Eugenio Cambaceres

Immerso nel suo pessimismo, scavato dai più grandi demolitori meccanici moderni, affondato nel più profondo nulla delle nuove dottrine, trascinava la vita nella più nera solitudine.
Era come morto, chiuso tra le pareti di casa, giorni interi senza voler vedere o parlare con nessuno, portato dalla corrente rovinosa del suo secolo. Pensava a se stesso, agli altri, alla miseria di vivere, all’amore (un maldestro richiamo dei sensi), all’amicizia (un disastroso sfruttamento), al patriottismo (un dovere o un residuo di barbarie), alla generosità, all’abnegazione, al sacrificio (tutte chimere, o mostruosa disaffezione per se stessi), misurando tutto in termini di onore e tenendosi lontano da ogni occasione virtuosa; e niente e nessuno veniva risparmiato al cospetto della legge amara e inesorabile del suo scetticismo. Nemmeno l’affetto della madre, figlio unico com’era del suo dolore; nemmeno dio, un assurdo spaventapasseri inventato dalla stupidità degli uomini.
E c’era uno squilibrio profondo nel suo organismo, impurità di carattere, sbalzi bruschi, immotivati, irritazioni senza ragione, le mille piccole contrarietà dell’esistenza che lo esasperavano fino al culmine della rabbia, suscitando nella sua sensibilità uno strano turbamento, come uno stato mentale vicino alla follia.
Nelle ore lente e fosche della siesta, nella fioca penombra delle sue persiane socchiuse, era solito alzarsi dal letto improvvisamente e spalancare il balcone.
Alla vista della terra falciata dal sole, dei pascoli spenti e appassiti, del vento che esalava il monotono gemito della sua voce e si scagliava contro le sommità degli alberi o alzava in lontananza nere spirali di fumo della campagna in fiamme, lo pervadeva un malessere inafferrabile, un odio, un senso di sazietà per quel panorama già visto mille volte.
Dava un colpo rabbioso alla finestra, chiudeva le persiane e, nelle dense tenebre della sua casa trasformata in un sepolcro, si buttava di spalle sul letto e fumava, fumava senza sosta, uno dopo l’altro, interi pacchetti di sigarette turche, il suo tabacco favorito, oppure se ne stava in un angolo, seduto, con i gomiti sulle ginocchia, la testa tra le mani, e rimaneva a lungo immobile e sovrappensiero.
D’improvviso, un violento desiderio di uscire, una febbre, un furore di movimento lo assaliva.
Sellava lui stesso il cavallo e, controvento, con il cappello sulla nuca, le lacrime agli occhi e le orecchie che gli fischiavano, andava al galoppo, correva, divorava pazzamente le distanze.
Oppure si lasciava completamente assorbire dalla passione della caccia, e allora si alzava all’alba e se ne andava in campagna con l’ansia di uccidere e fare del male.
Al ritorno, uccelli, anatre, piro-piro codalunga, pernici venivano gettati a mucchi ai cani e ai maiali. Il suo palato non poteva sopportare quei pranzi.
Altre volte, nelle ore di calma e di quiete, come se il suo umor nero, di tanto in tanto, volesse fargli l’elemosina di una tregua, steso in giardino sulla sua amaca all’ombra degli alberi dei rosari, una minuzia, un nulla lo attraeva; il più infimo dettaglio della vita animale in una delle sue infinite manifestazioni.
Erano a volte le lunghe file delle formiche che andavano e venivano lungo il grigio snodarsi dei loro sentieri, che si fermavano, incrociavano le zampe, come stringendosi la mano quando si incontravano, e poi, indaffarate, alcune con il loro carico, altre senza, mandavano avanti il proprio lavoro accorto e paziente.
Oppure erano le abili, astute manovre dei rospi, nella loro guerra senza quartiere contro le mosche, che lanciavano a tradimento, con noncuranza, l’affondo preciso delle loro lingue.
O, ancora, era qualche passero, rovinato dalla cattiveria degli uomini o dall’inclemenza del tempo, cui era caduto e si era rotto il nido, obbligandolo a risollevarlo, a lavorare qua e là, contro il pozzo, sul bordo delle pozzanghere e, una volta fatta la mistura, preparato il materiale, a volare per impiegarla nella sua ammirevole costruzione con l’aiuto del becco, come un muratore con quello della sua cazzuola.
Una sera, dopo cena, Andrés era uscito, fumava di fronte a casa sua. D’improvviso, sentì un fracasso, si voltò e vide Bernardo, il suo gatto, il suo animale preferito, l’unico essere tra gli esseri che lo circondavano per il quale, per un’aberrazione forse prevedibile della delicatezza che c’era in lui, aveva sempre un gesto affettuoso, una carezza. Il cane del capo-squadra lo seguiva da vicino.
Come una palla di gomma, l’animale, sotto assedio, pazzo, saltò, cadde sui rami di un albero, vicino a un nido di pitango solforato.
La femmina, allora, allarmata, credendo di essere aggredita, increspò furiosa le piume; gridava, si agitava, batteva disperatamente il becco contro un ramo.
Il gatto, da parte sua, senza badarci e tutto tremante per il pericolo imminente, immergeva le unghie nell’albero e gli occhi al suolo, dove, leccandosi il muso e scuotendo nervosamente la coda come un serpente, il suo terribile avversario lo aspettava per l’agguato.
Andrés si fermò un momento a osservare la scena.
Era quello l’ordine, la decantata armonia dell’universo? Era Dio a rivelarsi in quelle azioni?
Ma, bruscamente, prendendo anche lui parte alla disputa, entrò in casa, prese il suo revolver e con una pallottola fece secco il cane.
Poi, salendo sull’albero con l’aiuto di una scala per la potatura che stava lì vicino: «Povero Bernardo, me l’hanno quasi ucciso!», disse, tendendo dolcemente la mano verso di lui.
Al suo tocco, il gatto, confuso, si girò e lo graffiò con le unghie.
«Canaglia!», esclamò Andrés, «questi sono i tuoi favori, è così che mi ripaghi… Sembri un uomo!»

 

NdR: questo testo è il quinto capitolo di “Sin rumbo”, l’opera inedita in Italia di Eugenio Cambaceres (traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè) che inaugura la nuova collana di narrativa ispano-americana curata dagli stessi Magliani e Marfè per Arkadia Editore (Cagliari).

 

Dalla presentazione dell’Editore:

Sin rumbo, “Senza rotta”, di Eugenio Cambaceres, tra i più importanti scrittori argentini della fine dell’Ottocento, rappresenta uno “studio” – come recita il sottotitolo dell’edizione originale – nel senso che veniva dato all’epoca alla narrativa dal naturalismo di Zola, intesa come indagine rigorosa e scientifica di come uno specifico contesto sociale possa concorrere a delineare il carattere e la vita degli individui che vi sono immersi. Con Sin rumbo, Cambaceres conferisce alla sua produzione letteraria un respiro più ampio, confrontandosi – tratto comune a molti degli autori argentini  dell’epoca, la generación del ochenta – con la scena letteraria europea, in particolare con quella francese di Gautier, Baudelaire e Zola.

Protagonista di Sin rumbo è Andrés, uomo ricco e fortunato dell’Argentina di fine Ottocento proprietario di un hacienda agricola e di mandrie di animali da allevamento. Nulla in apparenza lo può turbare. La sua vita scorre tra viaggi, donne e divertimenti, eppure tutto lo lascia insoddisfatto, nulla riesce a placare le sue ansie, a farlo sentire meno solo.