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Ancóra

Ancora_webdi Hakan Günday

Ormai sapevo tutto. Ero in grado di percepire in quale parte di un cadavere le larve si ammassavano prima di uscire! Vedevo e percepivo tutto! Proprio tutto! Il buio, i vestiti, i pezzi di stoffa infilati nelle narici non servivano a nulla, perché sentivo il loro odore. I confini tra i miei cinque sensi erano spariti ed erano travolti dalla vita. Non avevo più nessun posto dove fuggire. Nemmeno l’oscurità era sicura, perché vedevo tutto nitidamente, come un animale notturno! Anche a occhi chiusi! Era come se le palpebre fossero forate! Trattenni il respiro nell’estrema speranza di calmarmi. Non servì a niente, quindi ritentai. Cominciai a contare, poi non resistetti più, ripresi fiato e restai di nuovo in apnea. Contai! Espirai e poi mi trattenni ancora. Contai. Feci questo per forse un’ora intera. E nel frattempo continuavo ad agitare le mani. Alla fine vidi davanti ai miei occhi un puntino bianco e accadde tutto in un attimo. Il punto si ingrandì e diventò un velo bianco, che cadde su di me come una rete. Fu allora che le mie pulsazioni diminuirono e aprii gli occhi. Ero in un tunnel. Una galleria dalle pareti rosa e nerastre. Ero nel mio intestino! Poi tutto tornò bianco e, quando aprii gli occhi, vidi milioni di linee, come venature luminose in un cielo oscuro. Si diramavano da un unico punto in mille direzioni, formando altri centri che a loro volta ne sprigionavano delle altre. Stavo guardando una ragnatela gigante con milioni di centri. Una trama tridimensionale. Ero nel mio cervello, in una prigione costellata di nervi… Non avevo bisogno di parole per rendermene conto. Sapevo soltanto di trovarmi lì. Potevo muovermi liberamente nel mio corpo. Non ero andato via da quel corpo, ci ero dentro. Dovevo solo concentrarmi e aprire gli occhi per vedere apparire davanti a me qualsiasi parte del mio corpo. Non ero per niente stupito. La capacità di vedere all’interno del mio corpo mi risultava del tutto naturale. Come se ogni essere vivente al mondo potesse farlo a suo piacimento, e seguire il flusso del proprio sangue…
Quel giorno, circondato da quei cadaveri e quelle larve che se ne cibavano, trovai rifugio nel mio corpo, non avendo altro luogo in cui andare, e aprendo gli occhi vedevo tutto. Non era un’allucinazione, perché vedevo parti e organici cui non conoscevo neanche l’esistenza prima di quel momento. Non sapevo come si chiamassero, come funzionassero, né che forma avessero. Non potevano essere frutto della mia immaginazione, perché non li avevo mai visti prima di allora. Eppure ero riuscito a vederli. Addirittura anni dopo, quando mi sarei interessato di anatomia umana, quelle figure che avrei analizzato nei dettagli per la prima volta non mi sarebbero risultate affatto sconosciute. Perché io quel giorno mi ero completamente chiuso al mondo esterno per esplorare me stesso. Era la prova che l’uomo fosse in grado di percepire se stesso e il corpo che possedeva senza limiti. Ed era tutta una questione di respiro. Era il mio premio per una scoperta fatta inconsapevolmente grazie a un semplice gioco di respiri… Un premio che mi aveva permesso di percepire ogni organo e cavità del mio corpo… Non avevo più bisogno di guardare l’orologio. Potevo sentire l’incedere dei secondi come se fossero le mie pulsazioni e potevo contare i minuti e le ore senza problemi. Non c’era bisogno di alcun nome per me, per il mio racconto, né per il mio film. Io ero il tempo…

  • Vincitore del Prix Médicis 2015 in Francia, dove è stato il caso letterario dell’autunno, best seller in Turchia, Ancóra, edito in Italia da marcos y marcos, sarà presentato col suo autore a Roma:
    lunedì 1 febbraio, ore 21
    Libri e bar Pallotta, piazzale di Ponte Milvio 23
    martedì 2 febbraio ore 18.30
    Libreria minimum fax, via della Lungaretta 90/a

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