Guerre di Spagna

8 ottobre 2017
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di Daniele Comberiati

In giorni in cui la Spagna si interroga (e ci interroga) sulla persistenza degli stati-nazione, su nuovi e vecchi nazionalismi e sull’ambiguità di termini come “libertà”, “democrazia” e “indipendenza”, non è forse fuorviante riflettere su un libro di Luciano Curreri da poco uscito per i tipi di Quodlibet, all’interno di una nuova collana, “Elements”, che presenta brevi saggi di storia culturale scritti e pubblicati in diverse lingue, e per la quale da poco hanno visto la luce A che ora si mangia? di Alessandro Barbero, breve ma ricca analisi su come lo spostamento degli orari dei pasti abbia influito o sia stato influenzato dai cambiamenti sociali e politici, i lavori di Gabriele Fichera sul concetto di impegno in Pasolini, Kalisky, Sciascia e Mertens, e il bel saggio di David Becerra Mayor sul realismo sociale in Spagna.

Anche il libro in questione, Fiction, propagande, témoignage, réalité. Cinq micro-essais sur la réprésentation de la guerre civile espagnole en Italie, scritto in francese, è totalmente incentrato sulla Spagna e sulla sua guerra civile, che fin dall’inizio scrittori stranieri si accinsero a descrivere. Non fanno eccezione gli italiani, anche se, per la nota vicinanza ideologica fra Mussolini e Franco, saranno numerosi (e ben indagati nel primo capitolo del libro, 1936-1940. Roman, reportage, théâtre, cinéma, BD au service du fascisme italien) gli autori che elogiarono la liberazione dai rivoluzionari. Scrittori oggi dimenticati come Paolo Sghinolfi utilizzano termini ed espressioni come “orrore” e “tragica ora” per riferirsi all’avanzata delle truppe rivoluzionarie. D’altronde la guerra di Spagna si presenta fin dall’inizio (e a maggior ragione a posteriori) come archetipica: per Guernica, certo, primo bombardamento “moderno” che apre la strada a nuovi stratagemmi militari che di lì a poco sarebbero stati sperimentati nella Seconda guerra mondiale, ma anche per la sua “lunga” durata, che apparentemente può apparire un controsenso vista la comune cronologia 1936-1939. Eppure questa guerra, come molte guerre moderne, non finisce con la vittoria del franchismo, e forse neanche con la morte del generalisimo nel 1975. La guerra di Spagna è anche Madrid contro Euskadi, dalla costituzione dell’Eta fino alla recentissima deposizione delle armi consegnate all’esercito francese al di là della frontiera, e indirettamente i suoi effetti possono scorgersi persino nella gestione maldestra, da ambo le parti, del referendum catalano. Una guerra anche di lunga durata e bassa intensità, dunque, ma al tempo stesso una guerra che, dalla parte dei Repubblicani, doveva essere narrata perché per anni la storiografia ufficiale l’aveva del tutto deformata, come se ribelli e non franchisti fossero scomparsi dalle memorie dopo la sconfitta. Il libro si apre proprio con una domanda solo apparentemente retorica: esiste, è esistita la guerra di Spagna o è stata solo narrata? Il rapporto fra fiction e realtà indagato nel libro –  che ci riporta a precedenti lavori di Curreri, primo fra tutti quel Le farfalle di Madrid, sull’Antimonio di Sciascia, che è apparso anche in spagnolo nel 2009 – parte proprio dalle possibili risposte a questa domanda. Ogni narrazione presenta un lato del conflitto spagnolo che, proprio per la sua natura “civile” e “interna”, ma al tempo stesso intrinsecamente internazionale (e l’autore ricorda il ruolo decisivo di italiani e tedeschi accanto a Franco, ma anche delle Brigate Internazionali), risulta ancora oggi un oggetto storico estremamente difficile da maneggiare.

Il cinema, pur non facendone un argomento ossessivo, non è stato certo a guardare: attraverso la panoramica esposta nel secondo capitolo, l’autore presenta L’assedio dell’Alcazar di Augusto Genina (lo stesso Genina de Lo squadrone bianco e Bengasi, due fra i principali film della propaganda coloniale in Libia), vincitore della Coppa Mussolini a Venezia nel 1940, come film paradigmatico per esporre le paure della destra e della chiesa sull’esito della guerra civile. I ruoli nel film di Genina sono rovesciati: all’interno di un intreccio melodrammatico, in cui fa da sfondo una storia d’amore, i falangisti resistono eroicamente all’assedio dei repubblicani a Toledo, fino all’arrivo liberatorio delle truppe di Franco. Diversi ovviamente sono i film usciti dopo il 1975, come Una vita venduta (1976) e Volontari per destinazione ignota (1977), entrambi prodotti dalla Rai ed entrambi attenti al rapporto del conflitto spagnolo con l’emigrazione meridionale italiana. Una vita venduta è tratta proprio dall’Antimonio sciasciano, e in generale il rapporto fra Italia e guerra di Spagna, nei due sensi (franchista e anti-franchista), è sempre stato costante a dispetto dell’intensità, come sottolinea una recente mostra del Museu d’Historia de Catalunya, a Barcelona, su “La visión del fascismo italiano sobre la guerra civil española”, in cui sono state presentate al pubblico, per la prima volta, alcune immagini inedite degli ottantamila legionari fascisti girate dalla Cinemateca dello Stato Maggiore del Regio Esercito. Uno sguardo verso la Spagna che, come l’autore nota, diviene anche un modo indiretto per riflettere sulla situazione e sulle scelte interne all’Italia.

È nelle conclusioni che l’apporto teorico del libro si fa particolarmente interessante. Curreri si interroga sulla possibile presenza di una “funzione” della Guerra di Spagna nella letteratura italiana, a partire da Elio Vittorini e Antonio Delfini che, benché costretti a nascondere le loro simpatie per i repubblicani, proprio durante il conflitto iberico maturarono le proprie convinzioni antifasciste. Certo, a parte Sciascia e Jovine, in altri scrittori (Brancati, Pavese, Dessì, Parise) le vicende di Barcellona e Madrid sono affrontate a latere, occupata, la nostra narrativa, in altre guerre e altri (post)fascismi. Eppure la ri-emergenza, a partire dagli anni Novanta, della guerra civile spagnola all’interno del romanzo neo-storico nostrano, pone altri interrogativi: perché d’un tratto lo scenario spagnolo torna ad essere così frequentato? Curreri invita a diffidare dai facili anniversari (il cinquantenario, la morte di Franco) e a ragionare su un aspetto più profondo: se quello spagnolo è stato, in Europa, il fascismo più recente, allora gli anni Novanta – periodo in cui il dibattito sul fascismo e sui (neo)fascismi in Italia è stato costante, dal punto di vista storico e politico – diventano il decennio in cui lo “spostamento” di scenario aiuta i nostri scrittori a riflettere anche sull’attualità italiana. Lucarelli, Tabucchi, Baldini, Cacucci, Arpaia, Ramondino (e ne dimentico molti) in modi e con risultati affatto diversi, si cimentano tutti con la guerra del 1936-1939. Certamente vi è un effetto a “rimorchio” dovuto al dibattito suscitato, anche in Italia, dal film Terra e libertà di Ken Loach, ma non si può negare la rinnovata centralità del conflitto spagnolo in queste narrative. Ma, anche qui tranne rare eccezioni, la Spagna potrebbe non essere altro che un pretesto: un modo per parlare e riflettere su noi stessi fingendo di parlar d’altro, senza essere costretti ogni volta a guardarci allo specchio. E il saggio in questione fa lo stesso effetto: parla della Spagna del 1936 ma sembra alludere anche a quella di oggi, nomina Franco e riporta ad un fascismo diverso e ancora più recente. Un libro estremamente attuale nella sua inattualità, si potrebbe concludere, così come la presunta marginalità della tematica spagnola nella narrativa e nel cinema italiani si è rivelata invece di grande utilità per affrontare e rappresentare dinamiche interne all’Italia.

 

 

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