Fughe di Velio Abati

di Massimo Parizzi

Velio Abati Fughe, San Cesario di Lecce, Piero Manni, pag,170, euro 17

Velio Abati, nato nel 1953 a Roccalbegna, in Maremma, vive a Grosseto, dove nel 1993 diede vita alla Fondazione Luciano Bianciardi, che diresse, facendone un vivace centro di cultura, fino al 2006, quando ne venne estromesso da una manovra politica, di cui fu protagonista l’allora giunta di centrosinistra, definibile a buon diritto squallida.

È autore di saggi (fra cui Considerazioni inattuali di un viaggio in Cina, con introduzione di Franco Fortini, Quaderni toscani di Democrazia proletaria, 1985, e L’impossibilita della parola. Per una lettura materialistica della poesia di Andrea Zanzotto, Roma, Bagatto Libri, 1991), volumi di poesia (Desinenze, Grosseto, Il paese reale, 1978; Dialoghetti, Grosseto, Gruppo Poesia ARCI, 1984 e Questa notte. Canzoniere, San Cesario di Lecce, Manni, 2018), e ha curato Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Torino, Bollati Boringhieri, 2003. Nel 2013, inoltre, ha pubblicato un romanzo, Domani, San Cesario di Lecce, Manni, e nel 2020, sempre con Manni, una raccolta di prose, Fughe. È di quest’ultimo libro che cercherò qui di dire qualcosa, riprendendo in alcuni punti una lettera a Velio Abati pubblicata in “Odissea” (https://libertariam.blogspot.com/2020/12/rileggendo-fughe-di-massimo-parizzi.html).

Fughe raccoglie 36 brevi, non racconti, ma “prose”, come si legge in copertina. Vi si trovano infatti miscelati con coraggio narrativa e saggistica, sia nel senso che alcune prose sono narrative e altre saggistiche, sia nel senso che la stessa prosa, a volte, inizia narrativamente e prosegue nella forma di un saggio. Non c’è dubbio che Abati ricordi bene come un tempo, negli anni Settanta, che tanta parte hanno in questo libro, la separazione fra i generi letterari fosse parsa a molti, in nome dell’unità dell’essere umano, dubbia (com’era parsa dubbia a generazioni più antiche, ma in nome d’altro). Ora ovviamente quel dubbio, se qualcuno mai vi accennasse, verrebbe chiamato “ingenuità”. E tuttavia è esattamente il contrario: è la consapevolezza che, se la divisione in generi è comoda e ha una lunghissima storia, è anche ingannevole; presume e quindi crea o fortifica all’interno del lettore e all’interno della scrittura divisioni che, almeno nel profondo di entrambi, non ci sono.

Il libro si compone di due sezioni: la prima e più corposa (un centinaio di pagine su 160) è intitolata “Voci”, la seconda “Discanti”. Le voci sono per la maggior parte di persone conosciute o anche soltanto fuggevolmente incontrate nel corso della vita: con qualche eccezione, le prose di questa sezione ne portano come titolo i nomi. E sono testi per lo più dolenti, a riflettere la rovina portata nelle vite di quelle persone e di tutti noi dall’“ammassarsi della miseria” (p. 21) a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. E tuttavia, a fare da contrappunto e contrasto al duolo, il carattere di tutti i personaggi di questi racconti è positivo, o a renderlo positivo è l’amorevolezza con cui Abati ne parla, un’amorevolezza che, partendo da un senso di comunanza fra tutti gli esseri umani, giunge a volte come a dire: “Tu potresti essere me e io potrei essere te”, o meglio, “tu sei me e io sono te. Riferendosi in “Ĉigoĉ” (nome, questa volta, di un paese della Croazia), a una “vecchia, alta, pallida” che non incontrerà mai più, Abati osserva: “Una minuscola manciata di decenni addietro eravamo il medesimo bambino” (p. 16).

Ma personaggi a pieno titolo di tutte queste prose non sono soltanto persone; lo sono anche la natura e l’arte. La natura, che compare e ricompare, a volte portatrice di una forza di resistenza quasi spavalda (“il maggio negli orti, esplode sui fiori di sangue del croco”, p. 39), a volte di una promessa (“Il cuculo tornerà di nuovo la prossima primavera. Il verde si farà più tenero, il campo sarà soffice”, p. 12), a volte di un richiamo, quasi accennasse anch’essa, “come accade all’arte, […] a un bisogno antropologico che da qualche parte attende ancora di diventare realtà. Una spinta confusa ma caparbia che nemmeno la società barbarica assegnata in sorte al nostro vivere riesce a annichilire” (p. 121). Sono parole, queste, che Abati, insegnante per decenni in un liceo di Grosseto, rivolge al momento del “Congedo” (titolo della prosa) ai suoi studenti, con l’invito, quel “bisogno antropologico”, a ricordarlo “sempre, ragazzi, perché […] è quello il futuro dell’umanità”.

Ecco i “buoni” quindi: uomini e donne, natura, arte. E i cattivi? Non ci sono. Cioè: c’è, fin dalle prime pagine, chi “ha sempre più immiserito, arricchendosene, le nostre vite e i nostri pensieri” (p. 13), il capitalismo, insomma, nei vari nomi, forme ed effetti che lo individuano. Però non è un “personaggio”, è uno sfondo che, tuttavia, non sta in fondo, ma davanti, a sinistra, a destra, e soprattutto sopra i personaggi, a premerli, schiacciarli. Ma, loro, restano positivi: i buoni. Ecco perché fanno da contrappunto e contrasto al duolo.

Ma torniamo un momento a quel “bisogno antropologico”: è un punto fondamentale. Chi non lo prova o non l’ha mai provato, qualunque nome, o nessuno, gli dia, e soprattutto chi non vuole provarlo, difficilmente, forse, leggerà questo libro. Perché Fughe chiede molto al lettore, e prevede un lettore che a sua volta chiede molto a un libro. Come nel romanzo Domani, anche qui, benché in misura minore, Abati salta da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, omettendo di esplicitare i passaggi. Omissioni che impongono al lettore la rinuncia alla pretesa “reazionaria” dell’“immediatezza” (p. 82) e alla “strumentalità immediata” (p. 136), certo, e anche di “piegare il piacere letterario alla funzione d’inciampo al già saputo” (p. 108). Ma soprattutto gli impongono un movimento omologo a quello necessario per individuare, e riconoscere, quel “bisogno antropologico”. Come se quelle “menomazioni” del testo, quello che nel testo “non c’è”, “ci sfugge”, “ci è sottratto”, addestrassero le stesse capacità dello spirito che occorre mobilitare per cercare «ciò che non c’è, che ci sfugge, che ci è sottratto” e che “si cerca perché è una nostra menomazione” (p. 161).

Con quest’ultima citazione siamo entrati nel pieno della seconda sezione del libro, “Discanti”, prose per lo più saggistiche, ricche di osservazioni acutissime sul presente, sulla scrittura, sulla lettura e altro. Già il titolo, “Discanti”, indica il carattere alto della scrittura in Fughe, inteso certamente a prendere nette distanze dalla “chiacchiera imbonitoria” (p. 123). Ma, soprattutto, il carattere della scrittura contribuisce a creare in tutto il libro quella che Abati definisce una “cadenza”, a proposito della quale (ma non certo parlando dei suoi scritti) osserva: “Basta accompagnare una cadenza, per sentirne il valore, ben prima di comprenderla. È proprio quella promessa, anzi caparra che chiede la fatica dell’ascolto, sempre” (p. 104). In altri punti parla della lettura come di un’“esperienza”. Ed è esattamente un’esperienza la lettura di questo libro, un’esperienza che fa bene e spinge, o almeno ha spinto me, alla rilettura di molte sue pagine, non tanto per capire meglio, ma per restare più a lungo nella buona compagnia della sua voce.

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