Il canto del tempo, di W. Kevin Wren

La poesia di Kevin Wren non è cronaca e non è diario, nulla di più lontano da lui del flusso psichico o viscerale che alimenta nei nostri tempi postumi tante scritture ininterrotte, replicanti, filamentose. Le sue basi, i suoi modelli, rigorosamente distanziati con dolore e con rimpianto, stanno nel grande simbolismo, nella costruzione immaginosa e visionaria del mondo, dei paesaggi naturali e interiori, che fu di Yeats e dei romantici inglesi. La fattura dei suoi versi è perciò riccamente elaborata, la sua lingua poetica è frutto di sapienti selezioni e intarsi, non privi di echi classici, mescolati e fusi in una sintassi complessa e sempre controllata. La versificazione inclina alla prosa, ma si inarca in riprese e in risonanze musicalmente modulate di topoi e di figurazioni, che da sole danno ad essa energia e spessore, senza bisogno di giochi fonosimbolici o di espedienti ritmici. Questa scelta di recentissimi poems, The Song of Time, evidenzia però una forte discontinuità, per l’improvviso, inatteso irrompere dei segni della storia, la tremenda storia del Novecento che oggi, proprio oggi sembra giungere a un suo tardivo, definitivo ingorgo. Si tratta di nomi, di luoghi e di persone, di eventi di violenza indicibile, come rigurgitati nel presente melmoso della post-istoria: nomi risuonanti come angosciosi memento, sino a farsi incubi, allegorie di un male quotidianamente esacerbato. Questi pezzi di storia che come incubi attraversano la notte, e minacciano la stessa vocazione della scrittura, sono allo stesso tempo allegorie di un destino comune implacato. Il poeta ne rintraccia le ferite dentro di sé, collega ad esse i frammenti mnestici del suo vissuto. L’effetto che ne deriva è quello di una protesta che è anche una estrema ammissione di colpa, e simula infine i modi di una laica inerme preghiera. (Mario Sechi)

 

Poesie tratte da The Song of Time / Il canto del tempo, di W. Kevin Wren (traduzione di Elena Palazzo)

 

Broodings on Salò / Rimuginazioni su Salò

 I

Salò
In a time of dissent, of stones thrown against the iron teeth of government,
Of the tenebrous lords of the doctrine of hate lurking in their hermetic dens,
What may I do but utter my dissent from the doctrine of hate in this enclave
Of peace beyond the flaming cities and their malcontents. The long republic
Has been built on shifting sands, on the sands of the citizenry’s intolerance
Of the old lords of iniquity in their parliaments of greed, lying, after hours,
Between whoredom’s sheets. I have been long sealed in the chamber of night,
Beset by the sin of decades, the sin of these decades I cannot nor will forget,
Foreign yet native to the republic’s night, to the new lords of the raised salute,
Disinterring the bloody, bloody epaulettes of Salò’s past, in a time of dissent,
Of stones cast against the iron teeth of government, of those tenebrous lords
Of the doctrine of hate lurking in their hermetic dens, my words cannot reach.

Salò
In un’epoca di dissenso, di pietre lanciate contro i denti di ferro del governo,
dei tenebrosi signori della dottrina dell’odio in agguato nei loro ermetici covi,
cosa posso fare se non pronunciare il mio dissenso dalla dottrina dell’odio in questa enclave
di pace oltre le città fiammeggianti e i loro malcontenti. La lunga repubblica
è stata costruita su sabbie mobili, sulle sabbie dell’intolleranza della cittadinanza
verso i vecchi signori dell’iniquità nei loro parlamenti di cupidigia, distesi, dopo i lavori,
tra lenzuola di prostituzione. Sono stato a lungo sigillato nella camera della notte,
assediato dal peccato di decenni, il peccato di questi decenni che non posso e né dimenticherò,
straniero ma nativo alla notte della repubblica, dei nuovi signori del saluto romano,
che riesumano le insanguinate, insanguinate spalline del passato di Salò, in un tempo di dissenso,
di pietre lanciate contro i denti di ferro del governo, di quei signori tenebrosi
della dottrina dell’odio in agguato nei loro covi ermetici, che le mie parole non sono in gradodi raggiungere.

II

The Night
To hear speak, speak of resurgence and Salò again instils a knowing
That defies all words of that which is uneclipsed despite the martyrdom
of heroes. In the provinces, the swastika festers in those millions dead
and to hear, hear brag again of a time of night descends in the darkness
like a closing eye. This not enough, nearly enough to gladden my days,
drag me out of sleep into the light in which children play games of war.
I would sleep in peace, and wake in peace, oblivious to it all, but sleep
Is my bloody Calvary towards the stigmata of the cross, to an invision
Which silences words. Deliver me from the night, from these stations
And the goring thorns of myself, lost in history with no, no, no return.

La notte
Sentir parlare, parlare nuovamente di risuscitare Salò instilla un sapere
indicibile di ciò che non si è eclissato nonostante il martirio
di eroi. Nelle province, la svastica suppura in quei milioni di morti
e sentire, sentire di nuovo vantarsi di un’età buia fa calare l’oscurità
come un occhio che si serra. Questo non è abbastanza, non basta lontanamente per rallegrare i miei giorni,
per trascinarmi fuori dal sonno nella luce in cui i bambini fanno giochi di guerra.
Vorrei dormire in pace e svegliarmi in pace, ignaro di tutto, ma dormire
è il mio sanguinoso Calvario verso le stimmate della croce, fino a un insight
che mette a tacere le parole. Liberami dalla notte, da queste stazioni
e le spine insanguinate di me stesso, perse nella storia senza ritorno, nessun, nessun ritorno.

III

The Ornate Jewels
The Spanish brigades, the Allies thundering down the parched roads of Salò,
And reborn evil once these are forgotten by children playing with a loaded rifle,
The electorate. The centuries must begin again from Salò, straining to remember
All that has been lost of the ornate jewels of time, all, all, of light once visioned
Shining across the ocean, oceanic luminescence, despite these sullen days, shaded
By the pall of remembrance. The Spanish brigades, the Allied tanks thundering
Down the roads of Salò, a broken cross whose gold embellishment catches the light
that still glimmers, incomprehensibly glimmers, the light that returns in the obscure
cavern of the mind, despite these sullen days, darkened by the pall of remembrance,
all that has been lost, the ornate jewels, light once visioned shining across the ocean,
oceanic luminescence, the Spanish brigades, the Allies burning down the roads of Salò.

I gioielli ornati
Le brigate spagnole, gli alleati tuonanti lungo le strade aride di Salò,
e il male risorto quando tutto ciò è dimenticato da bambini che giocano con un fucile carico,
l’elettorato. I secoli devono ricominciare da Salò, sforzandosi di ricordare
tutto ciò che è stato perso degli ornati gioielli del tempo, tutto, tutto, della luce una volta vista
risplendente attraverso l’oceano, luminescenza oceanica, nonostante questi giorni cupi, oscurata
dalla coltre della rimembranza. Le brigate spagnole, i carri armati alleati tuonanti
lungo le strade di Salò, una croce spezzata il cui abbellimento aureo cattura la luce
che ancora luccica, incomprensibilmente luccica, la luce che ritorna nell’oscura
caverna della mente, nonostante questi giorni cupi, oscurati dalla coltre della rimembranza,
tutto ciò che è andato perduto, i gioielli ornati, la luce che una volta veniva vista splendere attraverso l’oceano,
luminescenza oceanica, le brigate spagnole, gli alleati tuonanti lungo le strade di Salò.

IV

The Silence of Time
Auschwitz, Treblinka, Salò, storms still unleashed over the continent
Where we must live, remembering in the darkness what we have been,
Swastikas branded on our arms as we branded numbers in Hebrew flesh,
Goose stepped at Nuremberg beneath the mad, mad, high burning flame,
flame of history, enfiring Auschwitz, Treblinka, Salò with Hebrew flesh,
the flesh of what we have been. What light remains in the fading memory
Of this continent where men lick their ice cream as if nothing had been,
Raise their children unmemoried of it all, heirs of the void in the silence
Of time, as the new born millennium marches slowly on its mindless thighs
Towards Auschwitz, Treblinka, Salò, the return of the mad, high burning
Flame, the flame of what we have been, are to be, in the silence of time.

Il silenzio del tempo
Auschwitz, Treblinka, Salò, tempeste ancora scatenate sul continente
dove dobbiamo vivere, ricordando nell’oscurità ciò che siamo stati,
svastiche marchiate sulle nostre braccia mentre marchiavamo numeri su carne ebraica,
marciavamo a passo dell’oca a Norimberga sotto la folle, folle, alta fiamma ardente,
fiamma della storia, che ardeva a Auschwitz, Treblinka, Salò con carne ebraica,
la carne di ciò che siamo stati. Quale luce rimane nella memoria sbiadita
di questo continente dove gli uomini leccano il gelato come se nulla fosse stato,
allevano i loro figli immemori di tutto, eredi del vuoto nel silenzio
del tempo, mentreunneonato millennio marcia lentamente con cosce senza cervello
verso Auschwitz, Treblinka, Salò, il ritorno della folle, alta fiamma
ardente, la fiamma di ciò che siamo stati, che saremo, nel silenzio del tempo?

 

Immemorial Fashionings
Men kill themselves, having massacred their wives, thrown, mad,
Their children from the jaws of windows. Politicians commiserate.
This is the dark knowledge, the obscure news, news witnessed daily.
One can take no more of that which flickers, flickers on the night,
In the mind of maddened men, on the wealthy screens of Abaddon
Between the ads. High on the snow peaked mountains, a craftsman
Moulds his wood in immemorial fashionings, in the quiet of time.
I have forgotten whoever I am down in the valley of blood, these
The daily murders, the rivers of blood, the blood of Christ, blood
Shed on the Mount of Olives. High on the snow peaked mountains,
A craftsman moulds his wood, immemorial fashionings, in the quiet
of time, high on the snow peaked mountains, immemorial fashionings.

Immemori modellamenti
Gli uomini si uccidono, dopo aver massacrato le loro mogli, e lanciato, fuori di sé,
I loro figli dalle fauci delle finestre. I politici compatiscono.
Questa è la conoscenza tetra, queste le notizie oscure, le notizie quotidianamente testimoniate.
non si può sopportare più ciò che tremola, che tremola nella notte,
nella mente di uomini impazziti, sugli schermi facoltosi di Abaddon
tra gli spazi pubblicitari. Lassù sui picchi innevati dei monti, un artigiano
modella il suo legno in forgiature immemori, nella quiete del tempo.
Ho dimenticato chi io sia quaggiù nella valle di sangue, questi,
gli omicidi quotidiani, i fiumi di sangue, il sangue di Cristo, il sangue
versato sul Monte degli Ulivi. Lassù sui picchi innevati dei monti,
un artigiano modella il suo legno, forgiature immemori, nella quiete
del tempo, lassù sui picchi innevati dei monti, forgiature immemori.

 

The Clock at Hiroshima
Enola Gay brooding on the Japanese sky an instant before unloading it,
History teetering on the brink of death. We have become accustomed
Since then to films of the inconceivable cloud, which opened, then, as if
A malevolent eye, to the eyes of the living witnesses, old but condemned
To remembering, gathering before monuments of tortured steel, against
The backdrop of the skyscrapers, on the anniversary, to commemorate,
Or Oppenheimer, after it, quoting Donne, Now I am become death,
The destroyer, the rivers of blood, rivers of molten flesh, the torrents
Through Hiroshima and Nagasaki, sister cities of willed catastrophe,
Truman, dwelling on silence, like a spider in its web before striking,
Uttering the command, all, all to teach the Soviets a lesson. The cloud
Has burnt into our memory, become an icon, like Marilyn, coloured
By Andy Warhol, the clock at Hiroshima frozen at that long moment,
The fateful moment when it happened. What have we done since then,
How, how, how have we spent time, or raised kids, been happy, since?

L’orologio di Hiroshima
Enola Gay rimugina sul cielo giapponese un istante prima di scaricarla,
la storia vacilla sull’orlo della morte. Ci siamo abituati
da allora ai filmati dell’inconcepibile nuvola, che si apriva, allora, come
un occhio malevolo, agli occhi dei testimoni viventi, vecchi ma condannati
al ricordo, che si radunano davanti a monumenti di acciaio torturato, contro
lo sfondo dei grattacieli, in occasione dell’anniversario, per commemorare,
o Oppenheimer, dopo il disastro, citando Donne, “Ora sono diventato la morte,
il distruttore”, i fiumi di sangue, fiumi di carne fusa, i torrenti
attraverso Hiroshima e Nagasaki, città gemelle della volontaria catastrofe,
Truman, sospeso nel silenzio, come un ragno nella sua tela prima di sferrare il colpo,
pronto ad eseguire il comando, tutto, tutto pur di dare una lezione ai sovietici. La nuvola
è esplosa nella nostra memoria, è diventata un’icona, come Marilyn, colorata
da Andy Warhol, l’orologio di Hiroshima agghiacciato in quel lungo momento,
il fatidico momento in cui è successo. Cosa abbiamo fatto da allora,
come, come, come abbiamo trascorso il tempo, o allevato i bambini, o vissuto felicemente, da allora?

Kevin Wren, nato e cresciuto in Irlanda ma residente in Italia, è poeta, traduttore e accademico. Le sue poesie sono state pubblicate su The Irish Times, The Cannon’s Mouth, Capoverso, Athanor e su Romanticism, rassegna di poesie in lingua inglese pubblicata a Bologna. Le sue numerose traduzioni includono le poesie del poeta calabrese Lorenzo Calogero, che mezzo secolo dopo la sua morte stanno ottenendo meritato riconoscimento internazionale, e l’opera classica di Carlo Ferdinando Russo, Aristofane, autore di teatro per Routledge. Il suo lavoro accademico, principalmente sui romantici e in particolare su Keats, fa parte del corso triennale e del programma post-laurea nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bari. Ha partecipato ad alcune importanti letture di poesie a Firenze (Gabinetto Vieusseux, 2016) e a Bari (2017). La sua raccolta di poesie The Long and The Short è uscita nel 1999.