Silvia è un anagramma

di Franco Buffoni

In che peccai bambina?

“In che peccai bambina?”
La domanda semplice di Saffo è quella che gli/le adolescenti si pongono quando si sentono rifiutati per ciò che sono, con genitori fratelli e cugini che dicono di amarli, ma che in effetti amano un’altra persona, non loro così come sono. Amano una persona che non esiste, perché non possono e non vogliono accettare quella che c’è, così come è.
La domanda semplice di Saffo corrisponde al grido d’ogni adolescente omosessuale che scopre l’esistenza del Caino sociale.
Come scrive Giacomo Leopardi: “Qual ne la prima età (mentre di colpa nudi viviam), sì che inesperto e scemo di giovanezza il mio viver corresse”.
In altri termini: essere omosessuali non è una scelta; essere omofobi oggi sì.

Il fattore “O”

Si tratta – semplicemente – di porre anche l’omosessualità nel novero delle opzioni, delle possibilità. Se gli americani hanno messo in gioco tale fattore per Melville e Thoreau, e gli inglesi per Tennyson e Swinburne, non si capisce perché noi italiani non dovremmo farlo per Leopardi e Pascoli.
Conosco bene le due obiezioni di fondo.
La prima: che prove hai?
Lo si chiederebbe supponendo eterosessuale un autore?
Certo che no! Perché quella è considerata la “norma”, non essendo ancora penetrata nel costume italiano la delibera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 17 maggio 1990 che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana”.
Non a caso quel giorno è ufficialmente ricordato nei paesi civili* come “Giornata mondiale contro l’omofobia”.

Seconda obiezione: che cosa cambierebbe nella nostra comprensione dell’opera se si dimostrasse che l’autore era omosessuale?
Significa semplicemente non voler comprendere che – per un autore omosessuale in un contesto sociale omofobico, come quello del nostro Otto-Novecento – il fattore “O” non è una questione di gusto personale, ma la questione centrale della sua esistenza e quindi della sua opera.
Come ha scritto Goffredo Parise: “Ogni uomo, uno scrittore, un poeta, un artista è quello che è la sua sessualità”.

A mia volta domando: per quante generazioni ancora gli studenti italiani dovranno sorbirsi tesi assurde? Il figlio del conte Monaldo restò celibe perché era infelice nell’apparenza fisica? In un tempo in cui il matrimonio era considerato anzitutto un accordo economico tra famiglie?
Ecco così stagliarsi il Leopardi segreto, quello ancora non accettato dall’accademia italiana, il Leopardi omosessuale, esule a Napoli per amore, a mantenere Ranieri con il mensile che gli passa Monaldo. E a sfogarsi con gli scugnizzi in cambio di “avarissime mance”. Napoli era pur sempre la città che in tutta Europa, come ha scritto Arbasino, “suscitava l’ammicco e il sorriso del connaisseur quale sinonimo ed epitome di sessualità a buon mercato e bisessualità disponibile ad ogni angolo di strada”.

Neutro accademico eterosessuale

In Italia non sono ancora penetrate in profondità nel tessuto critico-accademico istanze di studi di genere e di cultura omosessuale. E ancora appaiono nella loro stolidità i valori di sopravvivenza del neutro accademico eterosessuale, spacciato per universale, secondo la sapida definizione della ricercatrice Eleonora Pinzuti. Me ne resi conto nel 2012 in occasione del centenario pascoliano, quando tentai di includere l’omosessualità nel paradigma delle “possibilità” di lettura della biografia e dell’opera del poeta dei Canti di Castelvecchio. Ma l’eguale potrebbe accadere con Cesare Pavese. E potrei continuare con Clemente Rebora, Marino Moretti o Libero De Libero. Quante biografie di autori italiani appaiono irrisolte per via del pervicace rifiuto a rompere il velo di quell’indistinto grigiore.
E che non ci si permetta di speculare sull’esistenza di un’ipotetica “letteratura omosessuale”! Perché la radicata presenza nelle coscienze di un disvalore intrinseco al termine omosessuale ancora provoca un senso di svilimento e di ghettizzazione: lo stigma sociale. Con conseguenti censure, autocensure, necessità di mascheramenti e mistificazioni.
Ci sono migliaia di persone figli e nipoti di omosessuali. Solo che si trattava di gay velati e dunque attenti a non trasmettere la cultura omosessuale da loro vissuta in clandestinità.
Purtroppo non si hanno le testimonianze degli operai gay, dei fattorini gay, ma solo degli scrittori gay. O almeno di quel poco che hanno lasciato: Carlo Emilio Gadda distrusse tutto ciò che riguardava la sua sfera privata; Aldo Palazzeschi, pure. Così si rimane senza le testimonianze del popolo perché non sa scrivere (a meno che non vada sotto processo: allora sono visite mediche legali, referti da compulsare, verbali di polizia). E senza gran parte delle testimonianze degli scrittori, che decisero di “preservare” la propria immagine.
Oggi i più giovani forse nemmeno riescono a immaginare a che livelli potessero giungere nell’Ottocento e nel Novecento le censure e le autocensure. Leopardi, per esempio, si sentiva costretto ad autocensurarsi persino sul copernicanesimo e sul processo a Galilei, come egli stesso ammette nella lettera all’editore Stella del 27 settembre 1826. Figurarsi sulla sessualità!

Laicità

Giacomo Leopardi, mentre dalla Germania riceveva offerte di cattedre – rifiutate per timore del freddo, e nell’ultimo decennio anche perché sapeva che Ranieri non l’avrebbe seguito – a Roma avrebbe potuto ottenere cospicui benefici ecclesiastici, grazie alle conoscenze di Monaldo, che – avendo ben intuito la vera indole del figlio – desiderava proteggerlo, saperlo al sicuro. Sarebbero bastate la tonsura e l’abito, la quotidiana recita dell’ufficio… Ma Giacomo rifiutava sdegnato l’idea di mostrarsi “credente”. Come scrisse nella lettera a Luigi de Sinner del 24 maggio 1832: “E’ assurdo l’attribuire ai miei scritti una tendenza religiosa”. E se nell’inno Ad Arimane Leopardi pare riconoscere l’esistenza di un dio del male (“arcana malvagità”), subito corregge l’impressione affermando di avere abbozzato tale divinità solo per poterla bestemmiare (“ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà”), perché in definitiva “mai io non mi rassegnerò”.
E a Napoli Leopardi non sopportava i letterati che si incontravano al Caffè d’Italia e avrebbero tanto gradito la presenza del “poeta”. Li trovava ridicoli con le loro metafisiche d’accatto, succubi di vacue filosofie e vuoti spiritualismi. Mentre egli era convinto che “d’ogni cosa terrena è rea solo ed unicamente la natura!”. La natura come unica fonte di male per i viventi. Nulla, assolutamente nulla di metafisico: e al centro della Ginestra c’è lo sterminator Vesevo, incarnazione della natura matrigna e indifferente, con una sola possibilità lasciata agli umani: lottare tutti assieme nella consapevolezza del loro reale stato di impotenza. Disperati ma unanimi: “e quell’orror che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena”.
“Leopardi” – come scrisse Melville – “stoned by grief, / a young St. Stephen of the doubt”**.

O, come molto semplicemente scrive Giovanni Pascoli al cappellano militare Giovanni Semeria: “Io penso molto all’oscuro problema che resta… oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra sorella grande Morte! Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la cristiana, sono per così dire, tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse”.
Pascoli, che più prosaicamente si conferma anticlericale al fratello Raffaele non appena giunge a Matera per insegnare al liceo nel 1882: “Ti dirò che né fetor di merda, né lezzo di prete potrebbe rendermi nojosa una città tanto quanto l’avidità schifosa dei suoi abitanti. D’un luogo lercio, che facea venire il vomito, con un letto tutto arrugginito e scacazzato, indovina quanto m’ha domandato un certo musetto tra di porco e di gesuita? Inorridisci… trentacinque lire”.

Annota Eugenio Montale nel suo diario del 1917: “Da tre giorni il dubbio mi par pazzesco, la ragione uno strumento diabolico! Davvero che la Fede è grazia e non si può averla senza una completa sfiducia nelle capriole della logica. Il dubbio è antifilosofico”.
E nel 1971 in Satura, scrive: “Tutte le religioni del Dio unico sono una sola: variano i cuochi e le cotture. Così rimuginavo; e m’interruppi quando tu scivolasti vertiginosamente dentro la scala a chiocciola della Périgourdine e di laggiù ridesti a crepapelle”.

Ma al riguardo lo scettro dell’icasticità spetta come sempre a Sandro Penna: “Il cielo è vuoto. Ma negli occhi neri di quel fanciullo io pregherò il mio dio. Ma il mio dio se ne va in bicicletta o bagna il muro con disinvoltura”.

E poiché entrerà anch’egli a pieno titolo nella nostra narrazione, ricordiamo l’anticlericalismo viscerale di Luigi Settembrini, il suo rifiuto in toto del cattolicesimo e del papato, la sua avversione per “quell’educazione fratesca che storpia l’anima e il corpo”, con il codazzo di “lascivie che sono in un convento di frati”.

Ricordiamo infine, a mo’ di sigillo a questa carrellata, i numerosi passaggi anticlericali presenti nell’epistolario di Leonardo da Vinci, volti a mostrare il subdolo inganno, la frode, persino non sempre pia: “Quelli che con vestimente bianche andranno con arrogante movimento minacciando con metallo e foco (alias: turibolo e incenso) chi non faceva lor detrimento alcuno”.

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*Qualcuno ogni tanto mi chiede che cosa realmente io voglia dire quando scrivo “paesi civili”. Ebbene, il 28 novembre 2017 in parlamento il premier canadese Justin Trudeau chiese formalmente “scusa” alle persone Lgbt+ in passato oggetto di discriminazioni per il loro orientamento sessuale, stanziando cento milioni di dollari perché fossero – per quanto possibile – risarcite. Io definisco il Canada un paese civile.
Va da sé – per contro – ch’io definisca “eroiche” le persone che nei paesi con legislazioni omofobiche rischiano prigione e torture pur di affermare istanze Lgbt+.

**Leopardi impietrito dal dolore, giovane Santo Stefano del dubbio.

 

Testi tratti da: Franco Buffoni, Silvia è un anagramma (Marcos y Marcos, 2020)

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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  2 comments for “Silvia è un anagramma

  1. Ares
    2 Agosto 2020 at 17:57

    Disvelante

  2. 13 Agosto 2020 at 17:29

    Una settimana fa è uscito Silvia è un anagramma e da più parti mi si sollecita a rispondere alle critiche.
    Certo, potrei farlo, ma non credo che avrebbe senso quando chi critica dimostra palesemente di non possedere una bibliografia aggiornata sui temi inerenti all’orientamento sessuale e agli studi di genere.
    La triste condizione di molta cultura italiana deriva dal fatto che una numerosa schiera di accademici e letterati rifiuta di mettersi al passo con le ricerche dei loro colleghi operanti nel mondo civile.
    (Che cosa si intenda per mondo civile, è ben spiegato qui sopra.)

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