La punizione

di Gian Piero Fiorillo

La sorella s’è tolta il cilicio!

Oh! la sorella. S’è tolta il cilicio.

Come se un folle si togliesse la camicia di forza!

Prendetela, ordinò la Madre.

 

La sorella senza cilicio correva leggera per i corridoi le stanze e il chiostro di quel convento che conosceva bene. Aprì una porta e fu nell’orto del contadino Ezechiele, scese pochi gradini ed eccola in un sottoscala senza pareti, coperto da fronde di palma, dove si poteva giocare a nascondino. Ma le inseguitrici erano tante e la presero. Sentì mani che la afferravano e frugavano sotto le vesti. Sentì che erano avide, ansiose. Percepì gli odori della clausura e gli affanni della rincorsa. Si lasciò andare alla tentazione del gioco, rise. Venne punita personalmente dalla Madre ai piedi dell’Altare. Pianse di dolore, non di pentimento. Pianse perché non riusciva a pentirsi. Pianse sentendosi lasciata sola a subire il flagello. Chi avrà cura della tua anima, serva di Satana? disse la Madre quando si stancò di colpirla. Lei tornò in ginocchio fino alla cella, trascinando il residuo di vita dolorosa risparmiato dalla punizione. Cercò di dare sollievo al corpo martoriato lavandolo con acqua fredda e si abbandonò alla preghiera. La notte stessa la sua Anima fuggì nel bosco, sotto una pioggia battente che non la disturbò. Incontrò altre anime fuggitive e cantò col respiro del vento. Il corpo rimase nel monastero senza parlare, senza nutrirsi, senza mai alzare lo sguardo da terra, in nessuna circostanza. Lo fa per umiltà, dicevano le sorelle. Lo fa per superbia, disse la Madre. Diventò irriconoscibile. Cadde davanti all’Altare dopo la funzione serale del Venerdì Santo e le ferite ripresero a sanguinare.

 

L’esorcista rimase sconcertato. È pura materia semovente, sospirò. Argilla senza principio. Il medico non riconobbe i segni di nessuna  delle trecentosessantacinque malattie mentali classificate. È un caso unico di vivente senza psichismo, sentenziò. Tutti gli psichiatri interpellati confermarono le sue parole. La Madre era molto agitata. Già diverse sorelle avevano abbandonato il monastero credendolo infestato dal maligno, e prima o poi avrebbero parlato con qualcuno. Interpellò un professore di fisica, restando però sul vago e avventurandosi in disquisizioni astratte. Chiese se potessero esserci energie ignote capaci di muovere funzionalmente un organismo senza l’intervento dello spirito e della volontà. Credendo si trattasse di un avvicinamento alla scienza da parte di quella donna austera e retriva, il fisico la ascoltò con interesse. Più, però, per l’inattesa svolta psicologica della religiosa che per gli argomenti in questione. Si divertì molto a inventarsi scrutatore di labirinti mentali, ma fu il solo a trovare dilettevole quel colloquio chiasmatico. “La forza di cui mi parla, Madre, non può essere che Dio.” “Non intendo quello” si urtò la Madre e mise fine alla disquisizione lasciando di stucco lo scienziato.

 

Vedendola tormentata, le sorelle rimaste cercarono di portarle conforto: Sia fatta la volontà del Signore, dissero. Qui si farà la sola volontà che conta, cioè la mia! se ne uscì lei al colmo dell’esasperazione. Subito dopo, rendendosi conto della somma blasfemia di quelle parole, si ritirò in preghiera. Trovò la sorella senza cilicio inginocchiata davanti all’Altare, immobile. Dal profilo della tunica si poteva indovinare che aveva lo sguardo rivolto a terra come al solito. La Madre non osò avvicinarsi. Ad onta di un innato senso pratico si era lasciata andare ultimamente a congetture superstiziose sulla consorella e ne aveva paura. Si inginocchiò sul lato opposto dell’altare e chiese al Signore la grazia della preghiera. Una preghiera sentita, non rituale: Fa’ che venga dal profondo.

 

Forse Dio la esaudì. Per la prima volta dopo lunghi decenni rivide la ragazza che era stata, libera ancora dalle costrizioni dell’abito. Correva sulla spiaggia e nuotava nell’acqua del mare. Si addormentava sfinita vicino ai genitori. Ebbe allora curiosità di se stessa. Provò a immaginarsi nuda. Adesso, da vecchia. In fondo non si conosceva. I lavacri quotidiani si svolgevano pezzo per pezzo nella più certa ignoranza delle fattezze corporee. Sentì il desiderio di un bagno. Sentì il corpo non come un nemico ma come un parte di sé.

 

Scattò in piedi. Fantasie, disse, nient’altro che fantasie del demonio. Corse nel suo ufficio, cadde spossata su una poltrona. Respirava a fatica. Prese un mazzetto di fogli bianchi, su ognuno di essi ripeté più volte le stesse frasi: Sono posseduta, il demonio mi regala immagini e voglie. Sono la sua seconda vittima. Quello che accadrà stanotte sarà frutto della sua azione e della mia resistenza. Lotterò perché nessun’altra, dopo me e la nostra sorella perduta, venga arsa dalla voracità del male. Questo luogo sarà redento.

 

La mattina dopo il suo corpo carbonizzato giaceva nell’androne principale, fra la cappella e il refettorio. Nessuno aveva sentito nulla e nessuno, neppure dopo le indagini dei magistrati e le perizie tecniche, fu in grado di ricostruire la dinamica dell’incidente. Seguirono anni di sospetti,  insinuazioni, ricerche. Infine il caso venne archiviato insieme alla vicenda della sorella senza cilicio, scomparsa la stessa notte.

 

È rimasto solo l’abito

Cantarono le sorelle

Abitato dal Buio

Domani riprenderà il cammino

 

 

gpf,

nelle notti insonni di febbraio 2017

 

 

 

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2 Commenti

  1. Cilicio e camicia di forza: guai a chi cerca di toglierseli di dosso dopo che altri glieli hanno imposti. Solo angoscia e dolore per chi cerca di sfuggire ciò che il sistema sociale ha deciso per lui, per lei.

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