Andare a scuole

Guido Canella, centro civico e scuole a Pieve Emanuele

di Gianni Biondillo

Da giovani studenti del Politecnico si andava in giro per architetture. Non solo monumenti insigni del passato, molto più spesso si visitavano edifici contemporanei. Non era raro vederci davanti a palazzi, sedi comunali, collegi o scuole, intrufolarci dentro, fotografare di rapina. Prima a Milano, poi, allargando il raggio, nella prima cintura milanese, fino a puntate in macchina verso il varesotto o nel pavese. Cercavamo lavori di professori della nostra facoltà, volevamo capire come un progetto, quella cosa che imparavamo a fare sulla carta, diventasse materia, spazio, architettura. Mi ricordo discussioni accese su chi preferiva l’intransigenza brutalista di Canella, l’eleganza di Caccia Dominioni, il postmodernismo di Aldo Rossi. C’era chi puntava sulla tradizione modernista di Gentili Tedeschi, chi sulla “misura lombarda” di Zanuso.

Probabilmente sembravamo curiosi come turisti, forse un po’ fanatici, come un qualunque appassionato è, in fondo. A ben vedere andavamo a studiare edifici che furono costruiti proprio per noi, per quella generazione di baby boomer nata con la crescita economica degli anni sessanta. Tutto era possibile in quegli anni, il futuro, il progresso sembravano fuori discussione. I bambini di quel mondo, qualunque fosse la loro estrazione sociale, avevano il diritto a strutture adeguate alla loro istruzione, alla loro crescita come cittadini. Quando divenni studente d’architettura quell’ideologia novecentesca stava già tramontando. Crisi petrolifere, economiche, demografiche. Ma in noi c’era ancora la voglia di imparare dalla buona architettura.

Aldo Rossi, atrio della scuola di Broni

Mi chiedo se oggi i giovani studenti del mio Politecnico si organizzino ancora per queste curiose gite fuori porta. Quello che per me era sostanzialmente contemporaneo sarebbe, per loro, Storia. D’altronde è nella lunga durata che una architettura dimostra la sua capacità di diventare significativa, necessaria. Time is on my side, cantavano i Rolling Stones. I tempi dell’architettura scavalcano le generazioni. E chi la abita, chi la usa, se ne appropria facendone un po’ quello che vuole. Oggi che il culto su Aldo Rossi si è un po’ appannato, rivedere la sua scuola a Broni, uno degli edifici all’epoca più pubblicati al mondo, con gli intonaci sbollati, le pensiline arrugginite, dimostra quanto il fascino di Rossi stesse più nei suoi splendidi disegni che nella sua capacità di costruttore. Così come vedere oggi la simmetria monumentale dell’atrio con la fontana triangolare, smorzata da cose banali, della vita quotidiana, una bacheca, un paio di armadietti, alcune piante, la rende più umana. Sono bambini, sono insegnati, bidelli, che vivono questi spazi, solo la capacità di essere flessibili, adattabili, li fa ancora vivi, emozionanti.

Scuola Enaip di Enrico Castiglioni a Busto Arsizio

Consiglierei davvero, all’ipotetico gruppo di giovani studenti, di andare a fare visita a queste architetture. Scoprirebbero l’esistenza di un progetto collettivo di architettura sociale che, coinvolgendo le migliori firme all’epoca in circolazione, ha saputo nobilitare i paesi e le periferie della più grande area produttiva del Paese. Spesso sperimentando forme che forse sembravano astruse, azzardate ma che oggi riempiono di tenerezza chi le osserva. Ammirare l’opera del meno famoso Enrico Castiglioni, architetto bustocco capace di immaginare scuole sospese su ponti in cemento armato, con uno sguardo che alcuni teorici oggi chiamano “retrofuturista”. Cioè quell’idea di nostalgia per i futuri passati che non abbiamo vissuto. Quel periodo visionario che ci fa associare gli autogrill di quegli anni alle astronavi, le stazioni agli astroporti. Quando essere architetti non era una cosa che aveva a che fare semplicemente col gusto personale, l’effimero, il capriccio, ma significava sentirsi investiti da un ruolo, un dovere sociale irrinunciabile.

(precedentemente pubblicato su Casa Vogue, ottobre 2018)

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3 Commenti

  1. Bello, un articolo scritto con nostalgia e rimpianto per un’epoca tramontata. I giovani, ossessionati dal presente, non hanno un passato e non riescono ad immaginare il futuro.
    Noi siamo i loro traghettatori, persi nella nebbia di una società crudele.

  2. E come non ricordare quando negli anni 60 da studenti di Architettura a Roma venivamo a Milano in treno o in 500 a vedere la torre Velasca, le opere di Viganò, i quartieri INA Casa e tante altre architetture, tra le quali alcuni scoprivano con un leggero senso del proibito) Muzio e altri! E non era insolito spostarsi per vedere mostre o ascoltare conferenze a Venezia o a Napoli! e ancora mi piace ricordare il professore Saulle Greco che ci spiegava la tecnologia costruttiva portandoci nei cantieri dei nuovi uffici in costruzione all’EUR.
    Quanto ancora ci sarebbe da riscoprire camminando per le città invece di stare attaccati tutto il giorno al computer per produrre orridi rendering!!
    Vanna Fraticelli

  3. E quello che scrivi per l’architettura forse vale anche per altre arti. Fotografare con gli occhi e la memoria le opere d’arte – tutte – è una pratica oggi sempre più racchiusa nel singolare, atto del soggetto e non di un collettivo (studentesco, ad esempio), che potrebbe mettere in moto movimenti e pensieri più ampi, condivisi oppure diametralmente opposti. Credo che lo sguardo pluralizzato, lo svolgere itinerari non turistici ma di studio e osservazione si sia un po’ perduto. Un peccato. Grazie Gianni per questo ricordo/presente che rimanda a momenti più fertili.

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gianni biondillo
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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