I Neoplatonici di Luigi Settembrini – Domenico Conoscenti

Note da I Neoplatonici di Luigi Settembrini (Mimesis, 2019)

 

III. b. Una singolare fiaba di formazione

 

I Neoplatonici non è soltanto una liberatoria favola erotica intessuta di malizie e di ammicchi: la trama è visibilmente organizzata in tre blocchi narrativi che scandiscono per i protagonisti un originale percorso di educazione sentimentale. Il primo blocco (capitoli 1-2) mostra la nascita della relazione fra Doro e Callicle e prosegue con la riflessione sull’amore platonico che essi compiono e mettono in pratica insieme al filosofo Codro; nel secondo (capitoli 3-5) vengono raccontati gli incontri dei protagonisti con Innide e le considerazioni sulla scoperta del rapporto con la donna; infine nel terzo blocco (capitoli 6-8), Callicle si innamora di Psiche, dopo un episodio guerresco, che vede coinvolti entrambi i protagonisti, Doro si innamora di Ioessa, e con queste fanciulle i due convolano a felici e feconde nozze, senza peraltro smettere di amarsi.

Attraverso questa articolazione il «racconto osceno sino a la metà» può integrare la metà restante, lasciata nell’Avvertenza priva di qualunque connotazione, riceverne e darle senso, svelarne la coerenza e la finalità interne. Le modalità, la forma propria di questo percorso di formazione vengono determinate dalla cultura di quella “antica Atene”, all’interno della quale esso è collocato e di cui Settembrini ha una conoscenza non superficiale, che gestisce però da artista, in modo da trarne – anziché un verosimile racconto “storico” – una fiaba o, ancora meglio, una parabola di formazione.

 

Capitoli 1-2. Aperto favolisticamente ab ovo con le origini dei genitori dei protagonisti, il primo capitolo mostra Doro e Callicle legati fin da bambini di un affetto che li porta a condividere qualunque esperienza fino a quando capiscono che il sentimento e la confidenza fisica che li uniscono da sempre si sono trasformati in amore:

 

Erano già efebi, e già sentivano quell’interno rimescolamento quell’angoscia che è il primo segno la prima voce di amore. E Doro disse: Io sento, o Callicle, che t’amo con un nuovo ardore, e maggiore di quello che ho sentito sinora. E credo sia quell’amore che secondo il divino Platone, gli Dei mettono nel petto soltanto dei savi, quell’amore che nutrisce la sapienza e la purifica, che unisce e rende prodi i giovani guerrieri. Sì, o Doro, disse Callicle: io non amo che te, e più forte di prima, e credo che sia nato in noi questo amore platonico. Godiamone ora che ne è tempo. [APP, p. 187]

 

La consapevolezza non si tinge, modernamente, di inquietudine, di tormento, di vergogna per il sesso dell’oggetto d’amore: nel sentimento appena scoperto i protagonisti ravvisano i tratti di quell’amore di cui ha parlato Platone (che coinvolge i savi, cioè i filosofi, e i giovani guerrieri) e che è positivamente riconosciuto dalla cultura della polis. Se il collegamento pederastia-filosofia si affaccia in alcuni luoghi di Luciano di Samosata, in modo particolare negli Amori (per quanto condotto sul filo ambiguo della castità),[1] non si riscontra nella sua opera alcun accostamento tra omosessualità e virtù guerriere, se non implicitamente per qualche generico cenno alla coppia Achille-Patroclo.

L’esortazione di Callicle a vivere insieme e consapevolmente l’amore appena scoperto non ha l’urgenza che risuona nel rapporto pederastico, ammissibile per l’amato solo nell’arco adolescenziale, prima che giunga a compimento lo sviluppo fisico e sessuale. La prima voce del loro amore si fa sentire infatti a diciotto anni, con l’ingresso nell’efebia,[2] che ad Atene sanciva, col compimento dei vent’anni, il passaggio al mondo degli adulti. Trovata la maniera in cui esplicitarlo anche sessualmente, «l’amore dei due giovani non ebbe più smanie né angosce», chiudendo il momento in cui avevano sentito per la prima volta «quell’angoscia che è il primo segno, la prima voce di amore». Da allora, la relazione fra Doro e Callicle, più che semplicemente inserirsi nella quotidianità della vita a scuola, a casa, con i vicini… rafforza e rende più serena, positiva, sennata la loro partecipazione agli impegni quotidiani, alle mansioni e ai doveri richiesti dal loro ruolo sociale. Appare qui la prima eco platonica indipendente dalla mediazione di Luciano, un ricordo del mito raccontato da Aristofane nel Simposio: dopo aver tagliato in due gli esseri sferici, Giove trasferisce i loro genitali sul davanti affinché, se si fossero incontrate le metà maschio-femmina, esse perpetuassero la discendenza umana, «se invece si fossero trovati insieme un maschio con un maschio, ne venisse almeno sazietà dallo stare insieme e smettessero e si volgessero al lavoro e si curassero del resto della vita».[3]

La reciprocità del diletto viene a ragione ribadita dopo che ha iniziato a includere la penetrazione, sempre replicata a ruoli inversi già dalla prima volta: «E così vivevano pigliandosi diletto con temperanza, e tanto ne pigliava l’uno quanto l’altro, una volta per uno in ogni cosa e sempre, come vuole giustizia ed amore» [APP, p. 189]. Che giustizia ed amore, dittologia ripetuta in chiusura di capitolo, sia da intendere nel senso dell’assoluta eguaglianza[4] e reciprocità affettivo-sessuale è evidente; temperanza, l’altra parola chiave, verrà ripresa dal filosofo Codro, in contrapposizione alle caratteristiche del rapporto con la donna.

È possibile cogliere in questo primo capitolo uno scarto fondamentale nell’amore platonico di Doro e Callicle rispetto al modello che emerge nei testi di Luciano, perché il rapporto fra i due comincia quando di solito, per l’amato, terminava il rapporto pederastico, cioè con la fine dell’adolescenza (attorno ai diciassette-diciotto anni).[5] Si ricordi infatti negli Amori l’osservazione di Caricle, paladino degli amori “eterosessuali” e detrattore di quelli “omosessuali”:

 

Ma se uno tenta un giovanotto di vent’anni, parmi che ei cerchi piuttosto di esser picchiato [= sodomizzato] egli. Chè a quell’età le membra sono già dure e fatte, le gote non più morbide ma aspre e folte di barba, le cosce vigorose sono ispide e brutte di peli, le altre parti nascose le lascio a voi che le conoscete. [LUC, II, p. 237]

 

Siamo al di fuori della concezione pederastica anche perché l’uguaglianza anagrafica tra amante e amato è strettamente correlata, come si è visto, alla più sconvolgente uguaglianza dei ruoli all’interno del rapporto sessuale.[6]

Il narratore, già intervenuto nel ruolo del testimone nella parte inziale, si inserisce in prima persona anche nel finale:

 

Ed io credo che se gli Dei immortali riguardano a le cose che fanno gli uomini, hanno dovuto compiacersi a mirare questa bellissima, e forse sentire invidia di due fiorenti giovanetti che tanto si amano fra loro, e godono secondo giustizia e amore. [APP, p. 189]

 

Il compiacimento degli Dei riprende il cenno contenuto nella “confessione” di Doro, in base al quale l’amore platonico è ispirato dalle divinità. L’intervento della voce narrante ribadisce la legittimità di quell’amore, visto con favore dagli Dei, forse pure invidiosi di tale sentimento goduto secondo giustizia e amore (la reciprocanza). Doro e Callicle stanno sperimentando qualcosa di sconosciuto perfino all’esperienza divina: gli esempi di Giove e Ganimede e di Apollo e Jacinto, ricordati da Settembrini nel Discorso premesso alla traduzione di Luciano, rinviano infatti al modello pederastico, asimmetrico e perciò privo di giustizia.

[1] Cfr. LUC, II, pp. 236-37, 241 e 249.

[2] L’efebia era una sorta di addestramento militare istituzionalizzato (che includeva anche un’educazione letteraria e musicale) della durata di due anni, al termine dei quali i giovani acquisivano la piena cittadinanza.

[3] Cfr. Platone, Simposio. Testo a fronte. Traduzione e commento di M. Nucci. Introduzione di B. Centrone, Einaudi, Torino 2009, p. 85.

[4] Cfr. anche Di non credere facilmente alla dinunzia: «Nessuno può negare che la giustizia consiste nell’eguaglianza in ogni cosa, e nel niente di soverchio, e la ingiustizia nella disuguaglianza e soverchianza», LUC, III, p. 109.

[5] E. Cantarella, op. cit., pp. 58-65 sostiene che l’età per essere eromenos andava solitamente dai dodici ai diciassette-diciotto anni, appunto; sull’estensione di tali limiti cfr. anche G. Dall’Orto, Tutta un’altra storia, cit., pp. 60-63.

[6] Cfr. K. J. Dover, op. cit., p. 91: «si poteva essere erastés ed erómenos nello stesso momento, ma non era possibile essere l’uno e l’altro nei confronti della stessa persona». E. Cantarella, op. cit., p. 70, ritiene che il discredito nel caso di rapporti omosessuali fra adulti, non fosse globale: «Ricalcando il modello della coppia pederastica, quella composta da due adulti prevedeva che uno solo dei due assumesse il ruolo dell’amato: e in questo stava, appunto, il problema sociale e morale che determinava tensioni, contraddizioni, ambiguità, e non poca ipocrisia. Uno solo dei due violava formalmente le regole. E la società greca rispondeva a questa constatazione applicando i tipici criteri di una “doppia morale”. Uno solo dei due era il vizioso, l’indegno, quello da ridicolizzare: quello che, per lo più, veniva definito katapygōn».