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Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito

Testo e foto di Chiara Cerri

 

Torno a Varanasi, solo col pensiero.
Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite?
Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli con la mente fresca e quieta del ritorno.
Ci sono foto che rivedi ed è come un tuffo in un passato lontanissimo che è solo di cinque mesi o di due anni fa.
Se i ricordi si sparpagliano riapro il mio diario di viaggio e tra le righe di una calligrafia sempre diversa tutto riprende le fila, i giorni si susseguono, gli itinerari combaciano, i nomi tornano alla mente.

Sono arrivata a Varanasi dopo l’avventura notturna di 11 ore passate su un autobus scricchiolante preso a Sunauli, al confine col Nepal. Le ossa del culo dolente sul sedile in ferro e la testa appoggiata al finestrino, l’aria polverosa che entra, il tipo seduto di fianco a me che riesce a dormire in uno spazio vitale di meno di un metro e la sua testa che ciondola sulla mia spalla.
Arrivata a Varanasi, la priorità, ancora prima di affrontare il branco di indiani pronto a contendersi i nuovi turisti, era quella di svuotare la vescica. Perché per tutto il viaggio non avevo avuto il coraggio di scendere per andare a pisciare con il rischio di ritrovarmi sola al buio e con le mutande abbassate in un luogo sperduto dell’Uttar Pradesh, mentre il mio autobus scalcinato ripartiva.

Varanasi: da Varuna ghat ad Assi ghat. Quanti ghat ci sono a Varanasi? Quante mucche? Quanti sputi per terra? Non ho provato a contarli, ma ho provato ad abituarmici.
I ghat sono le postazioni lungo il Gange dove avvengono le abluzioni, in cui la gente va a purificarsi, a fare il bagno a lavare i propri vestiti. Dove i cani vanno a mangiare quello che l’acqua porta a galla e la gente va a morire.
Varanasi è la prima città sacra per l’Induismo, proprio dove il Buddha dopo l’illuminazione, fece il suo primo discorso sulla sofferenza e sempre secondo l’Induismo è l’unico posto al mondo che permette agli uomini di sottrarsi al ciclo delle reincarnazioni, entrando direttamente nel paradiso di Shiva.

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A Varanasi è stata la luce dell’alba ad accogliermi, così come l’odore di lurido, gli edifici degradati, le enormi vacche che camminavano placide per strada, i colori sgargianti dei meravigliosi sari, gli indiani che camminano scalzi e quelli accasciati a terra.
Varanasi la città il cui suolo è tappezzato dagli schizzi rossi del paan, sputi che sono come stampe grafiche su una strada lorda.
Ti perdi nei suoi vicoli, e poi ti ritrovi inconsapevolmente di fronte ad un ghat, perché davvero è il caso di dirlo: tutte le strade portano al Gange. È lì che si va a morire, pregare, purificarsi, lavarsi i denti, piangere, buttare i corpi morti.

In India la morte è un fatto serio e viene trattata con rispetto e naturalezza, i ghat della cremazione sono due: il Manikarnika ghat è quello più grande, destinato esclusivamente agli indù, e il Harischandra ghat più popolare e piccolo.
Ogni giorno in questi due ghat si svolgono centinaia di cremazioni, se superi le vacche, i tori, i mendicanti, il legname da ardere, i turisti e la sporcizia arrivi a vedere i fuochi. Puoi solo guardare e non fotografare, a meno che tu non sia disposto a pagare.
Qualche ciarlatano ti si avvicina per spiegarti come funziona, raccontarti del processo di purificazione, di quanto l’anima conti più del corpo, te ne rendi conto perché hai gli occhi pieni di fumo e la cenere infiltrata nelle narici finché poi allunga la mano e ti chiede dei soldi. E se non paghi ti maledice, ti caccia.
È questo il canto straniante dell’India: lo spirito e la materia in una lotta continua.
I corpi arrivano in lettighe di bambù, accompagnati dai familiari uomini, perché le donne non sono ammesse al rituale, al ritmo scandito delle parole “Ram Nama Satya Hey!” che significano “Il nome di Dio è verità” vengono poi immersi nel Gange per essere purificati e adagiati ad aspettare il loro turno.
I familiari sono vestiti di tuniche bianche, li riconosci perché sono seri, concentrati, ma nessuno piange o si dispera: la morte è un fatto a cui non ci si può ribellare, è un passaggio naturale.
Il momento clou si chiama Kapal Kriya: il cranio si apre per effetto del calore, così che l’anima liberata dal corpo possa salire in cielo verso gli dei. Quando questo non accade naturalmente il “dom” (l’addetto alle cremazioni) deve rompere il cranio con un colpo di bastone sulla fronte all’altezza del terzo occhio.
Di solito i fuochi vengono suddivisi per distinzione di casta, più i falò sono grandi e pieni di legna e più sono costosi, di conseguenza appartengono a famiglie ricche, per quelli che non possono permettersi la cremazione i corpi vengono buttati in acqua con un sasso legato ad un piede. Insieme a tutti gli altri che non vengono bruciati perché non hanno bisogno della purificazione del fuoco: donne incinte, bambini sotto i tre anni, sadhu e lebbrosi vengono lasciati cadere sul letto del fiume.
Molto spesso i corpi che risalgono in superficie vengono mangiati dai cani, dagli uccelli o altri animali di passaggio.

Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito quello che c’è dentro questo sporco: è agghiacciante, surreale e commovente, odora di fumo e ceneri. Morte e vita. Ti mette di fronte a quello a cui tutti noi non ci possiamo sottrarre.
È una cicatrice che ti resta sulla pelle.

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2 Commenti

  1. […] si intitola La metà del diavolo e lo trovate ben descritto qui. Il posto del mondo è una città dell’India in cui non sono mai stato; la trovate acutamente descritta su «Nazione indiana» da Chiara Cerri; vi […]

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