Penultimi ( note fuori dal coro )

 

 

Nota (continua)

di

Francesco Forlani

 

 

I

Può capitare alla fine dei corsi
quando mi aggiro tra i banchi
vuoti, di ritrovare dei tappi di penne
righelli sbrecciati, piccole carte selvatiche.
Come quando l’Oceano di certe spiagge
in Bretagna o in Alta Normandia
si ritira lasciando per miglia e miglia
di sabbia, monili incerti dei fondi, fossili
o allora creature viventi che il moto d’acqua
ha sorpreso e fatto prigionieri.
Così appoggiando l’orecchio a quelle
dimenticanze, quasi ne senti le voci ed il mare.

 

 

II

Alla Gare du Nord nella Hall principale e lungo i corridoi disseminati i secchi – alcune decine- in corrispondenza di fessure o tratti di tetto che l’acqua non trattiene ed allora fa acqua nei giorni di pioggia, da tutte le parti. Ho pensato a te penultimo fabbro domestico, ti ho immaginato fare in lungo e in largo la Gare con un palmo di mano rovesciato per sentire le fughe d’acqua e riporre la bacinella, azzurra per le gocce maschie e per le femmine la rossa, in modo da preservare il passo,talvolta rapido o al trotto dei passeggeri diretti ad Amsterdam a Lille o nelle ricche e povere – soprattutto queste- periferie. E ho pensato che lo stesso accada anche a noi quando il pensiero fa acqua da tutte le parti e la mano lo sente e ripara l’anima che s’era guastata d’un tratto, per via delle nuvole pregne di pioggia e grigie di certi inverni.

 

 

III

 

L’assedio.

Dobbiamo riconoscere ai nostri nemici la forza e la costanza dell’assalto alle mura, alle torri da cui un tempo osservavamo le stelle incantati – il piccolo e il grande carro nitidi e astrali- ora che lo sguardo sanguina dalle feritoie. Quando è cominciato tutto questo? Quando è iniziato l’assedio che ci stringe in una morsa che rende irrespirabile l’aria del tempo e che strozza l’anima con un colpo di tosse che vorrebbe risolvere un discorso tracciato in partenza cambiandolo, si proprio quello che dice che non c’è via di scampo, non un’uscita dall’impasse. Ammettere che la pietra gettata ha scalfito il tratto, ridotto il camminamento, costretto a levare i ponti e ficcato la mente nello specchio d’acqua putrida del fossato che ci separa e unisce a loro da lembo a lembo delle forze schierate in campo. Noi credevamo che tutto alla nostra storia e a tempo debito fosse stato detto e insegnato, che il solo ricordo della pena sarebbe bastato a rifuggire l’errore, la tentazione di ritirarsi di fronte all’onda che il crollo del lessico comune ha d’un tratto liberato per mare e per terra. La ruggine ha saldato le campane al batacchio e nessun suono riverbera che non sia lo sfregolìo del vento sul bronzo o il graffio dell’ala migrante e distratta che lo sfiora. Asserragliati intanto facciamo la conta lasciando che i numeri nero su bianco dicano alla maniera loro, senza cedimenti, nudo e crudo lo stato delle cose.

Ed è strano e insieme meraviglioso che proprio in quell’attimo di scoramento senti rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della tua forza, sapere che più inespugnabile è il diritto meno la forza potrà e che basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembravano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire vita, ehi vita mia, urlare, grazie.

 

 

IV

 

Caro penultimo quest’oggi più forte
era il canto, l’unisono di terra e cielo,
-‘sta cosa degli alberi e degli uccelli-
ma in forma di rosa poco più avanti
del tratto di strada tra Station Verlaine
e Tolbiac, in un soffio di vento nella
galleria sulla banchina è apparso
un angelo con la colla e con la carta,
che salendo e poi precipitando dalla scala
– la teneva in braccio come le ali sul dorso –
dispiegava il foglio tirando via gli angoli
e su mezzi quadrati spalmava la colla
come un bambino all’alba fa con la nutella.

E apparivano i santi, le madonne, le grazie,
il miracolo del progresso, i numeri magici,
la vie en rose, paradisi per morti di fame,
perfino terre promesse con tanto di account.
Noi come al solito si stava ad un solo passo
dalla linea gialla che separa la terra ferma
dal convoglio, e ci siamo scambiati uno sguardo
solo quando l’Arcangelo, s’è sfilato dal coro
novello Mercurio, che l’aveva stampato in faccia
il pensiero vero, l’oracolo- il affichait un sourire –
Tutto era oro, tutto era loro, solo e nient’altro.

 

Entracte

 

Car, s’il est vrai – ca fausso nun l’est mica-
que de toute sta masse en mouvance
du west à l’est et viceversa réciproque
du nu capo du mundo à l’otro, attraque
na sfaccimme é énergie se libère pe force

Or, que sera? Nu ciel en tempête? N’atomique?
n’horda d’oro qui va et ravage la planura?
Na nubila de Tchernobila, n’aurore boréale?
Tuti sti passi , pam pam, du metro et du treno
de la gare a chest’ora apprestata, a staziuna,

de sti pauvres christi, de christiani, au senso largo
car il y a aussi el muslim, le buddist lo istemmatore,
toti sti pasi, bon, stano toti amuchiati, entassés,
addunuchiate dans la grande salle des pas perdus?

 

 

Dimenticavo. Qualche mese fa feci un appello qui. Nelle settimane successive mi furono recapitate alcune decine di quelle cartoline. Come promesso le distribuii a Natale, sulla linea 6 della metro alle 5h40. Le ho sparpagliate tra i sedili dei passeggeri con la speranza che i più misteriosi ne potessero leggere e perché no, a loro volta, farne dono. Non ho avuto ancora occasione di ringraziare quanti, in tutto una cinquantina, si son presi la briga di cercarne una, fabbricarne una, comprare un francobollo e trovare una buca della posta. Lo faccio ora accompagnando “la cosa” con una didascalia a un’immagine rubata quel presto mattino.

Ci siamo lasciati passando la mano. Ciao care compagne di viaggio, bello sapervi in giro anche se la vostra leggerezza mi mancherà. Dopo avere salutato per prime, quelle in banchina alla fermata, qui il secondo gruppo ha appena preso posto nel primo convoglio della linea. effeffe

 

8 Commenti

  1. Si Francesco….da molto tempo i sedotti argini….literature……andavano varcati. Come qui hai fatto e come vedi le parole prendono una nuova allure, uno scintillio, un alcunché che dice….

    • Carlo, grazie, questo è un progetto che si è fatto “vita” dicendo, insomma non a tavolino e sono contento che tu ne abbia colto l’emergenza. effeffe

  2. “in quell’attimo di scoramento senti rinascere dentro un soffio di vita nova”, ma che bello, Fra’! Grazie di tutto.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux