Deepfake


di Marco Canneva

Una voce distante mi telefonò quella mattina in clinica per chiedermi di restarci fino al primo pomeriggio. Richiesta superflua, poiché io ci lavoravo in quel posto e ci stavo volentieri anche dodici ore al giorno. Continuò elencando stancamente le mie doti di medico che mi facevano, a detta sua, uno fra i migliori chirurghi del paese. Immaginai che parlasse per altri perché gli incensi lasciavano pensare a una rassegnazione che aveva me come oggetto, come se la voce si rivolgesse a qualcuno di morente o vissuto nel passato. Scacciai queste impressioni e mi accomodai nei cerimoniali. Mi piaceva infatti essere considerato solo un chirurgo. Forse perché da bambino pensavo che chi portasse un camice, o una qualsiasi uniforme, lo portasse ininterrottamente: che dormisse, amasse, facesse la spesa, persino la doccia, sempre indossandolo. Ho sempre creduto che fosse un buon contrappeso per l’anima.

Dopo pranzo raggiunsi la stanza che mi era stata indicata, al cui interno non c’era nessuno. Al centro una sedia sotto a un tavolo di legno su cui erano posati una videocassetta e una pesante cartella da cui spuntavano fogli sparsi, come fette di prosciutto da un panino. Appoggiato a una parete un mobiletto su cui stava un televisore, fra di essi un videoregistratore. Mi sedetti al tavolo, aprii a caso il faldone più o meno alla sua metà, e iniziai a leggere qualche riga: all’imperativo c’era scritto che al paziente occorreva un taglio d’occhi ben preciso; il colore di questi era invece solo un dettaglio perché le giuste lenti a contatto avrebbero sopperito alla differenza cromatica. Più sotto si sottolineava invece l’esigenza di un labbro inferiore carnoso e di gote asciutte, senza tracce di grasso. Di certo in altre pagine avrei trovato delle foto che mi avrebbero detto di più, ma all’improvviso mi scoprii annoiato, cosa non molto abituale in me. Uscii dalla stanza e feci due passi nel corridoio deserto fino al tavolino basso su cui era appoggiato il telefono di servizio. Vicino a questo un distributore automatico di bibite. Curiosai distratto al suo interno, poi notai la piccola finestra aperta sopra di esso, di cui non mi ero mai accorto. Oltre questa gli ultimi due piani di un palazzo. Oltre ancora, un cielo sporco, come se si trattasse di un vetro impolverato in qualche salotto o studio.

Ritornai lentamente nella stanza senza che il desiderio di studiare le carte si fosse fatto più vivo. Visionai allora il filmato. Si apriva con alcune scritte, avvertimenti legali che ignorai. Mandai avanti il nastro fino al volto di un uomo che parlava. Un uomo conosciuto, intendo conosciuto non solo da me, ma da molti, quasi tutti, un politico famoso. Nella prima sequenza il suo labbro scimmiesco oscillava con aria enfatica su un microfono. In un’altra, seduto su una poltrona, dialogava, più rilassato, con un presentatore televisivo. Mandai ancora avanti fino a trovarlo con aria decisa, a monologare, scarno, davanti a un parlamento silenzioso, quasi intimorito. Spensi il televisore. A quel punto mi accomodai sulla sedia, aprii il faldone e lo lessi dall’inizio.

Dopo un po’ che leggevo avvertii dei passi di più persone nel corridoio, il cui rumore crebbe fino ad arrestarsi. Poi la porta davanti a me si aprì ed entrò un uomo non molto alto, col viso increspato dall’insonnia e seminato da una barba irregolare. Portava la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, ma nulla faceva pensare a un gesto disinvolto quanto al goffo tentativo di proteggere qualcosa. Mentre i passi fuori si allontanavano, l’uomo mi salutò. Pensai fissandolo: si assomigliano molto, chi lo ha scovato è stato bravo. Pensai: adesso lo saluto, ancora un attimo. Poi pensai con sollievo che era troppo tardi per farlo e che di grasso sulle guance non ce n’era, e che era una cosa in meno di cui preoccuparsi. Il labbro era invece troppo sottile, ma non importava perché il collagene che avrei iniettato l’avrebbe trasformato in una piccola salsiccia. Poi disse di chiamarsi Amadeo, ma a me interessava solo quanta carne avrei dovuto tagliare e cucire. Lui se ne accorse e i suoi occhi si abbassarono, lontani sulla tasca sinistra all’interno della quale intuivo il muoversi nervoso delle dita. Persi altra umanità quando mi alzai dalla sedia, mi avvicinai e feci due passi intorno a lui per analizzare profilo e nuca, le spalle ossute e le scapole distanti su cui era appesa una maglietta grigia. Nonostante le carte non lo richiedessero, forse per eccesso di zelo, mi soffermai sullo scheletro ben definito e lo immaginai come pasta molle da modellare. Poi, forse fraintendendo la mia indagine a tergo, si sentì in dovere di assicurarmi che non gli era stata fatta violenza, non molta. A quel punto volli indagare l’immobilità del braccio sinistro, ma non appena lo toccai l’improvviso sospiro, feroce e trattenuto di Amadeo mi fece desistere. Tornai allora sul suo viso, sugli occhi che mi facevano preoccupare: intendiamoci: né ernie di grasso né palpebre ipertrofiche lo differenziavano dall’originale, dal politico, l’anatomia era pressappoco identica. Ma il groviglio di muscoli che circondava il bulbo aveva una mobilità unica che di certo affondava nel carattere di Amadeo.

Conoscevo la chirurgia necessaria in questi casi, sapevo che portava a una cicatrizzazione lunga, ignoravo invece il tempo che avevo a disposizione. Andai al tavolo e sfogliai il faldone in cerca di tempistiche e, in loro assenza, di un contatto, magari un numero telefonico. Quando ormai fui certo che non ci fosse nulla che potesse servirmi, il telefono nel corridoio squillò. Mi sentii in dovere di rispondere: lasciai la stanza con al centro Amadeo, dritto nella sua posizione contorta. Raggiunsi spedito la cornetta per poi stupirmi di trovarci dall’altro capo la voce distante. Mi aveva anticipato come se mi avesse seguito attraverso i muri o attraverso il cielo tinto di un blu innaturale, che ora stavo un’altra volta guardando attraverso la finestra.

Chiesi e la voce mi intimò di fare presto perché c’era poco tempo. Quanto tempo, chiesi. Dapprima fu riluttante, poi, come se poco importasse se sapessi o non sapessi, mi disse di più. Scoprii che entro un mese il tipo della videocassetta, il politico, avrebbe dovuto tenere un discorso a reti unificate. Un messaggio che i suoi oppositori e i suoi compagni di partito non si aspettavano. O che invece attendevano, ma evitavano di parlarne con un pudore venato di paura e di fede. Aggiunse però che alcuni di loro si erano spogliati della fede, non della paura, come di una maglietta sporca, e reclamavano segretamente più candore. La voce aggiunse che, al suo posto, Amadeo avrebbe dovuto recitare altre parole davanti alle telecamere, e che no, non conosceva il testo, il copione, e che non gli interessava, ma di certo sarebbe stato un discorso solido perché non era il tempo di idee e di princìpi. Poi mi uscì una sciocchezza: cosa ne pensasse il politico di tutto questo. Al mio orecchio, prima che la voce riagganciasse, giunse un qualcosa fra il silenzio e un verso soffocato da una lastra di plexiglas.

Nello stesso momento in cui posai la cornetta, avvertii un respiro sopra la mia spalla sinistra. Mi voltai e Amadeo era lì, non so da quanto tempo, con un sorriso abbozzato. Nella mano destra, la sola libera, aveva due monete che infilò nella fessura del distributore causando l’uscita di un paio di lattine di cola. Le aprì entrambe e una me la porse. Pensai che un paziente non avrebbe dovuto offrire da bere al suo chirurgo, che sono cose che si fanno solo fra esistenze che scalpitano per diffondersi. Dopo mi chiese se mi sentivo utile. Tirai giù un sorso di cola e orrendamente risposi che tutti serviamo a qualcosa. Fece finta di niente e volle sapere del mio lavoro. Da quanto tempo operavo. Che ne facevo della carne in eccesso. Su cosa stessi lavorando in quel periodo. Gli raccontai che stavo mettendo giù qualcosa di sperimentale che agiva sul profondo, dalla pelle al sistema nervoso, da fuori per il dentro. Amadeo sorrise. Un procedimento, continuai, che modificava il volto per cambiare i pensieri del paziente, anche il suo carattere, anche la personalità, la persona. Sciorinai dati e risultati e di tanto in tanto Amadeo mi diceva distratto: è molto bravo in quello che fa. E io continuavo, anche se la conversazione iniziava a languire, cercando di allontanare quell’attimo che chiamiamo “senza speranze”. Arrivò comunque e ci ritrovammo entrambi, silenziosi, a osservare attraverso la finestra l’imbrunire. Poi Amadeo disse che finalmente non c’era più nessuno dall’altra parte, e continuava a guardare in alto. Gli chiesi cosa intendesse. Credo che fra qualche anno, disse, non ci sarà più bisogno di noi. Qualcuno, o qualcosa per quel qualcuno, osserverà la persona che non gli piace, che dice cose che non vanno bene. Magari attraverso uno schermo, come quello della televisione, magari attraverso il cielo, come adesso. E un attimo dopo, grazie a qualche magia o a calcolatori che ora ignoriamo, il politico, il giornalista o il magistrato, il non gradito insomma, dirà cose che non avrebbe mai affermato. Non potrà farci nulla, come preso da altre volontà. Arrivati a quel punto…

Poi Amadeo si interruppe e perse il tono sognante. Neanche per un attimo pensai che fosse pazzo tanto che rimasi lì, fermo, aspettando che continuasse. Ma lei è un bravo chirurgo, riprese portando lo sguardo sulla mia figura, quando quel momento arriverà qualcosa troverà di certo da fare. Anch’io mi osservai, posai gli occhi sul mio camice e provai una leggerezza torbida. Gli chiesi allora che ne sarebbe stato di lui. Sarò sempre io anche con un’altra faccia, rispose quasi di buon’umore. Poi tirò finalmente fuori dalla tasca la mano sinistra e l’aprì. E ogni secondo che mi separa da quel momento, continuò con lo sguardo sull’orecchino a goccia d’ambra posato al centro del palmo, è un secondo in più per un’altra persona.

Foto di Joshua_Willson da Pixabay

  1 comment for “Deepfake

  1. Riccardo Sapia
    1 Febbraio 2020 at 09:12

    Bellissimo

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