Ku

di Andrea Astolfi

 

cerchio

al centro

 

*

 

disegno

pesce gatto

zucca testa

di zucca

 

*

 

cerchio o

cesso

 

*

 

ciliegio

asatsuma

 

*

 

quadro

su cartoncino

 

*

 

gioia dei

pesci

 

*

 

Un anno fa avevo tra le mani un manoscritto di poesia lirica comune. Rileggendo e sistemando i testi mi rendevo sempre più conto di quanto quella scrittura fosse ripetizione di altra scrittura più che uno spazio disponibile a far accadere qualcosa. Questo manoscritto di poesia lo rivedevo continuamente e sempre più toglievo, toglievo, toglievo. Il libro che ne è risultato alla fine è Abbiamo visto un film: inizia come un libro di poesia ma prestissimo il meccanismo s’inceppa e arrivo ad una scrittura appunto brevissima (una sorte di mono-versi). È insomma un libro costruito per dissoluzione e non per implementazione: nato dall’erosione progressiva delle poesie originarie. L’esperienza di Abbiamo visto un film mi ha portato prima a scrivere i testi di “ku” e poi quelli di “kireji”. Volevo e sentivo che “kireji” doveva avere una fruizione – almeno al momento – non libresca ma altra: così mi sono deciso a farne un blog, http://www.kireji.it/. In tutto questo ci sono state tante influenze: lo zen (che pratico), l’arte sino/giapponese, e i dialoghi con Claudio Salvi, che mi ha fatto vedere e scoprire moltissime cose; devo molto a lui.

Mentre iniziavo a scrivere i testi di “kireji” succedeva questo: guardavo un albero e scrivevo “un albero”. Praticamente trascrivevo quanto vedevo e percepivo direttamente. Scattavo foto – in analogico -; mi dicevo: scrivo “un albero” o faccio una foto a quell’albero? Dal mio punto di vista, “kireji” ha a che fare non primariamente con l’evocazione – anche, certo – ma con un moto di coscienza e con il fare il vuoto a cui la meditazione conduce. Capita in quei momenti di dimenticarsi del proprio ego, del proprio tempo, dei desideri, di farsi talmente recettivi, così pronti, che udire un uccellino che canta diventa un’esperienza immersiva, totale – come fosse la prima volta. Questo aspetto è presente in molta arte orientale, nell’haiku stesso. In “kireji” c’è anche liberazione: non si costruisce un racconto, una struttura, niente: registro. Credo vivamente – soprattutto in un’epoca di lirismi ed egoismi smisurati come questa – che l’artista – quello vero – difatti non esista: egli non è che un filtro, un contenitore. L’artista sparisce ed ecco che succede qualcosa. L’artista non c’è, allora c’è spazio. Il taoismo dice che una bottiglia è utile se è vuota, perché la si può riempire, mentre una bottiglia piena è inutilizzabile: se ne può bere il contenuto ma non la si può riempire. Dunque, non c’è niente da cantare ma si può comunque registrare la realtà, e viverla veramente attraverso la dimenticanza di se stessi. Lo zen dice: le cose così come sono. Una volta chiesero ad un maestro zen di spiegare quale fosse l’essenza dello zen, ed egli rispose: “quando ho fame mangio, quando ho sonno dormo”. Un uccellino, una luce accesa, una donna che attraversa la strada. Che altro? Questo non è riduttivo della vita ma è vita. La vita non conosce banalità, né idealità, difatti queste sono solo idee. La vita non è un’idea e un’idea non potrà mai contenerla.

 

*

andrea astolfi: cofondatore e voce del progetto musicale personne – all’attivo l’album inverso, autoprodotto, 2016 – www.personnemusic.it; ha stampato il libricino autoprodotto ὁράω, 2016, no isbn (disponibile alla lettura qui); ha pubblicato inediti in raccolta pubblica di poesia (tempi diversi 2015, 2017) in charlas (tapirulan, 2017) e in arcipelago itaca blo-mag (arcipelago itaca, 2018); ha scritto e autoprodotto abbiamo visto un film – finalista premio beppe salvia 2018 – nel 2018 (doppia lingua ita/engl); www.kireji.it è il suo progetto di scrittura breve, attivo dall’anno 2018.

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1 commento

  1. Molto bello.
    Coltivo tuttavia il dubbio che l’ipotesi che l’artista possa sparire nasconda pur sempre un’ego(t)ismo appunto d’artista, che, pretendendo di ignorare-superare i suoi limiti di bottiglia (vedi sopra), ignora anche le sue potenzialità, e cioè la sua trascendenza incarnata, e quindi il suo sguardo irrimediabilmente posizionale.
    Insomma, la bottiglia resta, e, seppur in contemplazione zen, pur sempre filtra, deforma e dà forma al contenuto.

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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