async. La poetica di Ryuichi Sakamoto

di Giovanna Gammarota

 

“Il cinema è una fonte di grande ispirazione, per questo mi piace che la mia musica assomigli alla colonna sonora di un film. Ciò che voglio comporre è una musica che sia simile a una colonna sonora senza un film particolare”. (RS)

async – assenza di sincrono. Potremmo anche dire, in una forma più ampia, dissociato. Qualcosa che si stacca dalla realtà per entrare in un territorio altro rimanendo se stessa pur nella trasformazione. async è il titolo dell’ultimo album di Ryuichi Sakamoto. Un interessante esperimento ne accompagna l’uscita, un concorso appena conclusosi: Ryuichi Sakamoto | async International Short Film Competition. Dunque una musica che è immagine e viceversa. Non a caso l’album è dedicato a “un immaginario film di Andrej Tarkovskij”, regista dallo stile cinematografico onirico ma non per questo distante dalla realtà.

Etichettare la musica di Sakamoto ambient, come certa critica suole definirla, è estremamente riduttivo. Si tratta piuttosto di musica per meditare. Non di meno all’interno di questo album vi sono degli elementi sonori che rimandano a quel caos che si concentra furiosamente prima che le cose si chiariscano. Quella di Sakamoto è una musica che trascende il senso del sentire (l’ascolto) per invadere quello del vedere (l’osservare).

Un suono d’organo apre l’album nel brano Andata e lo chiude nel brano Garden, creando una ellissi sonora, una galassia che sembra restare immobile ma che, viceversa, caricata dei miliardi di microcosmi che la compongono, incede.

Proseguendo nell’ascolto, a poco a poco, il sincronismo comincia a subire un’alterazione sempre più evidente e comprendiamo che ciò avviene a causa dell’azione dell’uomo il quale ha cessato di essere “uno” per divenire moltitudine indistinta. Il brano Solari rimanda direttamente al film Solaris di Andrej Tarkovskij, definito all’epoca della sua uscita, nel 1972, la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. In realtà il film affronta il tema del viaggio verso un altrove che si rivelerà essere null’altro che il luogo interiore del protagonista, in una ricerca che esce dal sé per farne ritorno svelato.

Vi è poi un’altra affascinante liaison che ci viene offerta attraverso questo lavoro discografico ed è costituita dal testo letterario presente in due brani. Nel primo, Life, life, l’autore del frammento poetico recitato da David Sylvian è Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, padre del regista e riconosciuto tra i grandi della poesia russa; nel secondo, Fullmoon, il testo è tratto dal romanzo The Sheltering Sky dello scrittore statunitense Paul Bowles, trasposto poi in film dal regista Bernardo Bertolucci la cui colonna sonora è firmata proprio da Sakamoto. Siamo di fronte a un cortocircuito di parole/immagini/suoni senza soluzione di continuità. Il quadro appare complesso ma, ad un’osservazione attenta, si mostra estremamente naturale. Vi è un dialogo tra Oriente e Occidente interpretato dai due letterati che non lascia indifferenti.

Qual è l’elemento che più colpisce, in un’opera d’arte? La capacità di riprodurre la realtà in modo unico e irripetibile. Allo stesso tempo tale unicità potrà sbalordire nel momento in cui l’autore sarà in grado di mostrare i legami che rendono l’opera vicina alla vita, come in una sorta di rivelazione.

“[…] l’immagine cinematografica – afferma Andrej Tarkovskij nelle sue lezioni sul cinema – può incarnarsi solo in forme fattuali, naturali, di vita percepita attraverso la vista e l’udito. L’immagine deve essere resa con naturalismo”. Attraverso l’opera del compositore giapponese veniamo messi in contatto proprio con questo naturalismo. Tutto ciò suggerisce l’idea che l’immagine, nel mondo contemporaneo, debba fornire stimoli che pongono nuove frontiere allo sguardo.

E qui veniamo alle opere pervenute per il concorso. Sono oltre 700, tutte visionabili sul sito dell’artista nipponico. Osservandole una per una, ad un dato momento sarà inevitabile avere la sensazione di trovarsi davanti a un’opera totale, a quell’uno umano che ci sembrava essere scomparso. Si avrà la percezione di trovarsi difronte a una vera e propria opera d’arte collettanea, divisa nei suoi microcosmi ma unica nel suo macrocosmo: una galassia. Un’opera scritta da un musicista in collaborazione con centinaia di altri individui i quali, attraverso le loro immagini, narrano le molteplici sfaccettature della realtà che l’ascolto di questi brani suggerisce: un filo rosso li unisce in una enorme opera corale.

Ascolto, in questo frangente, è un termine assolutamente pertinente. Senza l’ascolto non è possibile attivare l’immaginazione. Le visioni scaturiscono a partire dalla suggestione innescata dal suono e viceversa, in una sorta di scambio asincronico. Ma la particolarità di questi piccoli film è quella di risuonare.

“Voglio avere più spazi. – continua Sakamoto – Spazi, non silenzio. Lo spazio risuona. Voglio godere di questa risonanza, sentirla crescere”.

Viviamo totalmente immersi in una contemporaneità che è fatta sempre più di suggestioni, di realtà non realtà, di rappresentazioni riprese con i telefoni cellulari che creano una replica da conservare nel proprio archivio personale. Ma il gesto ripetitivo che imita un altro gesto non è una novità, si può ricondurre al principio dei tempi, quando osservare come fare ad accendere un fuoco, per esempio, generò la ripetizione di quel gesto. Il punto è: quanto questa ripetizione si può considerare conoscenza e non, viceversa, la gabbia nella quale viviamo la nostra esistenza. Imitiamo qualcosa che capiamo o la capiamo soltanto in apparenza?

Osservazione, relazione con l’infinito, percezione del movimento attorno a noi, la natura come rappresentazione della stabilità del mondo e simbolo di pre-esistenza. “I was, I am and I will be” recitano i versi di Arsenij Tarkovskij in Life, life, in un continuum eterno che non appartiene alla sola esistenza terrena. Il corpo è l’involucro che ci permette di stare al mondo, organicamente, percepirlo equivale a percepire la consistenza del mondo stesso. Ma questo corpo non è più dove dovrebbe essere naturalmente. Vita, vita, quasi un’esortazione, un desiderio. L’infrangersi delle onde sulla sabbia, una immagine che si può considerare consueta, quale significato può assumere se la si osserva nel suo movimento, escludendo il retaggio sentimentale? E compiere l’atto di osservare la vastità del cielo, guardare dentro la corolla di un fiore, cosa cambia nella nostra percezione del vivere?

L’indifferenza che i luoghi paiono riservare al compiersi del gesto umano sembra rispondere alla politica dello spreco, tutto è tenuto assieme dalla potenza della natura. A noi non pare ma è essa a determinare il nostro vissuto e sarà ancora lei a decidere quando arriverà il momento di riappropriarsi della Terra. Dunque cosa può fare l’uomo per tornare a guardare con occhi nuovi?

Nel film Yours di Shozo Hirata (https://vimeo.com/236218326), come un impulso inviato dallo spazio, l’occhio della macchina da presa si accende e si spegne su un paesaggio cittadino notturno dove le uniche luci visibili sono rappresentate dai video accesi nelle case, attraverso i quali ogni individuo è collegato virtualmente con l’esterno. Nelle frazioni di buio compare una conversazione univoca: “Hi. How are you? Wherever you are, I hope you’re doing well. Yours.” Perdendosi nel nero dello schermo la conversazione evidenzia l’assenza di vera interlocuzione con l’altro. Ma, al contempo, l’autore pare riflettere sulla difficile ricerca di un contatto con quell’entità superiore, di cui non si conoscono le sembianze e che pare essersi dimenticata della nostra esistenza.

Infine vita e morte come ciclo naturale, concetto che nella contemporaneità della vita allungata ad ogni costo si è perduto. Sono molti i lavori che affrontano questo tema. Ne citerò tre, su tutti.

Passing Away di Daisuke Fukunaga. Non c’è nulla che possa rappresentare il “passare oltre” in modo più delicato dei petali dei fiori di ciliegio quando si staccano dai rami. In Giappone una festa, Hanami il cui significato è “guardare i fiori”, celebra quello che è un vero e proprio rito naturale. Nel film i petali vanno a depositarsi sulla superficie dell’acqua: elemento ancestrale portatore di vita. Ancora freschi e bianchi al loro posarsi man mano che camminano sull’acqua invecchiano, fino a diventare segnati e bruni. La moltitudine di petali che l’autore mostra nella scena finale fa pensare alla vastità del cosmo popolato di stelle, ciò che in alcune credenze popolari si pensa diventino i corpi quando passano oltre. La rappresentazione di un cosmo che diventa accoglimento di anime.

 

 

“And this I dreamt, and this I dream,

And sometime this I will dream again,

And all will be repeated, all be re-embodied,

You will dream everything I have seen in dream” (Arsenij Tarkovskij)

 

In A mother in tears takes a child on her lap di Kentaro Kishi, vediamo una giovane donna distrutta a causa di qualcosa di terribile che le è accaduto. La narrazione qui è soltanto un pretesto per condurre lo spettatore a riflettere sulla mancanza procurata dalla morte e su come ci si possa ricongiungere a chi ci è stato indebitamente strappato immergendosi nell’elemento che atavicamente ha generato la vita: l’acqua. Metafora dell’appartenere a un “Tutto” che è più grande di noi e alla cui volontà non possiamo sottrarci, la scoperta è quella di comprendere infine che esso è composto “anche” della nostra presenza che vive al suo interno.

 

 

In Soleil noir di Adeline Carrère, una giovane donna dallo sguardo assente sfreccia, a bordo di un motoscafo, sulla superficie di un fiume (ancora l’acqua). Sembra voler andare incontro a un destino segnato. La corsa però lentamente prende un’altra forma, come se la natura che circonda la piccola imbarcazione si rivelasse “per la prima volta”. La donna comincia a sentire ciò che fino a poco prima non udiva, a vedere ciò che non vedeva. Il suono della natura la pervade totalmente. Scende a terra cominciando a inoltrarsi nel bosco, osservando sempre più attentamente comincia a percepire qualcosa che c’è ma che non è visibile. D’un tratto la Luna oscura il Sole dando origine al Sole nero della tradizione celtica. Nulla è più distinguibile come elemento singolo e tutto è in un Unico. Ed ecco apparire l’uomo primordiale. La donna lo osserva ed è a questo punto che avviene la metamorfosi: il suo corpo si dissolve nel luogo, essa diventa la natura e la natura la invade.

Molte cose ci sarebbe ancora da dire su ciò che è rappresentato dalle immagini di questi cortometraggi e dalle musiche di quest’album, sulla coralità di un evento sonoro e visuale che offre la possibilità di connettersi con la rivelazione del “Tutto”. Ma, come è giusto che sia, spetta a chi guarda praticare l’esercizio della scoperta.

 

4 novembre 2017

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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