Guerra 85

di Giovanna Daddi

La goccia di sudore scendeva dalla tempia lentamente, staccandosi dall’attaccatura dei capelli neri. Si confondeva con il gel. Ma poi si muoveva. Percorreva la mandibola, restava in equilibrio per un attimo, aggrappata a un neo marrone scuro, piccolo e inquietante sulla pelle bianca. Sembrava sbirciare le labbra tese sui denti digrignati.
Poi cadeva sul dorso della mano stretta a pugno, le vene in rilievo. Le dita avvolgevano il calcio di una pistola giocattolo, sembrava vera. La madreperla aveva un’incisione: “Ti amo. Elena”.

Miro in crisi di astinenza si gingillava con la pistola: la ruotava verso sé stesso, la portava alla bocca, aprendo le labbra e infilandocela dentro. Per vedere l’effetto che fa. Aveva caldo, poi aveva freddo. Tutto il suo corpo magro era coperto di sudore, la maglietta era attaccata alla schiena, la sentiva. Il maglione di lana pizzicava nei punti scoperti dalla maglietta, sulle braccia martoriate di buchi.
“Ti amo. Elena”.
Elena era andata via in un giorno pieno di neve, le strade ghiacciate, le auto ferme, di traverso, abbandonate da tutti quelli che avevano deciso di proseguire a piedi.
Era il 5 gennaio. Miro ascoltava il silenzio finto dei fiocchi che scendono, scaldando l’eroina nel suo cucchiaino. La porta era stata sbattuta con forza sulla parete ed era rimbalzata su sé stessa, lui aveva guardato nella direzione del tonfo, così incongruo, lo scoppio di una bomba: aveva visto un paio di gambe magre avvolte in delle calze rosse, una minigonna nera guizzare e una coda di capelli biondi sparire nella cornice della porta. Una frazione di secondo, non era riuscito a fermare quella figurina. La mano protesa, aveva tentato di parlare ma non era uscito un suono.
Forse solo “Ehi”. Non altro.
Ma nella testa parlava, diceva un addio pretenzioso, una preghiera di restare.
Elena, vestita di nero, era scappata dalla porta bianca scrostata, lasciandosi alle spalle un ragazzo mezzo morto in un tinello cadente di via del Leone.
Era andata via. Sicuramente verso Piazza del Carmine. Miro pensava che si sarebbe fermata a guardare la chiesa bianca di neve. Pensava alle sue gambe magre, alla sua pelle tesa, alle sue mani piccole che nei momenti felici si stringevano a pugno agguantando i suoi capelli: non aveva scarpe adatte a quel freddo. Nessuno aveva scarpe adatte quel giorno, nessuno avrebbe potuto prevedere.
Elena, Elena.
Dopo ventiquattro ore Miro si era svegliato, nella stessa stanza del buco, il tinello. Si era ritrovato disteso sul pavimento di grisaglia, la casa di sua nonna. Le piastrelle della cucina schizzate di sugo, la bocca secca con il sapore di morte chimica che aveva a quell’ora in quelle condizioni.
Mangiò un pezzo di pane.
Ricordò che Elena se ne era andata.
Guardò fuori dalla finestra e tutto era sempre più bianco, aprì i vetri e sentì una lama entrargli fra i denti, ibernare le gengive: l’aria era fosforescente, da lì poteva scorgere il Giardino Torrigiani coperto di neve, paesaggio di luna. Non un’anima giù in strada.
Aveva finito la dose, doveva uscire a comprarne ancora.
Il giubbotto di pelle lisa, con il pelo dentro, consunto e infeltrito, la gora di sperma sulla manica – si ricordava bene di aver fatto una sega a uno che non poteva pagare in altro modo, e quello stronzo gli era venuto sul giubbotto buono.
Uscire, respirare, provare a guardare, a non sentire i brividi, il caldo prima, poi il gelo. Provare a camminare diritto, provare a salutare il tabaccaio che spalava la neve davanti al negozio.
Provare a non sembrare un tossico di merda.
Arrivare fino a via del Campuccio, suonare il campanello del Ghisa e prendere l’eroina.
Tornare a casa. Spararsela in vena. Rinascere.

L’8 gennaio era alla terza dose.
I centimetri di neve erano diventati sedici.
Giorni di ghiaccio e neve, giorni siberiani, bianchi come la polverina nel cucchiaio. Bianchi come le sclere rovesciate, come la bava che per giorni usciva dalla bocca di Miro. Bianchi come le lenzuola in cui si rivoltava. La rivolta del suo sangue, che usciva da lui, nel vomito, e sporcava il lino, stuprava il ricamo con le iniziali di suo padre.

Elena sei sepolta nella neve? Sei diventata una Madonna di ghiaccio in calze a rete e minigonna nera. La tua sigaretta continua a brillare nel colore vetrino dell’aria, la punta accesa di fuoco. Vedo i tuoi occhi pesanti di brina, sulle ciglia, vedo le tue labbra blu, vedo le tue mani livide.

La pentola sul fuoco a bollire, sterilizzare l’ago. Glielo aveva insegnato qualcuno. Elena diceva che altrimenti si sarebbe anche ammalato.

La luce è vuota
Senza colori
Senza più vita
Lulù
Ogni ora persa
È una ferita

Aveva comprato il vinile, con i soldi rubati dalla borsetta dell’amica di sua madre, nella casa che era stata di suo padre. Rubati i soldi, comprata la dose. Avanzate poche lire. Per Desaparecido.
Desaparecido.
Senza Elena.

Persi negli echi
Un cielo finto
Li avvolgerà

Ora prendo la pistola, non la pistola finta di Elena. Prendo la pistola vera, quella di mio padre.
Chiusa a chiave, sotto chiave – Il ragazzo è strano, leva la pistola da quella casa, diceva mia madre.
Il mobiletto con lo scomparto.

Non finirà più di nevicare, nevicherà per sempre su Firenze. Firenze diventerà una luna.

Miro era riuscito ad aprire il mobile, a scardinare lo scomparto segreto.
Guardava l’arma: questa era nera, niente madreperla sul calcio. Niente “Ti amo. Elena”.
Non si faceva da un paio di giorni, aveva deciso di prendere la pistola.
Pistola nera, avvolta da un panno verde.
La mano di Miro agguantava il freddo, rivoltando la rivoltella verso di sé: in mezzo alla fronte, l’occhio di Allah, il chakra, un sacco di cazzate sincretiche.
Guardava il buco nel buco, scrutava dentro quel nulla da cui la pallottola sarebbe uscita per conficcarsi nel suo chakra centrale.
Elena.
Elena vestita di ghiaccio.
Il campanello lo aveva fatto sobbalzare sulla sedia del tinello, aveva fatto cadere la pistola.
«Chi è?»
«Scendi Miro dai, andiamo a fare la guerra di neve?»
«Chi sei? Che cazzo dici?»
«Sono Elena, idiota. Scendi. Sono giorni che ti chiamo. Scendi, che questa città sembra la Siberia e tra poco non lo sembrerà più».
Il tempo di sciogliere il ghiaccio, il tempo di spazzare via il freddo.
Il tempo di un solo, preciso, colpo mancato.

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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