Il consolatore

di Michele Neri

 
Sono tornata di corsa, per strada non c’era nessuno e non vedevo il tempo che accelerava di fianco a me. Sono quasi le nove: è tardi. 

Il mio vicino di casa ogni mattina bussa alla porta. Insiste, dice che un giorno sarà impossibile ascoltare quei suoni che rimandano la nostra fine. 

Io sono la donna più popolare e senza aver fatto niente di speciale; hanno detto la salvatrice del pianeta, di ciò che resta, milioni di persone però. 

Tra poco il vicino busserà, chiama prima l’ascensore, io mi affaccio e, con la cortesia di cui sono capace, risponderò grazie non m’interessa, non scendo; se l’incanto non si produrrà, ripete il vicino, noi moriremo. 

Non avevo superato l’esame di procuratore, per cui avevo lasciato la famiglia, il mare di quella mia città azzurra che ormai sognavo per non accettare che nulla più valesse la pena. E ho lasciato un appartamento troppo grande per me, ho chiesto altri soldi a mio padre e mi sono trasferita qui, al piano terra di una casa borghese, in un monolocale con le inferriate alla finestra, l’ultima tra i primi. Finché si sono accorti di me. Oggi sono davvero in ritardo. Aspetterà. 

Era un giovedì. Non avevo dormito bene e stavo uscendo. Spingo la porta d’ingresso con il piede, e mi fermo sotto il colonnato. E’ un rumore a fermarmi. Penso a un animale, a una suoneria che muore, a un uomo che pulisce i vetri con un giornale. Smette e riparte, trova un ritmo, scompare e quando riprende, è umano, qualcuno soffre, non può chiedere aiuto, ma dov’è, chiedo. Trattengo il respiro, i suoni diventano due, si mordono tra loro: uno è un raschiare doloroso, sommerso da un gemito svelto; sembra stringere il primo per il collo, ogni tanto lo libera. Non è una nota triste o allegra, cambia, è la voce di una bestia che agonizza accucciata e non è un animale, anche se tendo le mani per cercare un bastone. Non ascolto con le orecchie, è il corpo a reagire. Perdo il controllo di una fetta ingombrante di me e che vorrebbe essere nuda. Forse perché non faccio domande, vedo il suono e inizio a seguirlo, tirandolo con la gentilezza con cui porterei la torta con le candele accese a un bambino in una sala buia. Riduce gli intervalli di silenzio e sale, sono nella direzione giusta, mi fermo davanti alla finestra sbarrata dell’appartamento a piano terra, un angolo triste. Quando sono a un metro, i lamenti esplodono gradualmente per placarsi, prima quello sordo che accelera strappando qualcosa di caro ormai inutile, per riavvolgersi su di sé spegnendosi; poi l’altro che, da un canto stridulo scende a terra schiudendosi in una risata sarcastica interrotta da parole volgari, per ripartire in una cascata di richiami, cose da piccoli mammiferi o uccelli tropicali. E’ una congiunta espressione di meraviglia. Ma non finisce e anzi occupa il mio corpo, lo sfamo creando un catalogo di pose della donna che vive in quella casa, con lenzuola su un corpo ignoto, mi stupisco della mia immaginazione che aggiunge e chiarisce, inventa la contorsione inebriante, le gambe salde, dal cui vertice si era propagata la scossa tradotta in musica convincendomi che aspettasse soltanto me, per scappare insieme, a mia volta suono. E non erano volume o durata, non un compiacimento osceno. Somigliava a un fiore nella neve, al bisogno di cadere di una spada alzata. L’immaginazione fa difetto. Rimase l’estinzione dei peccati e delle rinunce. E la nostra nuova onnipotente madre paura, per il tempo in cui restai in piedi, smanioso di correre a raccontare ciò cui avevo assistito, si era zittita, il cielo era tornato esplorabile, la terra grande sotto i piedi. 

Gli ultimi due volevano mollare sul più bello; loro, che avevano faticato tanto per entrare. Non credo che oggi riuscirei ad afferrare il testimone e precipitarmi verso la conclusione, portandolo con me, evitando incastri e congestioni fino all’attimo in cui io perdo la strada che pure conosco a memoria, perché è un imprevisto troppo grande. 
Il pubblico avrà ormai riempito il cortile, resterà lo spazio perché si faccia avanti il prescelto. Quando sentirò i suoi passi chiuderò gli occhi. 

Ho comprato quest’appartamento appena andato in pensione. C’era la vasca dei pesci tropicali nella guardiola del portiere. Lasciai subito un biglietto sulla porta del dirimpettaio, chiedendogli di spostare il portaombrelli dal pianerottolo dentro casa; per decoro. Dopo un mese il portaombrelli era ancora lì. Un decoro davvero ridicolo, riconobbi, non appena la malattia che avrebbe spazzato via gran parte dell’umanità, incamminatasi da nord e sud e scavando alacremente la strada verso il quarantacinquesimo parallelo, non fu soltanto un malumore degli scienziati. E diventò la parola che svuotò la mente senza rispondere alle domande. 

Il giorno del trasloco, avevo promesso a mia moglie: da qui non ce ne andremo. E nessuno verrà a disturbare la nostra pace, un progetto semplicissimo: vivere il più a lungo possibile. Non intendevo non ce ne andremo più in quel senso. 

Quando in cortile tornò il silenzio, mi ritrovai appoggiato a una colonna, per sopravvivere a un’inaspettata infelicità. Avevo provato qualcosa di simile dietro uno stabilimento, un pomeriggio al mare, mentre mi cambiavo piuttosto sfiduciato, saltellando per togliere la sabbia dal costume: oltre il legno sottile, una donna gridava, infilandomi un coltello in gola. 

Per consolarla, dissi a mia moglie che noi due, grazie alla felice posizione geografica, saremmo stati tra gli ultimi a morire e se l’umanità intera stava per inginocchiarsi davanti al tramonto, boccheggiando al sole che arrostisce la pelle dei giovani, la dipartita sarebbe stata meno crudele. Mia moglie non ha voluto figli. Amarmi è il suo lavoro, sostiene. Il mio è prevedere il domani; non sono più bravo quanto il tempo lo richieda. Se questo si ferma, mi domando, lei mi perdonerà? 

Appena mio padre scoprì, insieme con altri milioni di persone, la mia dote particolare, si nascose. Non ero riuscita a dirglielo io per prima. A sette anni, se capitava di sfiorarmi con la gamba sotto il tavolo della cucina, arrossiva e si arrabbiava con me. La sua creatura… Tornava, mi baciava; ora non capiterà mai più. 

Per puro caso, il giorno dopo quel fuoriprogramma mattutino, mi recai in ambulatorio per il controllo mensile. Sul chip a lato del collo, la volta precedente il tecnico aveva inserito un numero: quindici. Accorgendosi che non lo perdevo di vista, quel giorno il dottore mi aveva fissato a sua volta: gli stavo chiedendo un’assoluzione, più che un responso. Dopo un silenzio insopportabile e interrotto troppo presto, paradigma di molte attese e forse della mia vita, arrivarono queste parole. 
Un calo importante. 

Trascorso un mese, mentre i positroni rombavano nella testa alla ricerca di nuovi bersagli, elencavo il poco che avessi da mettere in pegno per un numero non inferiore a dieci. Al di sotto, si manifestano i primi segni di autolesionismo e da lì non si torna indietro. 009. Era il numero strappato in sala d’attesa. 

Entrata in quest’appartamento, temetti che dal cortile la gente potesse spiare la mia vita privata. Era più il desiderio di averne una: per mesi non avevo portato un uomo oltre la soglia. Presi a cantare a squarciagola sotto la doccia, ero sicura di avvistare una testa ciondolare davanti alla finestrella coperta di vapore. 

Ho paura di spezzare l’incantesimo: io non l’ascolto, lei canti, sibili o grugnisca pure, faccia ciò che le pare purché si guadagni un altro giorno di vita. Mia moglie non esce da casa, io il minimo indispensabile. Il ricordo di una donna che prese a sbattere la testa contro il semaforo qui all’angolo e continuò fino alla morte lasciando una densa pozza porpora sul mio marciapiede, non se n’è più andato. La pace s’infila in un buco e non la recuperi. Appena il vicino busserà, glielo dico. Alzare un argine di rinunce, è la mia regola di fronte alle incertezze. E’ così, non scendo. 

Il medico picchiettava sul vetro, alzando ripetutamente il pollice. Per vederlo dovevo sollevare la testa, sbattendo contro la gabbia cranica della risonanza; mi faceva fretta. Disse Inspiegabile, quando venne ad aprire la porta; si mise a piangere, abbattendosi sulla sedia che strepitò contro le piastrelle. Mi rannicchiai. Speranza o condanna? Accarezzò il mio braccio, i colleghi accorrevano. Ero imbambolato davanti al calendario, quel giorno, un diciotto, numero poco propizio, mentre Pazzesco, Rialzo, Inaudito, Sollievo universale, queste parole assediavano la mia testa intorpidita dal ronzio nucleare. Cinquanta! Una risata. Cinquantuno! Hai detto cinquantuno? Il tracciato del mio esame correva per i corridoi dell’ospedale. 

Tra poco giù inizieranno. Noi due no, ça suffit. Mai stato mattiniero: leggendo poi in ufficio i piccoli caratteri dei contratti, faticavo a concentrarmi, una gelatina si frapponeva tra l’occhio e la carta; ero convinto salisse dall’inguine. Una monogamia prolungata tollera e favorisce idiozie. 

Senza risposte, ho imparato, appartieni soltanto a te stessa. E’ passato quasi un anno e come ogni mattina mi studio, in piedi sotto l’acqua bollente, indifferente al calore sto attenta a legarmi i capelli per non bagnare il cuscino; posso ancora provare a convincermi, che questa pelle sia mia; poi rivedo tutti quei loro pugni stretti, le bocche spalancate, chiuse, deformi. Tanto domani non ricorderò e domani ricomincerà: adesso è il momento e il luogo è il mio corpo. Il luogo dove accade quella cosa che rallenta la fine. 

Restai seduto in sala d’aspetto, temevo di rompere una notizia appena nata. 

Anche se ogni giorno abbraccio un uomo, mi sento la persona meno amata del mondo. Mi chiedo: se non in quel momento, io esisto o è solo per modo di dire? Oppure immagino: dove arriverebbero se, dal primo all’ultimo, si mettessero in fila davanti a casa. Disgustoso. A letto sono brava, me l’avevano fatto capire da ragazzina. Tornavo dalla nuotata con i fianchi strizzati nei lacci del costume e i maschi giravano la testa; non ho mai dovuto fingere, ero disponibile e perciò meno desiderata: farlo non mi dispiaceva abbastanza. Da lì a salvare il mondo. 

Non lo so dottore. La grazia? Io non ho fatto nulla per meritarla. A caval donato? Non mi crede… Benché avessi ripetuto a memoria la routine di un mese mesto quanto i precedenti, in cui non mi ero tolto dalla testa la progressione della malattia schierata a pochi chilometri da noi, il neurologo sospettava, desiderava che nascondessi qualcosa. Me ne andai. 

Tra poco dovrò sdraiarmi sul letto in attesa che uno sconosciuto mi penetri. Io aspetto che la verità compaia sul suo volto. Quando arriva, è un volto che copre il precedente. 

Da quando la fine dell’umanità è tenuta in sospeso, mi capita di pensare di nuovo agli altri uomini che potrei diventare; ma si è fermato l’orologio impazzito, non quello vero e che è stanco quanto me. Ogni cosa che faccio conta, ed è per questo, che non accetto l’invito del vicino e preferisco restare qui, dove non si sente niente. 

Un racconto: un esercito alieno avanzava annientando chiunque si trovasse sulla sua strada. Poco avanti, una coppia coltivava in giardino i rari fiori del tempo. Il marito ne coglieva uno e questo ritardava di qualche giorno l’arrivo della schiera scintillante; il fiore appassiva, la coppia lo guardava perdere un petalo dopo l’altro. Rimaneva l’ultimo. Qualcuno mi aveva regalato un mazzo di fiori del tempo. Al dottore non lo dissi. Era lui che doveva raccontarmi la favola. 

I maschi sono i fiammiferi. A bruciare sono io e accendo il pianeta con la voce. Gli uomini chiedono che io mi renda conto di loro, ma rispondo che sono io a fare l’amore con me. 

Dall’ambulatorio corsi a casa in preda a un grave turbamento. La testa ronzava anche senza positroni. Volevo però capire se il portiere si fosse accorto di ciò che avveniva nell’appartamento a pochi passi da lui, ma appena ricambiò il mio sguardo, mi voltai. Scatenai la festa per il miglioramento –il dottore aveva sentenziato Sbalorditivo– in ascensore; pestai i piedi, costrinsi la faccia a sbeffeggiare lo specchio testimone di tante smorfie tristi; vissi in aria, come un bambino, per i tre piani. 

Tra pochi minuti aprirò la porta. So che non si affaccerà un volto noto e chi entrerà, sarà stato prima sorteggiato e sottoposto a una noiosa, prima dicevo minuziosa, esamina delle sue condizioni. Niente malati, narcisisti, deboli di costituzione, ansiosi o minorenni; passino i calvi, rozzi, alti, neri, passi chiunque ma io non posso scegliere: servo la patria, l’ho letto, non mi esprimevo così, ma niente è come prima.
 
Il dottore era entusiasta che la malattia fosse regredita tanto da considerarmi sano, alla stregua dei pochissimi non contagiati, studiati senza successo e, riconosciuta l’inutilità terapeutica, odiati per la loro fortuna. Con un valore di 51 guadagnavo anni, sarei potuto uscire dalla città e salire fino a un piccolo paese in collina per guardare di nuovo la pianura, libero. E poi c’era il canto mattutino che aspettava. 

Avrei desiderato un turno di riposo, almeno quei giorni. M’impuntai. Chiamò il Presidente, tirò in lungo finché, con cautela, accennò alle mestruazioni. Chiedessi pure quello che volevo. 

Il mio vicino non era la persona più comprensiva e nemmeno simpatica ma viveva lì e non ce la facevo a tenere il segreto per me. Il mio cuore scappava per un bisogno di parlare che lo sgridava. Bussai. Anche se era tardi. 

Dopo cena, un’ora insolita. Entrò il vicino e come sempre diede del tu a me e del lei a mia moglie, che ci lasciò dopo aver chiesto se desideravamo bere. 

Certe notti mi sveglio temendo di aver perduto la voce per sempre, corro in bagno, so che mancano poche ore, apro la bocca e non esce un suono. Penso al Presidente che parla del mio ciclo a reti unificate, faccio la pipì e torno a dormire. 

Cinquantuno. Sicuro? 

Mi hanno rifatto il test tre volte. 

Con macchinari diversi, spero. 

Certo. 

E non hanno capito? 

No. Abbiamo esaminato le mie giornate una dopo l’altra ma non è uscito niente. Mi hanno guardato male. Pensavano di scoprire la cura per salvare il pianeta… li capisco. 

Che cosa non va? 

E’ come se da un lato mi avessero fatto un regalo… 

Enorme. 

Certo, ma dall’altro mancasse una cosa altrettanto fondamentale. Sai cosa significa essere sempre lo stesso, ma non bastarti più? 

Cosa ti manca in particolare? 

Non risposi e giunse il momento di sollevare i bicchieri dai sottobicchieri per appoggiarli facendo attenzione a non sbordare. Quando lo abbassai, volevo approfittare del gesto per andarmene. A fermarmi fu l’immagine della solitudine che mi attendeva appena fuori, e con così tanto tempo a disposizione. 

Mentre lo facciamo, con il pensiero mi sposto. Dal basso risalgo il corpo, tocco e non so di chi sia, mi aggiro provando a spingere in avanti ciò che sto ricevendo; non m’importa quale zona della corteccia sia sollecitata o quanto conti lo sfregamento della parete frontale, seguo il percorso che, dal calore di una pelle estranea e dopo voli pindarici, solidi che combaciano e maree ormonali, provoca quel fremito di corde vocali, ansimi e sospiri che forma un canto, e che ormai chiamano la Cura. E torno al punto di partenza. 

Presi coraggio e gli parlai della vicina. Perdonò il mio imbarazzo che si aggirava per la sala leggendo l’alfabeto sui dorsi di un’enciclopedia a volumi. Ammise che non ricordava un’altra donna che, pur sociologicamente tanto distante da lui, lo avesse conquistato grazie al semplice incedere; sistemandosi sulla poltrona, controllato che non ci fosse la moglie, corresse: esistere. Ha qualcosa nello sguardo. E’ la bontà, suggerii. Non sembra bontà. E’ generosità, tentai, e la manifesta senza fare niente. E la sua voce… E’ stato uno choc, ero un albatros, sentivo gli spruzzi sotto le ali, ero un’onda trasparente e per nulla al mondo avrei voluto essere me, con i piedi per terra, i miei pensieri, il resto e perdere così quel grande spazio bianco in cui tutto sembrava salvato. In quel salotto così signorile, mi pentii dell’entusiasmo. Il vicino mi venne incontro. Sai quanti t’invidierebbero? Stava parlando del tempo guadagnato, mentre io continuavo a pensare a lei. Ogni giorno verso le nove, risposi senza che avesse parlato, scendo e mi fermo accanto alla finestrella. Magari non succede niente. 

Oggi sono raggiante e anche se mi hanno definito la donna più appagata, desiderata, non capita spesso. Penso che la mia vita non avrà mai un significato con cui puntellare i brutti pensieri. Poi mi calmo e ricordo che, se non fosse per ciò che sto per fare, il mio cervello avrebbe smesso di esistere o porsi domande, le case sarebbero demolite, le strade incendiate. M’illudo d’incontrare l’uomo giusto? Sono la stupida di sempre: basta il sole che è sceso fino a qui, infilando un dito tra le tende. 

Accomodati. Che succede, ho dimenticato qualcosa da te? 

No, non potevo aspettare domani. 

Ero appena rientrato a casa. Forse era passata un’ora. Il vicino indossava una vestaglia con le iniziali. Avevo freddo e i piedi nudi e bianchi. Il vicino mostrava una faccia che non ero sicuro fosse sua. 

Lei! 

In che senso? 

L’orgasmo! E quello che ti è successo quando eri lì che origliavi. 

L’ho sentito di nuovo… Questa mattina, nascosto dietro la colonna. 

Lo vedi? 

Vedo. 

Non sei tu Newton, ma la mela caduta. Capisci? Sei felice, ora? 

Il giorno dopo, chiesi un appuntamento al dottore. Quando al telefono gli raccontai che, riconsiderando il mese passato, mi era venuto un sospetto, gridò di andare; poi mi chiese gentilmente di correre. 

Anche oggi dovrò venire. I miei lamenti entrano in un registratore che li trasporta in ogni angolo del pianeta, e tutti i viventi, bambini, malati, le vecchiette, mio padre, i preti, gli amici che non cerco più, anche i sordi grazie ai loro marchingegni, a qualsiasi ora, ovunque si trovino, resteranno in ascolto. 

Appena rientrato, mia moglie domandò che cosa fosse successo. Aveva finto di dormire. Niente, risposi, in mano un bicchiere di whisky più festivo del solito. Niente. Poi mi sedetti cautamente dalla mia parte del letto, e sospirai. Forse il mondo si può salvare. Che cos’hai detto? Niente. 

Io godo e la malattia si ferma. Ormai è un anno. Un sensore ficcato dietro la mia testa lancia un segnale cinque minuti prima dell’orgasmo. Devo venire, una volta, tra le nove e le dieci. E’ l’ora migliore per tutti. Grazie ai suoni che emetto, i livelli fisiologici di trecento milioni di persone sono tornati quelli di prima. Eppure, come mi chiameranno, di nascosto, quando pensano a me? Essere facile non significa che io non sappia che stanno rubandomi qualcosa che non gli appartiene. E di chi sono io, se desidero così tanto che il prossimo che entrerà, vedendomi vulnerabile sul letto, possa dire di riconoscere un pezzo di me, come se stesse tornando da lui, il reggiseno di cotone, un canino spezzato, le mie scapole sporgenti: una delle mie cose sparpagliate per questo gioco. 

Quando la notizia si diffuse, prima gli inquilini e le persone del quartiere, poi autorità e visitatori arrivati da fuori cominciarono a radunarsi all’alba accanto al portone e, senza dire una parola, prendevano posto in giardino. Aspettavano in piedi l’estasi della vicina: quando, trascorsa mezz’ora, echeggiava sotto il portico, esultavano. La musica fuoriuscita dalla parete in klinker li faceva piangere oppure perdonarsi, secondo il carattere e si liberavano di tanto odio o di analoga paura. Io soltanto vedevo un annuncio destinato a me. 

Il vicino che sostava fuori dalla finestra ha avuto il coraggio di suonare alla porta, per confessarmi quello che aveva fatto. E che poi aveva raccontato al dottore che a sua volta pregò di ripetere l’esperimento, come lo chiamava, per essere raggiunto dalla migliore equipe del paese, la quale, dopo giorni convulsi e umilianti, soprattutto umilianti, aveva stabilito non solo quanto fosse indispensabile che io ripetessi la performance –parola loro– quotidianamente. Soltanto la collaborazione –sempre loro– con un partner diverso ogni giorno, avrebbe diffuso nell’etere la dose necessaria di questa terapia prodigiosa che aspettava nel mio petto o chissà dove dentro di me. 

 La punizione esemplare, l’estinzione, il terrore che consumava gli ultimi giorni delle nostre menti fragili, tutto sembra svanito. La malattia che, in un tempo troppo breve per la nostra indolente passione di vivere, complici le conseguenze quantistiche delle esplosioni solari, induceva il violento desiderio di darsi la morte, esordendo ai poli e all’equatore, per cingere d’assedio gli abitanti delle zone temperate; quest’invasione senza rulli di tamburo, pare abbia fermato il proprio passo letale. Siamo appesi alle corde vocali della vicina: milioni di guardoni in ascolto. 

Vorrei che mi chiedessi che cosa provo ora che sei dentro e da un po’ sembra che non succeda nulla di nuovo. Se lo facessi, sarei costretta a pensare; mentre ciò che, come ogni mattina, sto cercando di ottenere, è non pensare a niente per arrivare in fretta alla fine ma ora ti sei accorto della mia curiosità e hai smesso di spingere con la forza che ci mettevi prima, inizi a guardarmi come se ci conoscessimo o fossi io ad aver visto in te una cosa che vorrei restasse mia anche dopo, e tu sembri disposto a cederla, io approfitto di questo equivoco e, dopo lo spavento, sei d’accordo anche tu; dal pacificato ansimare comune, voglio provare a far crescere una cosa, sapendo che potrebbe trasformarsi in un ostacolo, in un fallimento, e che è nuotare al largo quando la spiaggia è deserta ma intanto questa cosa già cresce, non capiamo che cosa sia ma non è più all’interno, impregna il respiro, un tremore si trasmette dalle mani e conquista le terre inesplorate attorno ai nostri corpi abbracciati, ti sfili e c’è un po’ di nervosismo, ma abbiamo stabilito che era troppo presto, non è il momento, ci siamo appena conosciuti e possiamo ancora nascondere le tracce di una fuga in avanti, e iniziamo a ridere, appesi al cielo, mentre la riva si allontana e ne inventiamo un’altra che non troveremo, ed è giusto così; se siamo arrivati qua insieme, il perché lo immagini ma ho bisogno di dirlo almeno una volta. 

Io penso che mi spetti qualcosa e non soltanto un inizio, ma se non sei tu, non importa. 

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