The Good Intentions

15 maggio 2017
Pubblicato da

di Alberto Brodesco

TheGoodIntentions0010Cosa sono le buone intenzioni? Possono giustificare pratiche o condotte sbagliate? La film-maker Beatrice Segolini ha deciso di realizzare un documentario sulla sua storia familiare, in particolare sulla figura del padre, sul tabù che lo circonda. A dirigere The Good Intentions c’è un secondo regista, Maximilian Schlehuber. Il suo ruolo di invitato invisibile è fondamentale: accompagnando lo spettatore fra i panni sporchi che a quanto si dice dovrebbero esser lavati in casa, il co-regista fa da scudo e garantisce la legittimità dell’intrusione di uno sguardo esterno nello spazio domestico della famiglia Segolini. Schlehuber è un ospite che respira piano, non si fa sentire, non disturba. Lo spettatore è indotto a imitarlo.

La vicenda, intima, intimissima, appassiona sia per le intricate dinamiche relazionali fra i diversi componenti del gruppo familiare sia per il rispecchiamento cui spinge ogni spettatore (figlia, figlio, padre, madre), costretto a interrogarsi sull’educazione subita o elargita. Le dramatis personae vengono introdotte dalla voce della regista. Sono pupazzetti in un teatrino: Beatrice è rappresentata da una bambolina, suo fratello Michele da un cavallo, Stefano è un toro. La madre e il padre sono due dinosauri, e il padre è un dinosauro violento. Non siamo pupazzi, dice la voice off della regista in chiusura al prologo. Ma allora che cosa siamo?

Nella prima parte del film assistiamo a una discussione tra la madre e i tre figli a proposito del padre e dei suoi metodi educativi. Beatrice è ancora ferita, Michele ha un carattere più morbido, incline alla comprensione o al perdono, mentre Stefano (che, come affermano, ha ereditato alcuni dei tratti di durezza del padre) considera irrecuperabile il rapporto e non ha voglia o interesse a rivangare il passato. Il padre sembra un fantasma, brilla per la sua assenza, vuoto centrale attorno cui ruota la narrazione. E invece il fantasma appare in un maneggio. Il padre è un ex fantino di fama e continua a lavorare coi cavalli, addestrandoli con polso fermo. Il climax del film sta nel confronto tra figlia e padre, un dialogo notturno nella stalla. Beatrice indossa la giacca di papà. I due fumano, si muovono in una specie di danza nervosa, in cerca di equilibrio. Alle domande seguono i silenzi di entrambi, risposte in contrappunto. Il padre infine afferma: “Mi dispiace per il passato e sono contento di come sei”. “Non volevo niente di più”, risponde Beatrice. Si può ora tornare nella cucina della madre per l’ultima parte del film, a parlare ancora del padre, a vivere tutti insieme il senso di colpa di averlo fatto sentire in colpa.

The Good Intentions riesce a combinare due piani linguistici apparentemente in contraddizione, muovendosi con misura tra un approccio fly-on-the-wall alla Frederick Wiseman (la scena della stalla) e un meta-documentario riflessivo in cui è la presenza della camera a creare narrazione, costringendo i membri della famiglia a mettere in scena se stessi.

TheGoodIntentions0033Al cinema il lavoro di recupero della memoria familiare si basa spesso sui materiali auto-prodotti per rappresentarsi nel corso degli anni – i cosiddetti filmini di famiglia. È ciò che fanno opere importanti quali Un’ora sola ti vorrei (Alina Marazzi, 1996), Georg (Caterina Klusemann, 2007), Must Read After My Death (Morgan Dews, 2007), Tarnation (Jonathan Caouette, 2008) e altri. L’archivio viene interrogato per restituire un livello di realtà al di sotto dell’apparenza, per cogliere elementi del non-verbale, per indagare segni nascosti, per rivedere il passato col senno del presente. La strategia dell’archivio è però in gran parte preclusa agli autori di The Good Intentions dal fatto che molti dei VHS della famiglia Segolini sono stati sovra-incisi dal padre per registrare le partite di basket dei due figli maschi.

Il gesto tecnico della sovra-incisione non può non assumere significati simbolici. Alla stratificazione di ricordi prodotti dalle percosse subite in età infantile o dal loro fantasma (quella descritta nel fondamentale saggio freudiano “Un bambino viene picchiato”) si aggiunge una stratificazione materiale nei nastri, una rimozione/cancellazione/sovrascrittura fisica. L’infanzia dei tre bambini sbuca nelle pause tra un match di pallacanestro e l’altro. Ciò che emerge in questi spazi interstiziali sono squarci che potrebbero essere rivelatori o portare il documentario (e la memoria) in altre direzioni, come quando vediamo la madre che filma la figlia nel corso di un saggio di pattinaggio a rotelle. Le grida “sei brutta” e “…la grazia e la letizia di un elefante”. La reazione della bambina è in uno sguardo che non capisce, due occhi spiazzati tra l’ingenuo e l’incredulo. È forse uno dei passaggi più disturbanti del documentario, rimando a un altrove non-detto, non-indagato.

Il gesto di sovra-incisione attuato dal padre non sembra la conseguenza della volontà di nascondere o cancellare la storia familiare e il proprio ruolo in essa. Ricordare il passato non è per lui così importante, o almeno non importante quanto vorrebbe Beatrice. La perdita è inevitabile, gli errori irreversibili. Non resta che ammetterli e, in caso, gioire nell’averli superati. A Beatrice bastano le ammissioni e il rimorso del padre, e anche la madre afferma di sentirsi “liberata” dalla realizzazione del documentario, riconoscendo il valore terapeutico della parola. La minaccia rappresentata dal padre risulta disinnescata.

Lo spettatore si trova abbandonato in un emozionante reticolo di contraddizioni. La volontà dei registi di comunicare la sensazione di uno strano lieto fine si imprime su pelli che la vicenda familiare ha inciso e la memoria sovra-inciso. Il rifiuto definitivo della violenza e dei suoi metodi cozza con la comprensione per la debolezza della figura genitoriale (“non poteva fare meglio di così”, afferma Michele). L’assunto per cui la storia non si può cambiare sembra smentito dal fatto che affrontare il passato, parlarne, finisce per correggerlo. L’accumulazione silenziosa dell’inconscio è animata da grida, bucata da interstizi che emergono come ferite, lampi di reale in nastri a bassa definizione.

The Good Intentions. Di Beatrice Segolini e Maximilian Schlehuber (2016, 85′). Una produzione ZeLIG (BZ).

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