La prima volta di Europa, a Creta

di

Gigi Spina

Non si deve per forza essere stati rapiti da un dio in forma di toro – ed essere magari una graziosa ragazza fenicia, di nome Europa -, né ci si deve credere un Minotauro che ha smarrito la strada per rientrare nel labirinto e vuole tornare a casa.

A Creta si può andare, con più profitto, se si hanno amici archeologi.

Io ci sono andato, nei primi anni 2000, con un archeologo straordinario, Enzo Lippolis, e la sua famiglia: Isabella, archeologa anche lei, Anna Sofia ed Elena.

Enzo è morto nel pieno della sua appassionata attività, qualche mese fa, dopo una apparizione televisiva che tutti ricorderanno per la capacità di testimoniare con semplicità e misura come sia appagante fare bene il proprio lavoro. ( qui l’intervista )

A Creta aveva scelto di vivere le sue vacanze, ma forse qualcosa di più, Antonio Aloni, con Chiara e Sofia. Antonio era un filologo classico ‘dal volto umano’. Due anni fa l’abbiamo salutato per l’ultima volta a Milano. Mi chiedo ora se Enzo e Antonio si conoscessero: un Cretese del sud e un Cretese del nord.

Ora, che ho appena finito di leggere un giallo affascinante, Operazione Mercurio, Società Editrice Milanese 2018 , una sorpresa che Antonio ha lasciato come eredità significativa del suo ‘volto umano’; un romanzo scritto insieme a Paolo Colonnello, responsabile della redazione milanese de La Stampa, sassofonista (la notizia ci tornerà utile alla fine).

Creta, scriveva Aristotele (Politica 2.1272b 17) a proposito della costituzione politica dell’isola, gode di una posizione geografica favorevole, lontana da altri centri greci, che la rende meno esposta ad aggressioni, a invasioni di ‘stranieri’ (cioè di altri Greci ostili).

La natura, insomma, rendeva inutile, per i Cretesi, quello che gli Spartani era abituati a fare senza batter ciglio: cacciare gli stranieri, difendersi dagli immigrati.

Eppure, oggi, a Creta, gli stranieri abbondano, conoscono ogni angolo delle meravigliose spiagge, scavano in ogni luogo significativo dell’isola con prestigiose scuole di Archeologia.

E dunque, non sembri strano che molti archeologi compaiano nelle pagine del romanzo, di cui non dirò nulla che possa far pensare a una recensione, se non che è stato un piacere intenso leggerlo, avendo in mente Enzo e Antonio, gli scavi di Festo e Il ritorno di Tornatore, una brillante lettura che Antonio fece di Nuovo Cinema Paradiso, in un volume collettivo di studi sul ‘nostro’ Omero [E. Cavallini, (cur.), Omero mediatico. Aspetti della ricezione omerica nella civiltà contemporanea, Bologna:  d.u.press, 2007], con il recupero di tutti i possibili richiami all’Odissea.

Un amore per la cultura greca, antica e moderna, che Antonio portava scritto sul volto.

A Creta sono sempre accadute cose strane, da quando si vide arrivare un toro che galoppava sulle acque portando in groppa una ragazza scarmigliata  (L. Spina, Il ratto di Europa), a quando, in una piccola polis che potremmo chiamare Spennata (Aptera), le Sirene sfidarono le Muse a una gara di canto. Le Muse accettarono – anche se forse una di loro era addirittura la madre delle Sirene – e non ebbero problemi a vincere. E per punizione della loro tracotanza le spennarono: sì, perché ai tempi della sfida le Sirene erano donne-uccello, mica donne-pesci, come le abbiamo conosciute qualche secolo dopo (M. Bettini, L. Spina, Il mito delle Sirene, Einaudi 2007, pp. 62-64).

E dunque a Creta, invasa nel corso dei secoli da eserciti nemici e difesa da eserciti partigiani e resistenti, possono operare, in un romanzo, poliziotti e spie, divinità reincarnate, personaggi che portano nei loro nomi un destino epico. E un simpatico commissario può chiamarsi come un inventore di commissari e poliziotti: Markaris.

E a Creta può essere smentito clamorosamente un motto romano famoso, che invertiva il rapporto fra vinto e vincitore: Graecia capta ferum victorem cepit (Orazio, Epistole 2.1.156); non è detto che a conquistare (capere) le ricchezze greche non siano stati, alla fine, proprio i Romani.

E poi, a Creta, si pescano i polipi: li pesca il commissario e sono sicuro che li pescasse, con gran gusto, anche Antonio. I polipi, coi loro tentacoli e col modo di gestire la propria ‘identità’ nel mondo che li circonda, suggeriscono metafore a tutto campo. E di una ‘norma del polipo’ parlava (e scriveva) uno dei riferimenti sicuri di filologi dal volto umano, Bruno Gentili (Poesia e pubblico nella Grecia antica, ormai un classico Laterza del 1984 giunto alla terza edizione e più volte ristampato). I poeti greci, fin dai più arcaici, erano affezionati a questa metafora: adattare il proprio animo a quello degli altri come fa il polipo con la pietra, rendendosi quasi irriconoscibile, una sorta di polipo-Zelig. Una chiave per frequentare il mondo.

Insomma, per chi è stato almeno una volta a Creta, la lettura di Operazione Mercurio aprirà ricordi di nomi suggestivi di località dell’interno o della costa; per chi ha studiato un po’ di greco, nomi di divinità e di eroi, portati da cretesi moderni, faranno riaffiorare magari righi di versioni complicate; gli appassionati di archeologia e di decifrazioni di lingue e oggetti ancora difficili da interpretare troveranno citati uomini e luoghi protagonisti di una stagione pionieristica di studi sul mondo greco antico (e non solo) e potranno riflettere sul fatto che scavi e guerra si sono spesso intrecciati con esiti non sempre felici; e, naturalmente, gli appassionati del giallo troveranno pane per i loro denti, fino all’ultima pagina.

E poi, a un certo punto – a pagina 194, per la precisione – il commissario Markaris riaccende il motore. E cosa fa, certo su suggerimento di Paolo Colonnello? Mette una cassetta di John Coltrane (siamo a metà degli anni ’80, e i CD muovevano i primi passi) su cui ha registrato A Love Supreme, il capolavoro del sassofonista. E come l’adattabilità del polipo, la musica del sax ‘impazzito’ di Coltrane, nel preludio di Acknowledgement (che è il primo movimento), si offre come una metafora dei suoi pensieri ingarbugliati di fronte ai misteri di Creta. Bastava “scoprire che tutto, in fondo, si riduceva in una sola, ostinata, frase di tre note in Fa, lo stesso mantra su cui poggiava la sua inchiesta”.

Il mondo greco, che Antonio ed Enzo hanno voluto conoscere meglio, per farlo conoscere come è giusto a centinaia di giovani, scavando nella profondità della cultura antica, ha bisogno spesso anche di voci moderne, di colonne sonore inedite, per affermare e mettere a disposizione di tutti la sua ricchezza umana.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *