Per Mario Lunetta

23 luglio 2017
Pubblicato da

di Francesco Muzzioli

Mario Lunetta ci ha lasciati il 6 luglio. Amico generoso, intellettuale lucido e impegnato, scrittore inventivo e prolificissimo in tutti i generi letterari, oltre che organizzatore infaticabile sul territorio romano, ora sta a noi rileggerlo e commentarlo come figura centrale nella letteratura di questi anni. Occorrerà ripartire dalle prime opere: così, per ricordarlo, ho scelto la poesia introduttiva della raccolta La presa di Palermo, uscita nel 1979; qui Mario è alla sua terza pubblicazione poetica ed è già tutto lui nel proporre in apertura una sorta di autoritratto contrassegnato da spirito polemico (e da spirito politico, senza nascondersi dietro un dito) e insieme da ironia e autoironia, non senza un avvertimento al narcisismo poetico che sta rialzando la testa («la propria biografia / vale un soldo bucato»). Si notino le inventive inversioni (la «corsa di galli» e la «zuffa di levrieri») e l’ossimoro del titolo, Ouverture chiusa: ecco come si presentata la poesia della contraddizione, per usare il titolo di una sua antologia, in quegli anni ancora a venire.

 

OUVERTURE CHIUSA

questa che segue o precede

è un’allegra corsa di galli, una zuffa

di levrieri, vista con vista miope

da dentro il cubo di plastica, masticando

chewingum.

Nella febbre, nell’ozio, nei

ghirigori del capelvenere, tortuosi: urlando

a squarciagola, sussurrando patetici:

nel rictus.

    Volano le macerie, s’inabissa

qualsiasi storia personale: la propria biografia

vale un soldo bucato. Col golf e lo stiffelius

bagnato di pipì, qualche blatta fuggitiva. E la saliva

secca nella gola squarciata, su e giù:

ringraziando

chi scrive (sul chi vive) tutti senza esclusione

coloro che dai giorni della Comune

hanno dato parlando, scrivendo, vivendo politicamente,

un contributo per cacciare di casa la vecchia zia:

la Borghesia.

         E se l’imbuto ci risucchia, via,

non saremo noi gli ultimi.

1974

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