Due letture (anche un po’ teoriche) di poesia: Vincenzo Frungillo e Italo Testa

30 gennaio 2017
Pubblicato da

di Andrea Inglese

 

Sì, pare proprio che per evidenza tangibile la poesia esista, si scrivono ancora libri, e se ne pubblicano, anche se il lamento funge da sottofondo costante così come il senso apocalittico di scomparsa del genere, di sparizione della letteratura, di svaporazione del libro. E invece libri di poesia circolano ancora come uno strano, ingiustificato avanzo, e viene pure voglia di leggerli, e anche di fornire un minimo resoconto di quanto sia successo in occasione di tale lettura. Mi rendo conto che questo è un incipit un po’ troppo solenne, drammatico, per introdurre una banale recensione di testi poetici. In effetti, lo considero una sorta di formula cerimoniale, affinché non si dia per scontato questo fatto: non tanto che si scriva ancora poesia, ma che sia possibile anche crederci nella poesia, mentre la si sta leggendo. Quando parlo di credenza, mi riferisco alla certezza più o meno salda, più o meno manifesta che qualcosa avvenga d’importante nella fruizione del testo, qualcosa che non si limiti al puro riconoscimento (“ecco una poesia”) o al puro giudizio (“mi piace, è una bella poesia”). Per questo più che una recensione, vorrei considerare questo mio resoconto di lettura una sorta di test, di prova, di esercizio pratico per vedere se qualcosa è accaduto, da un punto di vista piattamente fenomenologico nel corso della lettura. Oggi, infatti, la grande ansia di sparizione ha a che fare, secondo me, con la scomparsa non del genere (né del pubblico), ma con la dissoluzione di qualcosa che assomiglia a una “scena ufficiale” della poesia, in grado di fornire almeno l’illusione condivisa di una chiara gerarchia delle opere, e di un possibile canone di esse. È mia personalissima convinzione che possa esistere ancora poesia efficace, anche senza una scena ufficiale e un canone che ne siano in qualche modo i garanti istituzionali. Semplicemente il terreno della contesa risulta illimitato, così come perpetua è l’incertezza relativa ai valori presenti nel campo, e ciò nonostante una parte della critica letteraria ancora lavori per una fissazione dei valori e una risoluzione delle contese. Di questa condizione generale, quindi, è inutile appioppare ciclicamente la responsabilità alla critica, che fa quello che può e che soprattutto agisce in una sorta di intermittenza cronica, in uno spazio di ascolto per altro saturo di pretese “critiche” e “canonizzanti”.

Limitiamoci, allora, al test. Naturalmente parlerò di due autori che non solo conosco, ma che sono anche amici, Vincenzo Frungillo e Italo Testa. Lettori avvisati. Comincio dal libro di Frungillo Le pause della serie evolutiva uscito nel 2016 per la casa editrice Oèdipus, in una nuova collana “Croma K”, curata da Ivan Schiavone. Due parole su Oèdipus. Abbiamo qui un lavoro editoriale tenace, di lunga durata, mirato e esigente, nei confronti di scritture che, in vario modo, sono riconducibili alla categoria di “scritture di ricerca”. Oèdipus, insomma, ha una sua storia, una sua identità precisa, nell’ambito della piccola editoria di poesia. Inoltre, il suo è un catalogo assai ricco che non si limita ai libri di poesia, ma include più di una dozzina di collane. Ma veniamo a Frungillo, all’autore. Quello che mi ha colpito abbastanza presto, leggendolo e in seguito conoscendolo di persona, è la sua non facile collocabilità nel campo poetico. Chiarisco subito che ciò non è di per sé una virtù sul piano della pratica poetica. Si può essere difficilmente collocabili, senza per forza essere interessanti. Nel momento, però, in cui un autore è interessante, la sua difficile collocazione comincia ad acquisire i tratti della virtù. Almeno agli occhi di uno come il sottoscritto, che teme come la peste gli atteggiamenti prescrittivi in ambito letterario e artistico.

Le pause della serie evolutiva conferma l’idea di un autore che, pur essendo in dialogo vivo e costante con i suoi contemporanei, e in grado di ascoltare con autentica curiosità, predilige comunque un itinerario solitario e piuttosto impervio. E dico subito che Le pause della serie evolutiva richiede al lettore concentrazione, pazienza, tempo per letture ripetute e anche per letture abbastanza sistematiche. Lo vuole innanzitutto il genere un tale livello di applicazione, si dirà. Vero. Da qui la sua scarsa popolarità. Nel caso, però, di Frungillo siamo di fronte a un libro, in cui l’architettura complessiva ha un peso importante per la comprensione di ogni singolo testo. Insomma, questo libro non è una raccolta di componimenti autonomi, ma un libro molto strutturato, che consta di due parti, la prima delle quali contiene quattro sezioni, e la seconda tre sezioni. Ogni sezione, poi, si presenta come una serie di più testi poetici. Forse la pura e semplice raccolta di poesia non esiste, e anche in un libro di Sandro Penna o di Patrizia Cavalli sarà possibile rintracciare architetture d’insieme. Leggendo le Pause, siamo comunque avvisati fin dalla quarta di copertina che “il tutto si presenta come una fenomenologia scandita per stazioni”. L’autore ha orchestrato un itinerario per figure, e ce lo fa sapere in modo inequivocabile: ci aiuta, ma anche fa gravare su di noi un monito sui criteri della “buona fruizione”. Nel modo in cui concepisce, pensa, scrive poesia, Frungillo ha qualcosa di molto ambizioso, addirittura di massimalista. Ripeto qui, quanto detto a proposito della difficile collocazione in correnti e tendenze. Un certo minimalismo, in certi casi, è saggezza, e arte consapevolissima. Il massimalismo poetico può partorire mostri. Ma è abbastanza chiaro, leggendo La pause, che la poesia dell’autore ha bisogno di “prendere voce” a partire da una certa complessità e stratificazione di materiali. Già questo ci dice che Frungillo esorbita dal paradigma lirico-espressivista, concentrato sulla valorizzazione degli istanti vissuti, colti nella loro discontinuità. L’andamento di Frungillo è quello semmai del poemetto, in cui si percepisce l’esigenza costante di legare, includere, articolare, produrre continuità non solo ritmica, metrica, strofica, ma anche ragionativa, tematica, lessicale. E aggiungiamo subito che, forse, quella di Frungillo è una poesia di pensiero, ossia interessata al senso, alla possibilità di produrre un senso, che ovviamente non si realizza per concetti, ma per figure, ossia per immagini, episodi, oggetti organizzati attraverso il linguaggio poetico.

Il metro e il lessico di Frungillo, ossia il suo linguaggio poetico, sono orientati a una sorta di “classicità”, ossia allo sforzo d’imporre forme e visioni nitide all’oscurità che preme costantemente contro ogni tipo di codice figurativo. Prendiamo la prima strofa della terza e ultima parte della sezione Meccanica pesante.

 

Bisognerebbe scrivere un galateo di silenzi,

sottolineare che ce ne sono di diversi,

dai più bassi e volgari ai più alti e religiosi,

che i due estremi si toccano, si tengono insieme,

che in questa tangenza rientra ogni forma.

Eppure la nostra natura è fatta di parole,

la nostra natura è tradire, spostare l’ombra,

risanare ogni volta l’assenza che ci forma.

 

Naturalmente, i testi delle Pause poco sopportano di essere prelevati a frammenti. Ma questo esempio ci permette di cogliere la peculiarità della voce di Frungillo, che in questa specifica parte s’impone d’inserire il discorso in strofe di otto versi, con andamento ampio, cadenzato, pur non rispettando una stretta regolarità metrica, e scavalcando abbondantemente l’endecasillabo, che rimane comunque in tutto il libro una sorta di punto di riferimento ritmico, rispetto al quale misurare il proprio essere in difetto o in eccesso. Sembra che questi versi ingaggino una strana sfida nei confronti del pensiero astratto, dell’argomentare concettuale, seguendolo sì da vicino, ma per poi continuamente eluderlo, lasciando in sospeso ogni conclusione, ogni volontà di stabilire un nesso definitivo.

Ma cosa succede, insomma, leggendo questi versi? Essi cercano di portare il lettore in alto, lo vogliono spostare dal cerchio familiare della vita privata, del lavoro e del consumo, vogliono costituire una sorta di scalinata che sbocchi su di una diversa visuale, su quella visuale di specie, antropologica e nel contempo tragica, che ci rende memori, per un attimo, di un destino comune, che è dato dalla possibilità sempre prossima, sempre certa, della sparizione, del non-senso, dell’abisso temporale dentro cui una vita umana viene a ritagliare un abbozzo di storia, d’intreccio intelligibile. Lucrezio costituisce una figura chiave nell’itinerario costruito dalle varie sezioni: “Sapersi mutazione costante / oltre la divisione della caste, / anche se il mondo, / orfano del sublime, / vede ogni cosa senza la sua fine”. Ed è proprio, invece, verso il sublime “naturale”, cosmico, che ci conducono questi versi, attraverso la costruzione di una serie di voci, alcune individuali, altre corali, ma tutte sorgenti da paesaggi e tempi diversi, tutte un po’ raggelate e tese in una dizione che si vuole distaccata, sorvolante, a distanza.

È importante dire, a questo punto, che il lettore che io sono non crede all’innalzamento, diffida di questo moto che la voce ritmata di Le pause lo costringe a fare, per affacciarsi su una visuale sterminata e tragica. Io gli resisto, sono radicato con ogni parte di me dentro un presente, in cui si gioca ben altra partita, quella dell’integrazione sociale e della stabilità economica, che include le sfere private, con sullo sfondo il caos e il massacro quotidiano dei sogni collettivi. A questo scetticismo, che viene dal lettore, ed è ostacolo interno alla fruizione, si deve poi aggiungere l’ostacolo esterno prodotto dal testo, ossia una sua residuale e tenace oscurità, nonostante gli sforzi di dominio classico della materia e di nitidezza delle figure. La difficoltà inerente a un testo poetico è tutta reale, e nessuna smania divulgativa la farà interamente retrocedere. Chi legge una poesia, sente che la sua lingua naturale ha subito una torsione, che essa si allontana in una zona al contempo esemplare e straniante, ed è a questo allontanamento che il lettore si oppone con tutta l’ottusa ragionevolezza della propria lingua d’uso.

Comunque sia, Le pause vogliono farmi credere in una possibilità della parola di dire la mia collazione d’individuo nella storia della specie, che è una storia di “pause nella serie evolutiva”, ossia di buchi, sparizioni, catastrofi, smarrimenti di direzione e significato. Non sempre capisco e riesco a seguire, a fare mia questa voce, e non sempre mi persuadono le sue scansioni, il convergere di suono e senso, d’immagine e ritmo. Vi è però qualcosa che il libro di Frungillo riesce a fare: mi procura spaesamento, mi sposta verso un diverso insorgere della lingua madre, in cui di colpo s’intrecciano echi potenti, come quello di Lucrezio e Plinio il Vecchio, e di un patrimonio della storia e del pensiero antico che di colpo affiorano nei versi, in una frase poetica, senza che nessun contesto di saperi accademici o specializzati ne abbia preparato e legittimato la comparsa. E in un’altra sezione (Stephen), sono confrontato a una serie di “cori”, in cui qualcuno parla in nome delle migliaia di bambini francesi e tedeschi che nel 1212 costituirono la “crociata dei fanciulli”. Crociata di cui io nulla sapevo, e che mi è rivelata non dal testo poetico, troppo allusivo, ma dal paratesto, ossia dalle note di lettura dell’autore, in realtà stringate, ma assolutamente indispensabili. Questo può fare la poesia, questo riesce a fare il libro di Frungillo. Un’operazione di spaesamento/spostamento all’interno della nostra lingua madre, che mi viene presentata frontalmente come un emblema, ossia qualcosa di opaco e incompiuto, che deve essere riempito di senso, e nello stesso tempo questa lingua, per poetica e distanziata che sia, è fatta di parole e articolazioni sintattiche che mi sono sempre, almeno in parte, trasparenti. Anche perché, nonostante ciò che abbiamo spesso un po’ frettolosamente sbandierato nell’ambito delle contemporanee scritture di ricerca, anche nella poesia più tradizionale, interna al paradigma lirico, il tasso di asemanticità è fondamentale e ineliminabile, così come quasi sempre ineliminabile è un residuo di semanticità anche nelle scritture più apertamente sperimentali. (Sul piano strettamente teorico, un intervento indispensabile per chiarire questo duplice aspetto del testo poetico lo si può trovare nel saggio Metrica e semantica di Franco Brioschi, incluso nel suo libro La mappa dell’impero del 1983.)

Dopo aver fatto il mio esercizio fenomenologico, mi rimane da rispondere a una domanda ineludibile in tale contesto: è bello il libro di Frungillo? È un bel libro di poesia, e l’autore è un buon poeta? La mia risposta è sì, la voce delle Pause è stata in grado, in alcuni momenti, di persuadermi compiutamente, ossia mi ha costretto ad abbandonarmi al suo ritmo, al succedersi delle sue figure, sollecitando in me associazioni inedite, riflessioni sopite, scorci entro cui diversamente si sono articolate le credenze sull’io, la società e il mondo. Anche un solo testo veramente persuasivo, da questo punto di vista, vale tutto un libro, se non un’intera opera. Quindi Frungillo è uno dei poeti che vale la pena leggere, e Le pause uno dei libri di poesia che vale la pena di possedere.

Anche Tutto accade ovunque di Italo Testa è uscito nel 2016, nell’elegante collana “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno. Anche questa collana sta divenendo un punto di riferimento nella produzione poetica contemporanea, e conta libri di diversi autori importanti, tra i quali Annovi, Policastro, Matteoni, Marmo, Giovenale e Ostuni. Della scrittura di Italo Testa mi ha colpito, fin da Biometrie (Manni, 2005), un’estrema nitidezza con cui veniva presentato il dato percettivo, una nitidezza che era tanto più rafforzata da una gabbia metrica assai serrata. Italo Testa è anche un filosofo, con un’opera teoretica alle spalle di notevole densità, e questa emergenza del dato percettivo nei suoi testi lo leggevo come una sorta di smobilitazione del concetto a favore di un concreto che emergeva, però, in una sorta di tersa estraneità. Cito una strofa tratta da un testo contenuto in La divisione della gioia (Transeuropa, 2010) e intitolato Un luogo qualunque:

 

quando la sedia accostata al muro

ha mosso un’ombra dentro la stanza

e i panni inerti sul ripiano

hanno mandato un lampo nel buio:

 

Non credo che potrei trovare esempio migliore: quattro versi compatti, che hanno la caratteristica di moduli autonomi, a bassissima densità semantica, che potrebbero essere ricombinati in altri mille componimenti, e che nascono da una sorta di amplificazione lirica di un non-evento, di un moto minimo infraordinario. Devo anche dire, però, che avvertivo un pericolo nella facilità e la sistematicità con le quali l’autore costruiva le sue macchine metriche che, pur in una sorta di svagata regolarità, tendevano a garantire una coesione e una promessa di continuità all’enunciato poetico. Tutto ciò, infatti, implica anche una buona dose di automatismi compositivi, da cui non è facile liberarsi, e dentro cui si può certo fare fuoco e fiamme, come dovrebbe accadere ai migliori neometricisti, ma senza la certezza di sfuggire alla monotonia e al tremendo “bello scrivere”. Non era questo il caso di Italo Testa, ciò nonostante quest’ultimo libro a me pare fungere da autoscossone preventivo, ossia da gesto di apertura e discontinuità, rispetto alla propria scrittura. Certo, solo in parte. Per certi versi, anzi, in Tutto accade ovunque è come se certi procedimenti già ben presenti in passato fossero giunti a compimento, guadagnando ulteriore nettezza e essenzialità.

La sezione che trovo più efficace è I camminatori, che era già uscita in una plaquette di Valigie Rosse, nella collana curata da Paolo Maccari. Mi sembra inevitabile percepire l’eco beckettiana che c’è in questi 18 testi, ma che è ancora più esplicita nell’ultima sezione Non ero io, che anche nel titolo pare evocare Not I di Beckett, monologo per il teatro del 1972. Qui non è ovviamente questione d’influenze dirette, ma di Beckett come paradigma o funzione della tarda modernità letteraria. Una volta riconosciuto lo sfondo, vi è poi la specifica operazione di Testa che dev’essere compresa. L’efficacia dei Camminatori sta nel porsi in una sorta di oscillazione costante tra letteralità, realismo e figuralità. Il lettore è preso, insomma, tra una sorta d’insufficienza di senso e d’inflazione di senso, e tra le due, di tanto in tanto, è sorpreso dalla banale adeguatezza tra il testo e il suo vissuto ordinario. Leggiamo, ad esempio, “ho provato a fermarli / digrignano / i denti con ferocia / e scalciano / sollevando i pugni / nell’aria / come in preda a uno spasimo (…)”. L’autore ci sta portando in una sorta d’inferno, di mondo parallelo, oppure siamo di fronte a dei moduli linguistici che possono disegnare uno spazio astratto di possibilità, a partire dal verbo “camminare”? In alcuni passaggi, sembra addirittura che l’autore si limiti ad una succinta cronaca, incarnando la visuale di un abitante di una metropoli contemporanea di fronte alla folla sciamante negli spazi pubblici.

Anche in questo caso, mi si permetta un inciso teorico. Porre la lettura di questi testi in termini di categorie quali “transitività” o “intransitività”, “realismo” o “anti-realismo” non ha molto senso. Questi testi sono sufficientemente lontani dalla descrizione di una situazione abituale secondo criteri assodati e condivisi (convenzioni figurative correnti), tali da mobilitare tutta una nostra peculiare curiosità e attenzione; nello stesso tempo, essi sono sufficientemente “imparentati” con situazioni che ci sono familiari, da permetterci di sovrapporre ad esse, alla memoria che ne abbiamo, delle nuove e un po’ astratte griglie figurative. Ed è a questo punto che la figurazione poetica dei “camminatori” contamina le nostre usuali categorie percettive e mnemoniche, spingendoci a vedere la folla quotidiana dei nostri simili, incontrata nelle strade cittadine, come le ombre dei camminatori nel testo poetico. La figurazione poetica, dunque, non è una semplice organizzazione di segni chiusa in sé stessa, neppure è una qualche immagine più o meno fedele della realtà, ma è un’interferenza tra un codice figurativo condiviso (la percezione quotidiana, “realistica”) e un codice figurativo simile (costruito nella stessa lingua naturale del codice precedente), tale per cui il nuovo codice s’introduce nel primo per disturbarlo, e per fare emergere così aspetti del reale inediti, perturbanti a volte, che in ogni caso richiedono una “revisione” degli schemi figurativi abituali. Insomma, dopo aver letto i “camminatori” si vedono diversamente i comuni “passanti”, e poco importa se di essi vediamo qualcosa di più o di meno, ma di certo appaiono ora “diversi”, e inevitabilmente c’è stato quello che non si può che definire un progresso conoscitivo.

Una parola sulla sezione che dà il titolo al libro: Tutto accade ovunque; qui Testa scommette sulla possibilità della frantumazione, della dispersione, di quella coesione testuale, spesso anche cantabile, di cui ha data prova nei suoi libri precedenti. E crea un sistema di ritornelli che, nel loro essere apertamente monotoni, disegnano situazioni limite e paradossali: “TUTTO ACCADE OVUNQUE // la donna che corre sulla strada / è ferma nel parco / la donna nella stanza / corre lungo la strada // TUTTO ACCADE OVUNQUE // parlo con qualcuno / ed è lui a parlarmi / dico qualcosa / e sono loro a dire”. Anche la sezione successiva, C. G., acronimo dell’attrice francese Charlotte Gainsbourg che compare nei testi, è costruita per dispersione e frantumazione di versi o parole nel bianco della pagina.

L’ultima sezione del libro, Non ero io, è costituita da undici prose numerate, costituite da una sorta di unica frase lunga che comincia in minuscolo, è scandita al suo interno esclusivamente da virgole e termina senza segni d’interpunzione, occupando quasi per intero la singola pagina. Si tratta di prose ritmiche, non narrative, non liriche o d’arte. Non sono nella migliore posizione, però, per parlarne, per un problema di eccessiva prossimità. Questo tipo di prose, nella mia esperienza di scrittore, sono state in qualche modo, e lo sono tutt’ora, la modalità con la quale ho praticato la cosiddetta “prosa in prosa”. (Il riferimento è qui al volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), che ha presentato le scritture di Bortolotti, Broggi, Giovenale, Raos e Zaffarano, oltre che del sottoscritto, con un inquadramento critico di Paolo Giovannetti e Antonio Loreto. Tale volume, al di là della qualità dei testi presenti che non sta a me giudicare, ha avuto se non altro il merito di aprire uno spazio di dialogo e riflessione sulle nuove forme della scrittura in prosa che attraversano il campo della poesia contemporanea in Italia.) Mi trovo, insomma, a condividere con Italo Testa un lavoro a partire dalla “funzione Beckett”, lavoro che nel suo caso, e spero nel mio, non ha nulla dell’insistenza epigonale, ma si radica nell’esigenza di combinare in modo proficuo, sul piano delle risorse ritmiche, strutture dell’oralità e della lingua scritta. Si tratta di strutture che ovviamente hanno caratteristiche divergenti, ma è appunto attraverso questa collisione tra spinte all’organizzazione ipotattica e spinte alla disgregazione paratattica e iterativa, che il testo acquisisce la sua fisionomia specifica e inedita, superando per altro la pretesa opposizione tra poesia dell’oralità e poesia del testo scritto.

Inutile aggiungere che, come nel caso delle Pause di Frungillo, anche questa lettura di Tutto accade ovunque di Italo Testa, muove da un assunto implicito: si tratta di un poeta importante, si tratta di un libro che vale la pena di leggere, per comprendere (e godersi) quel che accade nel mondo della poesia contemporanea.

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