Prà de paròe

di Fabio Franzin

Oh, ‘sta piovéta lidhièra,
incùo, tee piante dea mé
teràzha, intànt che son
drio rilèdherve, cari Pier-Luigi
(Cappello, Bacchini)

‘e ‘àgreme che casca, tic tic,
daa ponta de ‘sti cuciarini
verdi, zai, jozhéte che score
te l’incavo fra i nervi, ‘e se
ingrossa, in càibrio tel farse
perla, e po’ tic, tea pièra, tic

come paròe pìcoe co’ drento
‘a musica de canpanèe a ciamàr
qua i ricordi. Tic e cit, cit e tic

jozhéte, fojiéte… perline
da nient, paroìne de boce
‘sconti drio un cantón del
tenpo, sussùri de poeti cari
che continua a viver, qua.

Oh, questa pioggerellina, / oggi, sulle piante del mio / terrazzo, intanto che vi sto / rileggendo, cari Pier-Luigi / (Cappello, Bacchini) // le lacrime che cadono, tic tic, / dalla punta di questi cucchiaini / verdi, gialli, goccioline che scorrono / nell’incavo fra le nervature, si / ingrossano, pencolanti nel farsi perla, e poi tic, sulla pietra, tic // come paroline con dentro / il suono di campanelle a chiamare / qui i ricordi. Tic e taci, taci e tic // goccioline, foglioline… perline / da poco, paroline di bimbi / nascosti dietro un cantone del / tempo, sussurri di poeti cari / che continuano a vivere, qui.

***

Della lingua e delle semenze

di Azzurra D’Agostino

Quello che si prova leggendo questo libro è una sensazione simile al tenere in mano una manciata di semenze. Alcuni grani che contengono in potenza prati e frutti. Che in qualche modo già sono quei prati e frutti, ma che necessitano anche di altri elementi. Cose semplici, essenziali: terra, acqua. Tempo, soprattutto.
E se si pensa alla parola, semenza, emerge anche l’altro significato: discendenza, stirpe.
Siamo al principio di qualcosa, ma anche, al contempo, alla circolarità del ritorno, al ritrovare nel futuro, trasformato appunto dal tempo trascorso, tutto quanto in principio era in potenza.
Le vicende di questo manoscritto sono raccontate da Franzin alla nota finale del testo: quello che ci troviamo davanti è buona parte di un primo libro mai davvero pubblicato. A cui si sono aggiunti, nel corso di molti anni, altri testi, nei quali il tempo ha fatto il suo lavoro di deposito e scavo. Significativo che una delle ultime poesie sia dedicata proprio a Pierluigi Cappello, uno degli uomini e poeti che più hanno segnato la vicenda artistica e umana di Franzin.
Ciò che rende prezioso questo ‘prato di parole’ è dunque anche, ma non solo, un intreccio di epoche, esperienze, vissuti, a partire da un esordio in qualche maniera già maturo, portatore di una verità che il corso della vita ha approfondito e indagato.
Nella prima sezione sentiamo il respiro di un presagio: un continuo domandare al silenzio del silenzio, una riflessione sul senso del dire, un tentare di bucare con la lingua l’indicibile di un’esperienza di dolore. Lingua che si fa centrale, quale possibilità in qualche modo di riparazione.
E vengo qui al punto che mi pare essenziale, suggestione citata anche nel testo con una poesia dedicata proprio a quell’autore che ha sottolineato sempre l’importanza dell’uso di una lingua minoritaria: Seamus Heaney.
Nel preziosissimo ‘La riparazione della poesia’ (Fazi, 1999) il premio Nobel indaga il ruolo del poeta e della poesia e si sofferma a lungo sull’importanza dell’uso di dialetti e lingue altre. Il tutto si potrebbe riassumere a partire dall’affermazione: “La verità dell’arte sta nei punti secondari d’importanza primaria”.
La marginalità e frantumazione dell’esistenza in tante ‘cose secondarie’ non si fa dunque espediente per un’occasionale valorizzazione delle ‘piccole cose’ che animano retoricamente la produzione poetica più o meno recente, bensì s’incarna nella parola a partire proprio dalla scelta della lingua d’espressione. Heaney dedica un intero saggio all’importanza delle lingue altre rispetto al potere, sottolineando come il momento in cui nessuna lingua sarà segregata diverrà la realizzazione di un sogno di cultura e pace mondiali. Un sogno, scrive Heaney riferito alla poesia di John Clare che secondo lui parzialmente l’incarna, “dove non si dovrà mai ripensare se esprimere nei propri termini culturali e linguistici il proprio mondo, perché nessuna terminologia altrui sarà imposta come normativa e ufficiale. Leggerlo per i sapori esotici di un lessico arcaico e le vedute pittoresche di un passato bucolico è mancare la fiducia che egli comunica nella possibilità di un futuro rispetto di sé per tutte le lingue, una imprevedibilità immensa, creativa, dove l’esistenza umana diviene presente e viva più abbondantemente perché ormai espressa nelle proprie parole, autogratificanti e affrancate”.
In qualche modo qui la dimensione politica di ogni poesia viene ribadita attraverso le scelte prettamente linguistiche, lessicali, ritmiche. Ed è in questo modo che ‘Prà de paròe’, con tutti i suoi dubbi, i suoi ritratti minori, le sue erbacce a bordo strada, contiene in qualche modo ,e paradossalmente approfondisce grazie all’imprevedibilità e all’immaginazione, le poesie della fabbrica, della disoccupazione, dei fallimenti della nostra società – raccontati in molti dei libri a venire.
Nella seconda sezione il vento del poi soffia già forte, tanto che si possono solo intuire gli innesti successivi rispetto al nucleo originario. E questo non soltanto perché ogni poeta ritorna sulle proprie ossessioni, né certamente per un qualche manierismo che è del tutto estraneo a Franzin innanzi tutto come persona, prima che come artista.
Si legge nei testi di questa parte del libro la filigrana di uno sguardo sul mondo che, pur nella tempesta e nelle gramaglie, il poeta non dissipa e non distoglie. Uno sguardo limpido, generoso, attento ai fragili con la consapevolezza di farne parte – come ciascuno dei ‘respiranti’, citando Hölderlin.
Perché il legame tra etico ed estetico non è una pura formalità, ma la sorgente intatta a cui occorre almeno provare, tutti, ad abbeverarci.
È con gioia, davvero molta e pura gioia, e con senso di responsabilità dunque che salutiamo questo libro, scegliendo di renderlo pubblico in un momento in cui il noto vacilla e l’ordine mondiale mostra il suo disordine.
Piccolo atto che vuole ribadire l’importanza primaria dei punti secondari, qualcosa da mettere al centro dei nostri pensieri e del nostro fare.

da: Fabio Franzin, Prà di paròe (Sassiscritti 2020)

francesca matteoni

Sono nata a Pistoia nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia con persone di ogni età e racconto fiabe in varie occasioni da sempre. Insegno storia della magia e della medicina, religioni comparate e altri corsi presso alcune università americane a Firenze. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ho curato libri collettivi ispirati al fiabesco e scrivo saggi su riviste cartacee e online, fra cui Nuovi Argomenti e L'Indiscreto. Della mia vita accademica, principalmente all'estero, si trovano articoli e questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto in Sardegna. I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. A lunedì alterni mi si può ascoltare su Fangoradio, con la trasmissione Sàivu. Abito in periferia, vicino a un corso d'acqua, con un gatto. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/ 

Tags:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *