Stramer di Mikołaj Łoziński_un estratto

Il brano che segue è tratto dal romanzo Stramer di Mikołaj Łoziński (Wydawnictwo Literackie, 2019), inedito in italiano. La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico.

ph. Jan Pazdro

di Mikołaj Łoziński

Ogni nuovo giorno portava con sé nuovi clienti al caffè Da Stramer, ma nonostante questo Nathan non era del tutto soddisfatto. Lui si aspettava ben altro.
Rena aiutava sua madre in cucina, si sarebbe occupata della parte kosher, che non dava troppi problemi, visto che per la maggior parte i loro clienti erano ebrei che si atteggiavano a polacchi, come diceva Nathan.
Rudek, Salek e Hesio gironzolavano continuamente con i vassoi per i tavoli. I più piccoli, Wela e Nusek, per Rywka erano “i portafortuna e le pubblicità ambulanti del nostro locale”, li chiamava così, amorevolmente, ma per Nathan quei tre stavano sempre in mezzo ai piedi di tutti. E soprattutto ai suoi, che entrava e usciva dal locale.
«Goddammit», si diceva mentre usciva in strada per riflettere sul da farsi.
Una cosa era sbattere la porta uscendo per non mettere più piede nel locale di un altro, ben altro era farlo nel proprio, da cui non c’era modo di andarsene.
Nathan comprese subito dove aveva sbagliato soltanto adocchiando i suoi quattro tavolini occupati. Non ce n’entrerebbe mica un quinto? Dovrei buttare via il biliardo. E se pure lo facessi, cosa risolverei?
Niente.
Gli veniva voglia di sputare per terra, tanto la rabbia. Sputare davanti al proprio locale? Inutile anche questo.
Chi lo avrebbe mai detto che la gente restava ore seduta a un tavolino? Ore e ore a parlare o a starsene zitti. A guardarsi o a guardare fuori dalla finestra. A fumare sigarette o fiutare tabacco. A giocare a scacchi o a carte. A scrivere o leggere chissà che. A sghignazzare o a cascare morti di sonno sul tavolo.
E il tempo passava.
E solo una cosa era sempre la stessa: questi sempre, sempre, sempre lì.
Dei nuovi clienti avrebbero ordinato panini, trippa e birra, e per finire torta e caffè. Ma tanto, che ci pensava a fare? Fossero pure entrati, sarebbero usciti subito, tutti i posti erano occupati. Sarebbero corsi a regalare soldi alla concorrenza.
Più in generale, i clienti degli altri ora avevano un aspetto molto migliore dei suoi.
E se i miei non avessero dove andare? Ma non hanno niente di meglio da fare, che ne so, magari andare a lavorare? Mettere la pagnotta a tavola? Dei figli che li aspettano a casa o dei genitori bisognosi di cure? Che fossero tutti come lui, che ha solo questo caffè?
E gli starebbe pure bene, ma perché allora non ordinano qualcos’altro?
Sarebbero questi i tanto rinomati habitué? Mezza giornata con una tazzina di caffè davanti?
Per non dire di come s’industriavano per sfuggire allo sguardo a distanza dei camerieri.
Cosa non si faceva per avere al tavolino quella tazzina che il cameriere non poteva portar via, perché ancora mezza piena.
«Le porto qualcos’altro?» (O prendi qualcosa o arrivederci e grazie).
«No, grazie, ho ancora questo.» (Lasciami stare).
«Le consiglio la trippa, buonissima.» (Almeno pane e burro).
«Magari quando finisco il caffè?» (Non ti lascerò nemmeno un centesimo di più).
«O forse le andrebbe una fetta di charlotte alla cannella?» (Allora sparisci).
«No, grazie.» (Sparisci tu, io di qui non mi muovo).
E così via per giorni e settimane. Quanto ancora doveva durare?
C’erano volte che Nathan avrebbe mollato tutto per andarsene a Oświęcim, dritto all’agenzia viaggi di Zofia Biesiadecka, che aveva le tariffe più economiche per l’America e il Canada.
Nathan non smetteva di pensarci, nemmeno dopo il lavoro. In casa tutti già sprofondati nel sonno e lui, solo in cucina, a dondolarsi come tra le onde, coi gomiti sul suo scomodo tavolino sgangherato. La zeppa sotto il piede del tavolo era sparita già da molto. Forse qualcuno l’aveva buttata nella stufa per errore. Ora non aveva né tempo né voglia di occuparsene.
Di buono, almeno, c’era che era arrivata una lettera da Ben. Prima addirittura di leggerla, Nathan corse dal cambiavalute, ma non gli accettarono quelle sue banconote macchiate, si era dimenticato quella dannata boccetta. La sera, come ogni volta, Rywka gli lavò e stirò i suoi dollari e al mattino seguente Nathan andò a farseli cambiare da un altro cambiavalute.
Ce n’erano talmente tanti in città che neanche ci aveva fatto attenzione prima. E tutti con un tasso di cambio fisso: 5,25 zloty per un dollaro. Si immaginò subito proprietario del suo cambiavalute “Da Stramer”.
Nathan e il suo tavolo sgangherato si inclinarono verso destra.
Non aveva ancora scritto niente, a Ben, circa la caffetteria che aveva aperto grazie ai suoi soldi. Quasi come se l’informazione dovesse trovare da sola la strada per suo fratello. E quasi non gli era rimasto più alcun motivo di vanto. Ora avrebbe letto della chiusura del suo locale, prima ancora che avesse saputo dell’apertura.
Che fare?
Nathan si sporse verso sinistra. Istantaneamente trattenne il tavolino e infilò il piede nell’interstizio che creava col pavimento.
Un secondo dopo gli venne un sorriso.
Mi basta solo pensare a Ben, per farmi venire un’idea.
Nathan andò a dormire molto più sereno.
Il mattino dopo scese nello scantinato. Ne venne fuori con la sega e la carta vetrata sottobraccio. Oltrepassò con aria indifferente il tavolo della cucina dove sedeva tutta la sua famiglia a fare colazione.
Probabilmente non sentì nemmeno Nusek chiedergli: «Che fai, papà?» perché non gli rispose niente.
Arrivato al locale, Nathan non si tolse nemmeno il cappello o la sua giacca preferita. Gli restava ancora un’ora prima dell’apertura. Rywka sarebbe arrivata a breve con i bambini, e i più grandi dopo scuola e le ripetizioni che ora davano nel loro appartamento, vuoto durante il giorno.
Si chinò sul tavolino più vicino alla finestra, dove in genere sedevano i suoi habitué per rovinargli la giornata e gli affari. Adesso basta. Prese la sega, ma si trattenne. Qualcuno avrebbe potuto vederlo, dalla strada.
Portò quattro sedie Thonet sul retro, dietro la tenda con la parte kosher. Le capovolse tutte. Le squadrò. Legno curvato, seduta incannicciata, schienale arrotondato. Pregiata manifattura austriaca. Checché se ne fosse detto, aveva fatto davvero un affare ricomprandole insieme ai tavolini del caffè Pod Płachta. Davano via il vecchio mobilio perché il nuovo proprietario voleva tutto modernissimo.
Nathan prese a segare le gambe anteriori della prima sedia di un centimetro, con cautela, per non spezzare niente. Provò a sedersi. Sì, così dovrebbe bastare. Accorciò le gambe delle altre tre e poi scartavetrò tutto.
Rimise le sedie al tavolino accanto alla finestra.
Prima di mettersi seduto al tavolino accanto, ci lanciò il cappello pensando, e non per la prima volta quel giorno: questa testa vale molto di più di quel cappello.
Da lì si mise ad osservare la propria opera. Un lavoro da incorniciare. A una prima occhiata, quelle sedie non differivano in niente dalle altre. A Rywka, che aveva portato due enormi sporte di spesa, non disse niente per non tirarsi dietro la iella. L’abbracciò e l’aiutò a spostare la spesa sul retro.
«Cos’è tutta questa polvere?» lei gli indicò il pavimento.
Nathan scrollò le spalle e la polvere dalle maniche, istintivamente.
Aveva piazzato la sua trappola. Ora c’era da aspettare che i poveri habitué ci cascassero.
Manco a dirlo, proprio oggi non se ne vedeva nemmeno l’ombra. Nathan li fissava, impalati lì sul marciapiede di fronte. Che avessero capito qualcosa? Colse l’occasione per acchiappare anche un po’ di sole settembrino, per non perdere completamente l’abbronzatura estiva che tanto piaceva a Rywka.
Si sentì meglio solo al pomeriggio, quando strizzando gli occhi si accorse della sagoma gobba e familiare di uno degli habitué. L’uomo si avvicinò, con entrambe le mani occupate da pile di fogli, due libri e vari giornali.
Ancora a leggere?, pensò Nathan, non ti è bastato ieri?
Ultimamente si arrabbiava anche a casa sua, quando vedeva Salek e Hesio passare serate intere sui libri. Che nuova mania. Avrebbe preferito saperli a dare calci al pallone, come Rudek. Ma cosa poteva farci, tanto di quei tempi persino gli alunni osservanti di yeshivah, quelli che portavano kippah e payot, se ne andavano in giro per Tarnów con la faccia lunga e il libro di preghiere sottobraccio, che sotto la copertina benedetta nascondeva le opere di Marx.
E nonostante l’aspetto esteriore, anche quei giovani erano diversi dentro.
O almeno così si diceva.
E se fosse vero che i giovani al tempio salmodiavano dondolando sui libri sacri, sussurrando frasi di Marx o di quell’altro, quel Lenin?
I suoi figli, in casa, facevano così.
«C’è chi lavora per la famiglia», gli diceva ogni tanto «E chi per rendere onore agli occhiali.»
E se non reagivano, o facevano finta di non sentire, gli spegneva la luce.
«Si spreca l’olio.»
Anche al buio percepiva Salek e Hesio che rivolgevano lo sguardo al cielo.
«Noi siamo autodidatti», gli disse Hesio una volta.
«Auto che? Con l’auto vi ci manderei a…» e si fermò, prima di scoppiare a ridere, ma si trattenne perché c’erano le sue figlie a guardarlo.
«Lasciali stare», gli chiese Rywka.
Pure quello lì è un autodidatta, si disse Nathan nei pensieri, rivolto al suo habitué, anzi, è un autodisdetta. Sotto l’egida severa di Nathan, il del tutto inconsapevole habitué sparpagliò fogli e giornali sul tavolino accanto alla finestra. Era così felice di aver trovato libero quel posticino, così ben illuminato. Non si era accorto che, poco dopo l’apertura, Nathan aveva piazzato apposta un foglietto con la scritta RISERVATO, tolto prima che lui entrasse nel locale.
«Buongiorno, cosa le porto?» gli chiese Nathan come al solito.
L’habitué si guardò intorno, come se cercasse nel modesto spazio interno della caffetteria la risposta a una domanda tanto difficile. O forse si chiedeva se ci fosse qualcosa di meno costoso del caffè a venti centesimi.
«Un ristretto, per favore.»
Dopo aver ordinato qualcosa, ripiombò nelle sue letture. Senza staccare mai gli occhi, nemmeno quando Nathan gli posò la tazza sul tavolino.
Sarebbe bastato versargli qualcosa dentro il caffè per liberarsene una volta e per sempre. Il veleno, ci voleva, altro che trappola. Ma non era questo il punto.
Da dietro il bancone Nathan con la coda dell’occhio osservava l’habitué che lottava con la sedia. Lo vide puntare i piedi, contorcersi sulla seduta, ma senza smettere di scivolare. Poi interruppe la lettura, si mise in piedi, spostò la sedia e un attimo dopo ricominciò allo stesso modo.
Nonostante tutto non si arrese, e accanito come un cowboy americano, inforcò altre sedie, che pure lo sbalzarono via.
Arreso, si guardò intorno in sala, come se cercasse di capire se il problema fosse lui o la sedia. Rivolse uno sguardo interdetto verso Nathan, che per la prima volta gli rispose con un sorriso amichevole.
Questa fu forse la goccia, perché l’habitué raccolse le sue carte, lasciò cadere sul tavolino venti pesantissimi centesimi e si buttò la giacca sulle spalle. Poco ci mancava che lasciasse lì il suo caffè. Se ne ricordò solo una volta alla porta. Si voltò e lo bevve in piedi, onde evitare.
«Bye-bye», lo salutò Nathan.
Spostò lo sguardo incredulo all’orologio, e si stupì al proprio riflesso sullo specchio del bar.
Niente male, pensò, è rimasto nemmeno venti minuti sulle sedie accorciate. Magari si trova chi fa meglio. Forse quelli appena entrati.
Il tempo cominciò a passare più velocemente. Nathan non controllava nemmeno più l’orologio, i clienti cambiavano continuamente, i secondi rimpiazzavano i primi, nessuno era rimasto seduto per più di mezz’ora a quel tavolino.
Per la prima volta, quel posto aveva cominciato a portare soldi, e più che gli altri tre messi insieme.
La sera, Nathan uscì in strada fermandosi sotto la vetrina con l’insegna. Come nel giorno dell’inaugurazione.
Rywka e i suoi figli erano già tornati a casa, in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo Nathan e i lampioni accesi.
Prese un profondo respiro. Persino i cassonetti della città oggi parevano puzzare meno del solito.
Eccezionalmente, non odiava neanche più quelle falci e martello e quelle scritte sul proletariato che di recente qualcuno aveva scarabocchiato sui palazzi. Anche se c’era da dover rifare le facciate, o meglio, acchiappare quel figlio di cagna che aveva sporcato per farglielo fare.
Quel giorno a Nathan gli venivano solo buone idee.
Già si vide scriverlo per lettera a suo fratello Ben: non solo mi sono sbarazzato degli habitué, ci ho pure guadagnato. E d’oltreoceano sarebbe arrivata una risposta entusiastica, rigonfia di banconote:

Dear Nathan,
Io e Pepi ti facciamo i nostri migliori auguri! Non vediamo l’ora di ritrovare Te, Rywka e i ragazzi per metterci al bancone degli Stramer (non prenderemmo un tavolo per niente al mondo!) e gustare quel tuo caffè tanto rinomato. Saltiamo sul primo vapore disponibile per l’Europa.

Forte di quella celebrità, e della benedizione americana, Nathan aveva già chiaro quale sarebbe stato il passo successivo. Una rivoluzione.
Che vada al diavolo, quel Lenin con la falce e il martello. A me basta solo segare, pensò mentre si rifugiava all’interno del locale.
Lo sfrigolio degli attrezzi risuonò fino a notte fonda.
Rincasando al mattino, percepì quasi l’odore della sua rivoluzione privata nell’aria di Tarnów. Riuscì a dormire sì e no tre ore, ma mai si era alzato più riposato. Si ricordò di ciò che aveva sognato guardando attraverso la ragnatela del finestrino sporco, nella latrina in cortile: suonava il violino su un grande palcoscenico, era la prima volta in vita sua che ne aveva in mano uno, aveva steccato, ma nonostante tutto il suo pubblico elegante gli aveva dedicato un trionfo.
Ancora sentiva quegli applausi, sulla strada per il locale. Scansò buche e pozzanghere, più attentamente del solito, e si guardò intorno per tre volte, prima di attraversare via Mickiewicz, per controllare che non passasse una bicicletta, un’automobile o il carretto di un contadino.
Neanche nelle trincee della guerra aveva fatto tanta attenzione.
Perché oggi si sentiva speciale, apprezzato, e soprattutto molto più prezioso di prima. Come qualcuno che ha in tasca il biglietto vincente della lotteria. O come un cercatore d’oro americano che ritorna con un sacco pieno di pepite.
Wonderful world: Nathan trottava di buonumore, incline persino a lanciare una monetina a qualche mendicante.
È così che devono essersi sentiti i grandi scopritori. Chi ha inventato la ruota, di certo si sarà guardato sotto il piede per non inciampare o finire sotto un elefante, una balena o in bocca a un leone. Di certo si saranno sentiti così, come si chiamavano quelli? Marconi e quell’altro, Radiostein.
Ma Nathan Stramer aveva inventato le gambe segate delle sedie.
Che d’accordo con le proprie previsioni funzionava a meraviglia, l’intero locale aveva provato a sedersi, consegnandogli quel giorno un profitto record.
Se continua così… Nathan moltiplicò in mente e poi buttò il risultato su carta.
Non riusciva più a trattenere i suoi pensieri e spese una parte del profitto immaginario addirittura per dei regali. Per Rywka, una gita al mare. Ma di certo non da sola. Sarebbe stato un viaggio in treno per tutta la famiglia. Le nostre prime vacanze.
Ma chi si sarebbe occupato del locale, durante l’assenza?
Quella sera Nathan decise che, in una situazione simile, fosse giunto il momento di mettere la sua famiglia a parte della grande scoperta. Ma prima, chiuse la porta e tutte le finestre del locale. Rywka e i ragazzi erano stati costretti a giurare di non dire una parola a nessuno.
«Sedetevi», cominciò a bassa voce. «Quello che vi dirò adesso è più importante di qualsiasi altra cosa abbiate mai sentito finora.»
Lui si appoggiò al tavolo da biliardo, per precauzione.
«Sei impazzito, papà?» Rudek addirittura si portò le mani alla testa, quando Nathan concluse.
«Scostumato!» Nathan puntò suo figlio già quasi adulto. «È così che ti rivolgi a tuo padre?!»
Ma non lo colpì. Non era più tanto sicuro della propria forza, dopo aver segato sessantaquattro gambe di sedia.
«Non dirai mica sul serio, papà?» Rudek aggiustò il tono.
Poi si scambiò uno sguardo con Salek e Hesio. E si portò una mano alla bocca per coprirsi un sorriso.
Osservando la faccia di Rywka e degli altri suoi figli, Nathan capì come dovevano sentirsi gli altri pionieri in anticipo sui tempi. Lui ricordava bene il passaggio del primo tram cittadino, persino prima che uscisse dal deposito, girava voce che avesse già investito un soldato, una balia con un bambino e una vecchietta. Tale era l’ignoranza, la malafede e il rigetto con cui doveva confrontarsi un grande visionario, persino da parte dei più cari.
Nathan fu assalito dalla tristezza.
Per chi altri aveva segato tutte quelle sedie? Mica per sé. Lui era già al mare.
L’aveva fatto per la sua famiglia.
Manco a dirgli grazie. Proprio Rudek, il primogenito, che un giorno, lontano e triste, avrebbe ereditato l’attività. Ma ne deve ancora mangiare di pane duro, hai ancora da imparare, figlio mio.
Si vedeva subito che non era mai stato in America. E se lo mandasse da suo zio a New York, invece che sul baltico? Che veda da solo di cos’è fatto davvero il mondo, e il mondo avrebbe compreso l’idea geniale di Nathan Stramer.
Neanche a farlo apposta, laggiù si dice: less is more. E infatti: meno sedie, e più guadagno.
Che tutti ricordino di chi è stata l’idea. La gente in America aveva la memoria corta.
«Dico sul serio», si rivolse a suo figlio. «Vuoi scommettere?»
Rudek scosse la testa.
«Hai paura di perdere?»
«No», rispose Rudek. «Io non scommetto mai.»
«E perché?» si intromise Salek.
«Quando due scommettono», continuò Rudek «Uno imbroglia e l’altro è un cretino.»
«Come ti permetti?!» Nathan strinse i pugni.
Questo moccioso sta superando ogni limite possibile. Non andrà da nessuna parte. Nemmeno al mare. Lo lascio qui a fare la guardia al locale.
Rywka posò una mano sulla spalla di suo marito.
«Non capisco…» Si voltarono tutti verso la finestra, come se si accorgessero solo adesso che c’era anche Nusek. «Perché uno imbroglia e l’altro è un cretino?»
«Perché il primo sa di avere ragione, e così frega l’altro», rispose Rudek.
«E se nessuno di loro sa niente?» La domanda di Salek attutì la tanto trattenuta esplosione di Nathan.
Bestemmie americane scossero le pareti e le vetrate del locale. Rudek si alzò, si voltò e raggiunse la strada a passo sereno.
Salek e Hesio gli si incollarono come una doppia ombra.
«Se nessuno dei due sa niente, vuol dire che i cretini sono due», spiegò Rudek una volta arrivati al marciapiede.
E siccome Nathan non accennava a calmarsi, Rywka raggiunse i ragazzi tenendo Wela e Nusek per mano.
Nathan continuò ancora per un po’, e più esattamente gironzolando tra i quattro tavolini vuoti, scuotendo la testa, gesticolando e ogni tanto parlando da solo, e se non fosse proprio solo?
Dopo una settimana, gli fu abbastanza chiaro che aveva fatto bene a non scommettere con Rudek. Del resto, cosa avrebbe potuto farci, aveva perso anche senza aver scommesso. In quel lasso di tempo, un giorno dopo l’altro, cominciò a perdere i clienti.
E alla fine non venne più nessuno.
Nathan si piazzava davanti alla sua insegna, e in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo lui e i lampioni accesi.
Quella notte fu colto dall’influenza intestinale.
Rywka spiegò ai ragazzi che le urla erano il primo, repentino sintomo della malattia. E così bisognava trattarle.
Lasciò le tende chiuse, in camera da letto.

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ornella tajani

Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa di studi di traduzione e di letteratura francese del XX e XXI secolo. È autrice del saggio "Tradurre il pastiche" (Mucchi, 2018). Per Marchese editore ha tradotto e curato L'aquila a due teste di Jean Cocteau (premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012) e Tiresia di Marcel Jouhandeau (2013). Ha scritto una tesi di dottorato in Letterature comparate sul Kitsch e il romanzo contemporaneo ed è uno dei membri fondatori del collettivo italo-francese di traduttrici meridiem. Suoi articoli e recensioni sono apparsi anche su Alfabeta, L'indice dei libri del mese, Le parole e le cose. Seguendo questo link, la lista completa dei suoi post: https://www.nazioneindiana.com/tag/ornella-tajani/ - Cliccando su "View all posts", una lista parziale 

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