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Vesti la Giuba

 

di

Francesco Forlani

La ganga dei poeti si premia e incensa sui giornali manifestamente di sinistra. Che poi tutti sanno che la poesia non è una cosa di sinistra, come la musica e la pittura del resto. Al massimo si potrà dire di tali opere che sono sinistre anche se premiate e incensate sui giornali manifestamente di sinistra. La poesia o è nuda o non è. Altrimenti è atteggiata, tronfia, saccente, insomma inutilmente addobbata. Compito del lettore dovrebbe essere, quando gli capita il miracolo di trovarsi di fronte a una vera poesia, non quello di spogliarla dei sensi e significati, ma di rivestirla timidamente come si farebbe con un amico o un’amica ai margini della vita. La poesia è mendicante, e i veri poeti dei miserabili, altrimenti, diciamolo pure, ci si trova di fronte allo stile senza verità, allo sforzo titanico della montagna che partorisce strane minuscole creature portate a credersi per strani giochi di specchi, giganti o ciclopi accecati dalle proprie frenesie. Poiché parliamo di poesia, ecco un’opera nuda, Ritratto di famiglia, Oèdipus Edizioni, di Anna Giuba, poesia che vale la pena vestire con la propria attenzione e pochi cenci.

Si tratta di un’opera che s’inscrive nella tradizione dei ritratti familiari mettendo però tra virgolette la pretesa natura “tradizionale” della stessa. Ogni parte che l’autrice definisce sezioni, a mio avviso da intendersi proprio nel senso scientifico della parola, come dissezione, scorporamento, si isola dal tutto; nessuna relazione viene raccontata, descritta tra le parti in causa, al massimo accennata come nella sezione detta del fratello; l’unica possibile è quella che ognuno di essi intrattiene con i propri antenati o con l’unica figura che manca, la figlia, che è solo voce narrante e raramente descritta, come quando al padre scrive:

Ma tua figlia era una ribelle corporale,
destinata ad espellere una storia
che non si può digerire,
neppure con il maalox.

La figlia  non è solo figlia del padre ma anche di un tempo, di una terra con cui si identifica al punto di trasformarsi e divenire Italia, in una metamorfosi niente affatto indolore, e men che mai risolutiva come accadeva nei miti.

Tua figlia era Italia di quell’anno,
bomba di cibo familiare,
stomaco stanco d’ingoiare.
Esplodeva nel bagno di piastrelle azzurre,
una rivolta di ventre senza piombo.
Ed è spina nel cuore di tua figlia,
che la famiglia non abbia capito
l’intreccio vago del dolore di conflitto
confitto nel dolore di un paese.

Da privilegiato lettore dell’immenso archivio dell’autrice non posso non ricordare qui la magnifica trilogia dell’Italia, alter ego di Anna Giuba, opera narrativa di straordinaria potenza e che è rimasta al palo, ovvero inedita per la leggendaria capacità dell’editoria italiana nell’arte del rifiuto delle opere “maggiori”, tanto lontane dalla mediocrità generale da non meritare non dico il timbro del “visto si stampi”, ma un francobollo di un qualsiasi editore, piccolo, medio, medio alto, puro, indipendente o commerciale. Di questa esistono tracce in rete e anche qui su Nazione Indiana. Vi dico della trilogia perché a mio avviso è il perfetto controcanto a questa prova poetica.

I ritratti di famiglia, in genere si tratta di fotografie, si sfogliano con estrema cautela, attenzione a non saltare le pagine, a non ritrattare gli affetti. A volte bastano pochi versi, come nel caso della sezione dedicata alla madre, a definire il destino, la prova d’amore:

Ti ho colta, madre, in un istante.
Con la supplica al bianco dei capelli,
agli occhi stanchi dietro le lenti,
di non lasciarmi.

Ci sono esistenze per cui la vita non è un lungo fiume tranquillo. La terra è accidentata, il letto scosceso, e l’impeto dell’onda violento lungo le feritoie degli argini imprecisi. Italia vorrebbe avvicinarsi al fratello ma se ne rimane in disparte per lo più affidando al ricordo dell’infanzia, perduta insieme all’innocenza, il compito di riparare ai torti del distacco.

Siamo giunti all’estuario,
di ondine minuscole e crespe,
di un abbraccio rapido,
del tuo giubbotto blu che attende
il mare aperto, e la tua rabbia
che infrange l’unica molecola
rimasta.

L’ultima sezione è una lettera d’amore, indirizzata al marito. È l’unica a presentare un titolo d’appoggio, Requiem, ed è una ballata solitaria e struggente di cui forse è meglio non dire lasciando che il canto si faccia da solo.

Il tuo viso di ragazzo biondo
emergeva dal blindo
pulito e schivo, come sempre.

E se le tue mani erano sporche
a me non importava, erano le tue mani.
Ma l’odore di metallo e umanità compressa
impregnava le ossa fino a macerare
l’anima.
E lacrime troppo piante,
troppo vuote,
non suturavano le ferite.

Riconoscevo ogni volta i tuoi occhi
lontani dall’abisso,
e il tuo passo di sposo,
la tua innata eleganza che filtrava
dalle falangi
anche tra le donne da bolero
in sala colloqui. Ero una di loro.

 

 

4 Commenti

  1. Grazie, Francesco, per questa splendida recensione che va al cuore del libro. Sono consapevole del suo valore, e le tue parole, come sempre, sono dettate da un sentimento mai scontato, mai banale. Grazie ancora.

  2. Grazie a te Anna che ci porti in dono magnifici versi, grazie a Francesco che lo sottolinea.

  3. “La Poesia è nuda o non lo è”…
    È una affermazione puntuale e definitiva e non c’è molto da aggiungere, se non complimentarsi con l’Autore della recensione che tempera molto bene la matita prima di usarla, segno di grande rispetto per chi legge.
    La Poesia di Anna è un grande regalo.
    Grazie davvero.

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux