critica (letteraria) sarà pure annoiata, ma l’autocritica (poetica) troppo spesso è pressoché inesistente.

MM: Non posso non concordare. Aggiungo poi che sovente la lamentela si accompagna alla posizione da duri e puri, a un arroccamento che non cerca il dialogo con nessuno, se non con chi è (estremamente) simile. Il che dà luogo a forme di scissione e di reazione a catena che non portano a nulla.
Devo nondimeno ammettere che a questa situazione di fatto noi critici abbiamo dato un contributo ragguardevole. Di fronte alla mole di materiali, alla miriade di galassie che ci si offre allo sguardo, spesso non siamo andati oltre la mera registrazione. Insomma, per stare alla tua metafora astronomica, invece di provare a individuare delle costellazioni, a tracciare delle linee, ci siamo limitati a contare le stelle. Certo, l’impresa è grossa, ma credo che sarebbe opportuno intraprenderla, magari anche non sul piano individuale. Ovviamente ogni costellazione è discutibile, come lo è l’iscrizione di un poeta a una linea o all’altra, però sarebbe almeno un punto di partenza per ulteriori sistemazioni.

FF: Hai ragione. Ma temo che per questo dovremmo aspettare (almeno) la prossima estate…

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16 Commenti

  1. cari Massimiliano e Francesca,
    con tutta l’amicizia, mi sembra che sia tempo di scegliere con un po’ di rigore come parlare di poesia, oppure di non parlarne, per non ripetere osservazioni molto generali, che rischiano di essere solo generiche. Se si vuole dare un taglio sociologico, lo si faccia con una ricerca ampia, in grado di raccogliere dati e non solo impressioni – se ci sono le risorse per farlo. Altrimenti, io trovo più utile che chi legge ancora la poesia, scriva un pezzo per mostrare quello che ha trovato in un testo poetico. E’ per altro quello che voi fate più spesso, e questi mi sembrano i contributi importanti che persone come voi (noi) oggi possono dare intorno alla questione poesia.

  2. Caro Andrea, proprio perché ci conosciamo bene e conosciamo e stimiamo il nostro lavoro, non mi aspettavo di dover fare questa precisazione. Ma forse invece grazie, perché può evitare interpretazioni errate e pericolose.
    Certo, è evidente che questo dialogo non è un pezzo di critica (nel senso più puro del termine) e nemmeno tratta di poesia, né tantomeno ne aveva la pretesa! L’intento era – appunto, come da titolo – quello di parafrasare/parodiare un po’ sui costumi di chi la frequenta. E sul tanto chiacchiericcio che, concordo, troppo spesso ne deriva.
    Personalmente, e forse non avrò abbastanza esperienza, (?), ritengo che articoli ben più strutturati, in forma saggistica, o in forma anche accademica, sulla poesia, non solo non dicano assolutamente nulla, ma lo dicano anche in modi talmente ampollosi e con un atteggiamento talmente saccente da risultare a mio modesto parere totalmente indigeribili, e forse anche un tantino dannosi.
    Quello che provavamo a fare con questo dialogo, che inizia e finisce esattamente come “chiacchiera da bar”, non è né “prendere in giro” nessuno, in modo gratuito, né – ripeto – “illuminare” con concetti e studi di peso i vari dibattiti sulla poesia odierna. Volevamo anzi, nella maniera più “elementare” possibile, fissare alcuni punti base, da cui ripartire poi (non evidentemente in questo post) per approfondire delle tematiche, semmai.
    Ora, possiamo discutere se sia utile o meno agire in questo modo, ma io penso che anche persone meno “addentro” al sistema-poesia come lo intendiamo noi, possano trovare (come mi è stato infatti riportato) interessanti spunti di riflessione.
    Se pensi che, ad esempio, tu la vedi come giustamente è, una “chiacchiera”, e c’è invece chi lo considera “autoreferenziale” (quand’è proprio tutto volto solo ed esclusivamente all’esterno), beh… Capiamo che forse non è totalmente disutile, talvolta, abbassare i toni, e ripartire dalle basi.
    Credo che in questo Daniele e Sandra abbiano colto il punto, non so se ironicamente o meno. Io e Massimiliano l’abbiamo ovviamente fatto in maniera più che consapevole.
    E credo anche che, tante volte, si dicano più cose non dicendole.

    Per quello che mi riguarda, il lavoro sulla poesia, ma come sulla scrittura tutta, continuo a farlo in altri modi e con altri mezzi, come l’ho sempre fatto. :-)

    • Non sono d’accordo con chi ha descritto il testo “autoreferenziale” ed inutile. Ho inteso che chi bazzica un po’ l’ambiente poetico trova il testo superficiale e non originale, ma chi invece l’ambiente non lo bazzica, è un semplice lettore di passaggio che cerca di capirci qualcosa in quanto, da fuori, vede soltanto un dibattito tra primedonne ferite, vedove di pubblico e di editori, senza mai capire il problema qual è – perché a me pare di capire che nonostante l’alfabetizzazione diffusa il pubblico poetico sia costituito da 4 gatti, il che provoca paturnie adolescenziali del tipo “sono sbagliato io poeta, è sbagliato il pubblico” e crisi adulte sul livello “non mi si fila nessuno / perdita di autorità e riconoscimento sociale al di fuori del circolo degli amici” – questo è un botta e risposta perfetto!

      Un discorso introduttivo sulla controversa esistenza della poesia contemporanea.

  3. Più che altro, noto che intaccare determinati usi o postulati irrinunciabili espone a diversi livelli, da parte di interlocutori di diversa caratura, alla manifestazione di un implicito fastidio, il che non è bene.

    Il problema essenziale è che il contesto di chi lavora sulla poesia è inquinato da inerzie sociali di ogni genere, spesso fondate su dinamiche di esclusione, senza che i gruppi strutturati che quelle dinamiche di esclusione attuano abbiano poi, pur nella negazione non assertiva delle identità troppo marcate, quell’identità granitica che presumono di possedere.

    D’altro canto, su questo sito, mi sembra di aver detto (e fatto) qualcosina anche io in termini di poesia, se non con il rigore a cui mirano certi standard, forse troppo alti per i miei mezzi limitati, quanto meno con una certa sistematicità. Forse qualcuno non si è posto nemmeno il problema di discuterne; magari è più interessante dibattere dell’improvvisazione in versi sull’attualità a caldo.

    • Daniele, non lo so, non ne farei esattamente una questione di inclusione/esclusione, quanto forse piuttosto di interesse/disinteresse (?)
      C’è, secondo me, questa mitologia dell’aggregazione esasperata, che poi in realtà, a ben vedere, non si esplica se non in minima parte e per sparuti nuclei molto esigui e limitati, come poi è anche ovvio che sia. Ed è anche ovvio che ciascuno, anche dal punto di vista critico, scelga di cosa occuparsi, (e come farlo!) a seconda delle proprie inclinazioni, dello spazio e tempo a disposizione, degli interlocutori, delle sedi, del momento, e del proprio gusto personale. No?
      Nel senso, se un certo fil rouge si trova ad “accomunare” varie poetiche, questo mi sembra anche un passaggio naturale, endemico, non necessariamente di stampo – passami il termine – “mafioso”, ecco.
      E come giustamente ricordi, tu ti stai occupando di poesia con una certa sistematicità, e lo stai facendo sullo stesso sito (NI) che ospita contributi anche di diversissima natura, per cui, boh, che se discuta o no, per me va bene così, per quella che è la mia idea – quantomeno – da redattrice.

      • Sul concetto di interesse e disinteresse si potrebbe ragionare a lungo. Anzitutto, ci si potrebbe interrogare sul valore di poetiche e posizioni critiche a interesse limitato, e dunque a responsabilità limitata -e qui il dissòs logos assertivo-non-assertivo non c’entra. Da un altro punto di vista, ci si potrebbe chiedere cosa si intenda per interesse: se una attenzione disinteressata; o non piuttosto qualcosa di più concreto e basso, un interesse specifico che conduce a un’attenzione condizionata da un intreccio relazionale concreto, d’ambiente, di mini-cordata, o quel che si voglia, visto che hai evocato l’idea -che non mi apparteneva -di passaggi di stampo “mafioso”. Ci sono insomma una serie di “costumi” della poesia -e della comunità poetica (e le due cose andrebbero distinte, e si dovrebbe anche distinguere fra tic stilistici e costumi dell’environment)- italiana, non solo contemporanea, che restano un po’ troppo in ombra, secondo il mio modestissimo parere. Per il resto, la tua risposta -o si dovrebbe dire, la tua conferma- è precisamente ciò che ci si attendeva. Bisognerebbe comunque emanciparsi da certe linee di pensiero. L’attenzione a forme diverse di poetica non è una perdita di tempo o una contaminazione dell’alto prestigio del critico, ma una ricchezza. Altrimenti, per citare chi ne sa più di me, Parigi rischia di essere grigia davvero.

        • “Bisognerebbe comunque emanciparsi da certe linee di pensiero.”: esattamente!
          Intanto il dialogo intendeva dire proprio questo, ma vedo che non siamo riusciti a spiegarlo/o forse non vogliamo capirci? non lo so, Dan.
          Parlo per me: “L’attenzione a forme diverse di poetica” è cosa buona e giusta, se si intende fare una campionatura, se se ne ha l'”interesse” (nel senso più puro del termine!) e la capacità e la voglia.
          Sempre per quanto mi riguarda, dacché non mi sento di appartenere a nessuna “schiatta”, e dacché non mi permetto di parlare per altri, mi sono sempre occupata – e continuo a farlo – di scritture anche molto distanti fra loro, sia in prosa che in poesia, ma che siano congeniali col mio gusto estetico, letterario, e critico. Per citarti: che asseriscano o meno, non è affar mio.
          Se Parigi rischia di essere grigia non lo so, ma forse non saremo nemmeno noi a decretarlo, no? :-)

  4. La poesia è un’esperienza di linguaggio niente affatto referenziale se non rispetto al proprio farsi. Non autoreferenziale, pertanto, ma intesa al farsi di un mondo. Esperienza di pertinenza letteraria, in nulla diversa da altre esperienze di linguaggio che non utilizzano la versificazione. Non so perché il romanzo e altre forme di narrazione debbano essere categorizzate separatamente. In letteratura è dirimente il processo di generazione del racconto. Se il messaggio è preesistnte, preconnfezionato, rispetto al momento dell’azione scrittoria, il risultato, al limite, non è letteratura. Poesia non è mettere in versi, romanzo non è mettere in prosa, in posa. Fabbricare versi e fabbricare prosa è funzione generativa, esattamente come scopare. Da un secolo tondo, anzi da più, mettere in posa il mondo, in versi e in prosa, non licet. Il mondo si sa raccontare benissimo, non ha bisogno dei letterati. Anche diversi editori non ne hanno bisogno. Mercato e cultura non vanno daccordo.

  5. Caro Andrea,
    il dialogo è nato da una semplice occasione estiva, ma abbiamo atteso che finisse la calura per avere la mente più fredda. Quello che ci siamo proposti è piuttosto semplice, cioè ragionare in pubblico nel tentativo di mettere in ordine alcune questioni emerse più volte negli ultimi tempi.
    Nessuna pretesa di definire la poesia (con la maiuscola o la minuscola), né di fare della facile sociologia della letteratura. Diciamo che si potrebbe leggere il dialogo come un tentativo di fare il punto, con la prospettiva di avviare un lavoro in profondità.

  6. Se uno (o entrambi gli interlocutori) fosse stato un poeta (come io lo intendo) d’estate, sotto la calura, con la prospettiva di discutetere dei *costumi della poesia*, avrebbe alluso al bikini. Meglio ancora, al tanga e alle *vere* fonti dell’ispirazione che da essi promanano.

    :)

  7. Scusate Massimiliano e Francesca vi rispondo con ritardo. Avrete ragione anche voi sull’esigenza di fare il punto. E ben contento se è stato utile. Io per parte mia purtroppo ho ormai reazioni idiosincratiche sulle questioni relative alla salute o meno della poesia, ma sarà lo starci in mezzo che mi ha fatto ammalare. Un abbraccio.

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