Per una ricezione politica del romanzo storico

9 novembre 2017
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

La ricca produzione di romanzi storici, non raramente di buona qualità, ma soprattutto molto impegnati sul piano del rigore documentario nella ricostruzione dei soggetti trattati, sembra riflettere una marcata volontà di reazione a quello stato di cose descritto da Fredric Jameson in base al quale vivremmo in una nuova fase storica nella quale “siamo condannati a indagare la Storia per mezzo delle immagini e dei simulacri pop di quella storia, che come tale resta irraggiungibile per sempre” ( F.Jameson Postmodernismo, trad.it., Roma 2007, p.42). In questo senso è rappresentativo di un atteggiamento e di una preoccupazione diffusi quanto scrive William T. Vollmann, nell’introdurre le note esplicative delle fonti usate per il suo romanzo Europe central: “Questi racconti si fondano su fatti storici, ma con un rigore inferiore rispetto alla serie dei Seven dreams. Il mio fine, in questo caso, era quello di scrivere una serie di parabole su alcuni famosi, famigerati o anonimi attori morali europei osservati nei momenti di importanti decisioni. I personaggi che compaiono in questo libro sono, in gran parte, realmente esistiti. Ho svolto ricerche sulle loro biografie con tutta la cura di cui sono capace, ma la mia resta pur sempre un’opera di narrativa” ( op.cit., trad.it, Milano, 2010, p.963). In queste righe il lettore italiano non faticherà a trovare analogie con gli scrupoli, o forse sarebbe meglio dire le ossessioni, manzoniani nell’impostare il proprio rapporto con la materia storica, eppure il bisogno di Vollmann di fondare la validità letteraria delle sue parabole sul suo rigore storiografico non risponde solo alle esigenze di una poetica individuale. Infatti quanto scrive Vollmann esplicitamente è la premessa implicita di molti romanzi contemporanei e tale circostanza mi sembra che indichi innanzi tutto un tentativo di sottrarsi a quella condanna a cui si riferiva Jameson.

In realtà questa preoccupazione sembra essere una fisiologica presa di coscienza critica di alcuni dati del panorama culturale contemporaneo (  basti pensare a tutta  un’ambigua produzione di docufiction e di storie romanzate che dall’ambito del puro intrattenimento tendono progressivamente a presentarsi con pretese di impegno storico ed estetico) ed è naturalmente sempre positivo quando la letteratura mette in discussione i valori ideologici prevalenti. Sappiamo bene che il rapporto della cultura dominante del nostro tempo con la storia è una visione caleidoscopica in cui i fatti del passato non sono collocati lungo linee interpretative unitarie, ma appaiono come singole scenette, edificanti o meno, di una sorta di onnipresente wunderkammer, le quali, invece di allacciare fili di continuità con il passato, diventano optional iconografici per adornare un eterno presente immutabile nelle sue autorappresentazioni ed esternazioni ideologiche. E’ la cosiddetta condizione postmoderna, ma è anche in concreto l’esperienza che noi facciamo quotidianamente con il flusso di immagini e notizie con cui la rete ci inonda. Benché questa esperienza del flusso non sia affatto un elemento ineluttabile né una conseguenza neutrale dell’innovazione tecnologica, ma sia innanzi tutto un modo di percepirsi e rappresentarsi di una società in cui gli spazi di azione pubblica sono bloccati, la rete favorisce questa percezione della storia e della storicità come wunderkammer, in cui per così dire ogni avvenimento ha il suo link, in ragione delle sue caratteristiche comunicative; bisogna tuttavia aver chiaro che essa nasce per motivi storici, culturali e ideologici indipendenti dalle sviluppo del web.

A questo proposito è indicativo l’annuncio dello scrittore inglese Howard Jacobson, del quale mi capitò di occuparmi alcuni anni or sono ( cfr. G. Mascitelli Riscrivere la storia in Alfabeta2, 22/9/2013), della pubblicazione di una nuova versione de Il mercante di Venezia depurato da tutti gli elementi antisemiti. Questa ansia di riscrittura della storia, pur dettata da nobili motivi civili in questo caso, è un tipico esempio di come la costellazione culturale contemporanea abbia timore della propria storicità e avverta il bisogno di riorganizzare il passato e le sue opere entro i rassicuranti criteri del presente, fenomeno che a sua volta riflette una percezione della storia come repertorio da cui trarre ad hoc immagini ed exempla secondo le necessità delle circostanze.

D’altra parte la storia alla borsa dei valori epistemologici, e di conseguenza politici, attuali non gode esattamente di buona salute: il vento dell’utilitarismo e del neopositivismo che muove da quelle autentiche corazzate del sapere contemporaneo che sono le università statunitensi, le maggiori delle quali hanno ormai un bilancio superiore a quello dell’istruzione pubblica di un paese europeo di medie dimensioni, ha decretato che la conoscenza storica è inutile, improduttiva e non scientifica. Si potrà obiettare che non c’è nulla di nuovo in queste idee, che erano già tipiche dell’età vittoriana, ma sicuramente i mezzi economici, mediatici e tecnologici per realizzarle, ossia renderle credibili, oggi disponibili non si sono mai visti prima.

In un contesto di questo genere lo scrivere romanzi storici appare come una scelta in controtendenza rispetto alle coordinate della cultura contemporanea dominante ed è perciò comprensibile che molti scrittori fondino il loro lavoro sul rigore del dato storico. Questa ricerca di una piena attendibilità è ovviamente il sintomo della serietà di uno scrittore e come tale deve essere salutata, ma vi è un rischio che si nasconde in questo approccio. Il rischio è quello di pensare che l’evocazione meticolosa di un passato e la ricostruzione di una realtà storica siano di per sé garanzie sufficienti per fondare esteticamente il senso di un romanzo storico; si tratta però di un’illusione perché “il ‘reale’ in letteratura e nell’arte in genere, è piuttosto un ‘effetto di realtà’, che si basa largamente su convenzioni; tant’è vero che ciò che appare ‘realistico’ in un’epoca può non apparirlo in un’epoca successiva, o che l’effetto di realismo può essere raggiunto in modi molto diversi” (P.D’Angelo Le nevrosi di Manzoni, Bologna, 2013, p.202). Il romanzo storico, infatti, non può limitarsi a essere una storiografia diversamente raccontata, ma trova il suo significato più profondo nelle capacità di annodare fili tra un determinato passato e un determinato presente in nome di un’idea, individuale o collettiva in questo contesto non importa, di vita ed esperienza umane. In questo senso il romanzo storico trova il suo epicentro letterario e morale nella capacità di evocare implicitamente vite o mondi o società possibili e nel contempo di approcciarsi criticamente al presente tramite una vicenda passata, insomma per sintetizzare il suo carattere principale è quello di affrontare il passato a partire da una certa idea del presente.

Il panorama che ho sommariamente tratteggiato sopra non incide soltanto sugli autori, ma influenza fortemente anche il pubblico. Bisogna infatti tenere conto che il romanzo storico è tra tutti i sottogeneri letterari quello nel quale la ricezione gioca un ruolo molto forte nel determinare il significato di ogni opera. Il fatto che esso lavori su una materia di pubblico dominio, che ha una dimensione naturalmente collettiva, mette in gioco il rapporto dei lettori con essa più di quanto accade con testi di altro genere. In questo senso, semplificando un po’, si può affermare che la storia di questo genere ci ha consegnato varie forme di ricezione delle opere, a volte nemmeno ricercate programmaticamente dagli autori, le più importanti delle quali sono quelle che potremmo chiamare monumentale, comunitaria e politica.

Nella prima l’argomento storico favorisce la sacralizzazione di un passato come fondamento e limite invalicabile di una società. Il passato opera sul presente nel segno di un’esemplarità e di un’irripetibilità che rende però possibile la vita adesso, una vita migliore di solito, e che è fonte di giudizio sui fatti attuali. E’ l’antica historia magistra vitae dei Romani. Lo scrittore qui “usa la storia come mezzo contro la rassegnazione” (F.W.Nietzsche Sull’utilità e il danno della storia per la vita, trad.it, Milano 1983, p.17) e segue la fede nella capacità dell’umanità di creare, se non l’eterno, il duraturo. Vi è dichiaratamente un intento del genere nel romanzo di Vollmann citato prima, per esempio, ma la sua realizzazione non dipende che in minima parte dalla volontà e dalle capacità dello scrittore perché esso può essere realizzato solo in virtù di una postura culturale del pubblico disponibile ad accogliere e validare un simile fondamento.

La ricezione comunitaria, che è la più direttamente connessa con il Romanticismo, opera nel presente in nome di un passato negato o disatteso: essa raccoglie un’eredità non riscossa da parte di una comunità a partire dalla quale scuote o meglio contesta lo stato di cose presenti. In alcuni casi finisce con l’avere una funzione mitopoietica o, più precisamente, di invenzione della tradizione o, al contrario, una funzione critica di riscoperta della verità negata e, cosa più inquietante, talvolta entrambe le funzioni. In questo tipo di ricezione gioca un ruolo decisivo la cura storica dell’autore dell’opera nel rendere certi particolari e aspetti delle vicende trattate, ma è nel contempo quella che più dipende dagli orientamenti culturali e ideali del pubblico. Vale la pena di ricordare che in anni recenti è stato Spike Lee, con il film Miracolo a Sant’Anna ( 2008), a  riproporre un’opera che favorisse quasi programmaticamente una ricezione comunitaria per ricordare le pratiche discriminatorie subite dai soldati di colore della 92ma divisione Buffalo durante il secondo conflitto mondiale. Tuttavia le polemiche sorte con l‘ANPI e numerosi spettatori italiani in relazione al modo in cui la strage di Sant’Anna di Stazzema veniva rievocata nel film ( ossia come rappresaglia nazista per azioni partigiane e non come azione precedentemente pianificata) rivelano che il potenziale mitopoietico di un’opera storica tende potenzialmente a sollevare una sorta di conflitto delle ricezioni con altre comunità, anche se in questo caso specifico vi fu forse una mancanza di scrupolo nella stesura della sceneggiatura. Mi sembra  però certo che la ricezione comunitaria tende a favorire la percezione di un’identità comunitaria che si contrappone ad altre.

Caratteristica della ricezione politica è, invece, quella di trovare nel passato un paradigma e una matrice del presente. Il passato diventa un esempio non nel senso morale quanto come modello in negativo di un’operatività o di una logica del potere e in positivo dell’opposizione a esso. La distanza temporale è, per così dire, abolita perché c’è nel passato qualcosa che è ancora attivo e agisce. Lo sguardo del lettore trova allora una genealogia dello stato di cose presenti oppure una parte di passato che non passa perché coincide con il presente. Il testo allora interroga il lettore chiedendogli di prendere partito rispetto alla realtà che vive e di farsi carico della parte non pacificata della storia narrata.  Quando per esempio ne Il cimitero di Praga Eco o meglio l’agente segreto che è l’io narrante del romanzo racconta le circostanze dell’attentato mortale a Ippolito Nievo, tutta la serie di strane morti che costellano la vita pubblica italiane fino a oggi è riassunta esemplarmente senza bisogno di essere citata, almeno agli occhi di chi non si è ancora rassegnato all’impunità di queste morti.

Come dicevo sopra, tutte queste forme di ricezione dei romanzi storici sono in crisi a causa del contesto generale, ma è in particolare quella politica a subire maggiormente i danni di questa situazione. Ciò si spiega con la crisi della politica, dove con questa espressione non intendo la crisi in cui versa il ceto politico professionale in buona parte dei paesi occidentali, ma il processo di depoliticizzazione radicale che attraversa le nostre vite. Questo processo si configura come una perdita di cittadinanza o, se si preferisce, come un diventar passivi nell’esercizio delle nostre prerogative politiche a causa del predominio dell’economia. E’ quello che Daniele Giglioli ha chiamato stato di minorità e “che si riflette nel rimpianto evidente con cui gli autori anche i più giovani guardano alla storia spietata del Novecento” ( D.Giglioli, Stato di minorità, Roma-Bari, 2015, p.8). Il Novecento evidentemente viene visto con nostalgia perché era un tempo in cui era possibile, pur con mille contraddizioni, essere attivi.

Ora questa nostalgia, che fotografa d’altra parte una situazione oggettiva, cela in sé un rischio e una potenzialità positiva: quanto al rischio è abbastanza agevole indicarlo nelle serie difficoltà o addirittura incapacità a stabilire un rapporto con il presente, che non sia quello meramente nostalgico dettato dal desiderio di evadere da un mondo che per il resto sembra aver chiuso qualsiasi via di fuga possibile. Questo rischio è particolarmente alto perché insito innanzi tutto non nel lavoro degli scrittori, ma nella ricezione dei loro testi ( ecco perché insistevo tanto nell’affermare che le forme tradizionali di ricezione sono tutte in crisi) da parte del pubblico. Questo significa allora che gli scrittori si trovano a lavorare in condizioni di isolamento culturale e che possono contare solo sulle loro individualità per evitare lo scacco di un mancato rapporto con il presente, che a sua volta minaccia la pregnanza e il significato stesso delle opere.

La potenzialità positiva è che questa nostalgia possa evolvere in altri sentimenti più produttivi, anche magari rabbiosi, ma che consentano di giungere di nuovo a una critica del presente tramite quella del passato. Personalmente sono convinto che questo potrebbe essere un fattore culturalmente importante per un pubblico che   vive appunto una deriva come quella che ho evocato sopra. Arrivo ad affermare che il romanzo storico può svolgere un effetto positivo nell’innestare processi di presa di coscienza che contribuiscano a ripoliticizzare la cultura e quindi la società. E’ per questo che penso che la questione del romanzo storico sia oggi cruciale, anche se complessa.

Certo non mi nascondo che a fronte del fatto che gli autori si trovino oggi a operare in un crinale così pericoloso, disseminato di trappole postmoderne, l’unica contributo che posso portare è quello di un po’ di ottimismo della volontà. Sarà forse poco, ma dati i tempi che ci troviamo a vivere, non abbattersi, pur restando consapevoli della situazione, mi sembra un elemento prezioso e un incitamento sufficiente per proseguire.

( questo intervento è stato scritto e poi letto nell’ambito del convegno World Wide Web, tenutosi a Bolzano l’8-9 settembre scorsi, g.m.)

 

 

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5 Responses to Per una ricezione politica del romanzo storico

  1. Andrea Inglese il 11 novembre 2017 alle 09:56

    Bellissimo intervento Giorgio.

    • Giorgio Mascitelli il 11 novembre 2017 alle 18:15

      Grazie

      • Silvia il 13 novembre 2017 alle 22:36

        concordo, bellissimo

  2. ignaro contemplo il 12 novembre 2017 alle 23:34

    è sicuramente uno stato di minorità quello in cui ci troviamo a vivere oggi, tanto come lettori, quanto come autori, ma soprattutto e definitivamente come individui della specie umana. c’è da sottolineare, ciononostante, che tale stato non è frutto del caso o, per altri versi e(in)voluzionistici, dello sviluppo tecnologico, ma di un disegno ben preciso della società, covato a lungo nel ricco occidente durante il novecento delle contraddizioni e degli attivismi. quindi mi domando: si va davvero troppo lontano se si afferma che coloro che oggi denunciano la morte del romanzo politico ne siano stati i principali mandanti (consapevoli o meno) novecenteschi? casca a fagiolo l’esempio di eco.

    • Giorgio Mascitelli il 13 novembre 2017 alle 08:45

      In linea di massima sono d’accordo. Personalmente ho letto Il cimitero di Praga come una presa di distanza da certe derive postmoderniste di cui pure Eco era stato protagonista. Più in generale un certo recupero della pura letteratura a partire dagli anni ottanta, pur legittimata da eccessi di politicismo del decennio precedente e dal fatto che l’impegno politico fosse usato come velo per nascondere l’assenza di impegno letterario, si è tradotto in una cecità o in un’indifferenza di fronte a fenomeni involutivi che oggi hanno ormai raggiunto dimensioni macroscopiche. Poi naturalmente il nostro stato di minorità anche in quanto lettori dipende da cause molto più complesse ed extraletterarie.

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