Il tono del risentimento. Il romanzo umoristico di Sergio La Chiusa

[Questo articolo è apparso su “Alias”, supplemento del “Manifesto”, il 13/12/20, con un titolo redazionale.]

di Andrea Inglese

 

La violazione della verosimiglianza, in ambito narrativo, è considerata oggi una duplice offesa, che si perdona a pochissimi e gallonati scrittori, di preferenza già morti. È un’offesa nei confronti di un intreccio ben costruito, che non malmena le attese del lettore, e lo è ancor più nei confronti di quel vero, o di quel reale allo “stato puro”, che una certa narrativa insegue tenacemente, utilizzando le vie della cronaca nera, della storia con molte maiuscole o dell’esplorazione dell’io, che l’autofiction fornisce di contorni molto elastici.

Sergio La Chiusa, nel suo romanzo d’esordio I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi, 2020, finalista premio Calvino 2019 e “menzione speciale Treccani” per la lingua italiana), si colloca con disinvoltura proprio sul terreno poco frequentato dell’inverosimiglianza narrativa. Il suo narratore non solo è poco affidabile, ma necessiterebbe di un’urgente perizia psichiatrica. A ogni pagina, invece di portarci diligentemente al cuore della realtà, per dare senso a qualche fenomeno storico o sociale di pubblico interesse, ci spinge in una zona marginale, dove non accade nulla di rilevante, salvo il suo forsennato elucubrare. A ben vedere, cose turpi, oltreché grottesche e ridicole, accadono nel romanzo di La Chiusa, ma esse emergono in seguito a quella spoliazione radicale dell’ambientazione sociologica e dei meccanismi psicologici ordinari, che ricordano gli esperimenti beckettiani della prima Trilogia. E in fondo I Pellicani può essere letto come un esperimento anomalo, che mette a confronto, in un huis clos claustrofobico, la coscienza risentita e velleitaria di un figlio con l’ebetudine di un padre paralitico.

Pellicani figlio, sconfitto sul piano sociale e professionale, decide di tornare dal padre che non vedeva da anni. Ritrova l’appartamento, ma in un palazzo spopolato e in rovina. Dentro ci vive effettivamente un vecchio, con il nasone simile a quello paterno, ma vegeta su di un letto in condizioni deplorevoli, incapace di comunicare, di nutrirsi e di espletare le più elementari funzioni fisiologiche. Una signora se ne occupa, venendo regolarmente a lavarlo e imboccarlo. È a questo punto che il sottotitolo acquista tutta la sua importanza. Pellicani figlio si mette in testa di riscattare la propria inadeguatezza, trasformando il vecchio paralitico in un ribelle, che sia grado (in vece sua) di fronteggiare l’orrido sistema produttivistico. Emerge in questa situazione non solo il carattere umoristico del romanzo, ma anche il suo fondo satirico: il volontarismo del logos – nel duplice senso di “raziocinare” e “discorrere” – si scontra con la placida e tetragona resistenza del bìos. Questo limite, però, non è accettato e compreso dal giovane Pellicani, che rivela così di aver introiettato proprio gli imperativi sociali contro cui pretende di battersi. “Ma sostanzialmente il materiale era di prima scelta. Bisognava lavorarci un po’. Si trattava in definitiva di rianimarlo, rimetterlo in movimento perché potesse ribellarsi in maniera completa e credibile”.

Nonostante se ne vada in giro in completo “grigio topo” con “valigetta da manager”, Pellicani figlio è un nullatenente. Ha tentato di mettersi al passo con “la smania di rinnovamento”, ma invano. Possiede un’unica cosa soltanto, un’anticaglia del secolo passato: la propria coscienza, che non è poi nient’altro che un potente dispositivo d’inghiottimento e trasfigurazione della realtà. Giulio Mozzi, nella quarta di copertina, la definisce “un’infernale chiacchiera”, sottolineando come il piacere della lettura nasca dalla maestria stilistica con la quale l’autore ci conduce nei meandri a un tempo foschi e carnevaleschi di questa parola.

La Chiusa potrebbe sottoscrivere la dichiarazione di poetica di Robert Pinget, un altro umorista e guastatore della verosimiglianza. Nella sua postfazione a Le libera (1984) scriveva: “Non m’interessa tutto ciò che si può dire o significare, ma la maniera di dire“. La Chiusa, attraverso l’eloquenza sballata del suo personaggio, ci ha restituito un tono, che appartiene precisamente alla nostra epoca: è il tono del risentimento impotente contro l’organizzazione sociale, quel tono che ritroviamo spesso in quelle vittime che, da un momento all’altro, possono trasformarsi in carnefici.

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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  2 comments for “Il tono del risentimento. Il romanzo umoristico di Sergio La Chiusa

  1. 20 Dicembre 2020 at 07:40

    “esplorazione dell’io che l’autofiction fornisce di contorni molto elastici” : non potrebbe essere diversamente. La fiction (nei casi più fortunati, letteratura) a differenza della saggistica non si accontenta della funzione puramente referenziale della lingua. L’accostamento a un disturbo mentale non può essere lo stesso praticato fa Eugenio Borgna o da un altro studioso, così come da un malato che descrive il suo sintomo. Lo scrittore/scrittrice cercherà una forma espressiva della situazione. L’elasticita’ è data dalla libertà che si prende la letteratura (la licenza poetica) per tendere le sue corde e produrre un suono. Certo, col rischio che la corda si spezzi. Nell’arte il rischio del fallimento è un compagno di strada.

  2. Andrea Inglese
    20 Dicembre 2020 at 11:22

    “La fiction (nei casi più fortunati, letteratura) a differenza della saggistica non si accontenta della funzione puramente referenziale della lingua.” Certo Roberta, ma dell’autofiction m’interessa sottolineare non la fiction, ma il riferimento ambiguo all’io referenziale, che cerca in qualche modo di fornire un sovrappiù di “verità” alla pura finzione. Il gioco è interessante, e molto efficace, e non data di oggi (Proust e Céline, per dire), ma qui lo cito come uno dei dispositivi che vuole garantirsi almeno un piede nel “reale”. Nel caso di “I Pellicani”, fin da subito la narrazione è sganciata da ogni rinvio a una referenzialità immediata (d’attualità, storica o autobiografica), anche se non per questo siamo sprofondati nel fantastico. Il “reale” lo ritroveremo dopo, ma attraverso un periplo straniante.

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