Nel bosco degli apus apus #2

5 maggio 2017
Pubblicato da
di Mariasole Ariot
Apus apus: “Una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa, tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca “senza piedi”. Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo”. Quindi dorme in volo.
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Cadendo ci si attende ad un presente : lui  silenzia il foro, io mi chiudo, lui si muove, io mi espongo, lui ritira, io mi aggrappo, lui prepara la legna, io mi svesto, lui si aggancia, io mi cucio, io mi infiammo, lui mi sventra.
Questo corpo da cui non posso uscire mostra il segno del rovescio, una piega sul bordo del viso. Non è  fragile : porta in seno l’irriconoscenza, la solitudine della preghiera.  E dove, e come ci siamo attardati a guardare i vigliacchi seduti sulla riva. Dove sono, dove non parlo, dove il suono è dato dalle corde e non dal foro, dove non c’è nebbia, dove mi annego, dove non premi, dove mi taci.
Nel campo aperto ti vedo seminare, e non c’è tu che tenga : il foro del mondo ha dato la sua tesi : è presto – dice, è ora che sia notte.
Per un cucciolo di uomo che respira ne esiste un secondo che non ha buche : un rettangolo di carne senza odore.
***
 Era l’odore emesso dal pensiero incessante delle cose.

Esistevano così due diverse configurazioni del vivere-nel-mondo : il cervello rinchiuso all’interno di una gabbia, o una gabbia racchiusa all’interno del cervello. La seconda era la mia : una formazione solida e dura,  massa tumorale benigna o maligna a seconda dello stato in cui mi trovavo :  strada di campo o cartolina, passaggio o  passato, una corsa a piedi nudi o una rapina, una zolla di terra senza patria o un territorio. La mia gabbia portava il nome di certezza, saltava da un polo all’altro senza toccare il centro, il passaggio obbligato dei corpi di luce.

Il mio sguardo è aperto, il volto è attaccato ad uno spillo.

***

Passavano così giorni di treno e di menzogne, di cavalcate sulla slitta marina, delle notti di stellata.

Le ragazzine premevano piano alla bocca dello stomaco per sputare serpi calcate a forza dai secondini : immagini sottratte all’immagine,  lo scivolamento del chiacchiericcio solido decomposto per il gioco del nascondiglio. Le ragazzine più leggere venivano portate nella sala più grande, una a una deposte nelle piccole bare. Là cominciava il terrore : ridevano come pazze.
Le altre, gravide e col seno gonfio di latte, portate nella stalla ad abbeverare gli agnellini. I belati emessi dagli animali significavano vita, le grida delle ragazze tracciavano l’inferno.

Se Madrid era lontana alla vista di tutte, la vecchia volpe, contorta nello sguardo periferico di quella montata lattea, si dimenava fino a recidersi le corde vocali.  Una città non è un pensiero: l’hanno portata via quando la vita non era più in vita.

Cos’è una fine se non questo continuo iniziare l’impossibile? I grammi degli occhi sono pesati, le madri misurano le assenze.

***

Ora, in questa stanza vuota, gli oggetti galleggiano nell’acqua. La differenza è : vedere una lacrima sospesa nel soffitto, pensarsi lacrima, tuffarsi dalla finestra. Oppure : vedere l’opera d’arte in forma di goccia, fermarsi un istante, chiedersi : è una lacrima?

La dimensione della certezza è mortifera: ho le spalle al muro e il muro cede sotto il peso dei passati, sotto le sottane delle donne che non sanno ancora il nome con cui nominare il Tempo.

Più in basso, strizzando l’occhio, vedo una tormenta : sono i miei attimi immobili, la piccola camera chiara all’interno della bocca : dove sviluppo, dove i denti diventano conversazioni. Porti ancora una tenaglia nella testa?

Sognare di avere una parola al posto della lingua : è questa la più grande sofferenza.

***

Nelle camere del cervello si aprono talvolta brevi interstizi, dialoghi in forma di vuoto. Ci insediamo all’interno come piccoli animali da tana, o moscerini, e non siamo niente, e non siamo cosa, e non siamo tutto. Alberghiamo le finiture come calce per rattoppare gli spazi lasciati aperti dai ciechi fabbricanti del cielo. Ma se non è possibile partire dal vissuto per analizzare il contenuto, cominciamo allora dall’analisi per tornare al vissuto : significa diventare niente, strapparsi una ad una le zampette come fanno i ragni quando si ammalano – e poi, solo poi, morire.

Strisciare – madre – non è vedere : è l’unico modo che ho imparato per camminare senza che tu mi potessi sentire.

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5 Responses to Nel bosco degli apus apus #2

  1. Corrado Aiello il 5 maggio 2017 alle 17:30

    La prosa del malessere anela a un ritorno elementale, sublimato.
    Non è la forma del pensiero, e non è il pensiero.
    …l’acqua… (che non / è tempo e poesia).
    (Ri)vedere Tarkovskij.

  2. mariasole ariot il 12 maggio 2017 alle 09:24

    Grazie della lettura, Corrado. Cosa intendi quando dici “non è la forma del pensiero e non è il pensiero”? M’interessa la riflessione…
    Mariasole

    • Corrado Aiello il 12 maggio 2017 alle 11:48

      La tua è una scrittura che anela a farsi Poesia,
      a spogliarsi della veste pesante del pensiero.
      Credo sia questa la via.

      Ps. Sopra, mi riferivo soprattutto al cinema di T.

      <3

  3. mariasole ariot il 13 maggio 2017 alle 11:45

    Oh, il cinema di Tarkovskij!
    Grazie della risposta, caro Corrado. (sì, una sorta di proesia – almeno così la chiamavo da piccina)

    • Corrado Aiello il 13 maggio 2017 alle 12:26

      :)

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