Una passeggiata ad Avalon

di Francesca Matteoni

Daniela Seefelder, Mazoe

La magia del nome Avalon evoca la visione di una terra perduta; un meleto incantato; un territorio della Dea, essenza trasformatrice del mondo. Ne è via d’accesso la città di Glastonbury, i cui confini ospitano molteplici tradizioni religiose. Storicamente fu il luogo d’origine del cristianesimo in Inghilterra, grazie all’edificazione dell’abbazia benedettina di Glastonbury, fondata nell’VIII secolo. Nell’era moderna però è diventata centro di nuove spiritualità, che si nutrono sia di antiche mitologie sia del pensiero ecologico ed eco-femminista. Glastonbury è una terra sacra, dove le varie esperienze culturali e spirituali hanno proliferato, imparando a convivere. Nel suo libro Avalon. La via segreta al sogno arturiano (Tre Editori, 1996), la scrittrice e mistica Dion Fortune scrisse:

Quale che possa essere la spiegazione, l’esperienza dimostra che nei luoghi sacri esiste un potere che rinvigorisce la vita interiore e infonde all’anima nuovo entusiasmo e nuova ispirazione. Laddove forti emozioni spirituali sono state vissute per lunghi periodi da generazioni successive di uomini o donne devoti, soprattutto se fra costoro vi sono stati coloro che possono essere considerati santi, l’atmosfera del luogo s’impregna di forze superiori, e le anime sensibili, capaci di rispondere, rimangono profondamente commosse allorché vi si recano.

Glastonbury può apparire come un’isola in un mare di nebbia, le cui costruzioni si radunano attorno alla collina rotonda del tor, un mistero paesaggistico che risale all’epoca neolitica. Il suo nome arcaico, Ynis Witrin, significa Isola di Vetro, poiché sorge su una landa per lungo tempo soggetta a inondazioni. Nella città riflessa sotto il velo acquoreo, il nostro piano di realtà si immergeva, perdendosi in un altro universo. Viaggiando indietro nel tempo potremmo approdare sulle sponde del mare interno che novemila anni fa, dopo l’innalzamento del livello delle acque oceaniche, inondò quest’area.

Nel centro cittadino incontriamo la più antica biblioteca europea esoterica; il tempio della Dea, situato nello stesso cortile della biblioteca; uno dei primi pub d’Inghilterra, il George Pilgrim Inn, locanda per i pellegrini dell’epoca Tudor; e le rovine dell’abbazia benedettina, dove, al principio del XII secolo, i monaci rinvennero i presunti resti mortali di re Artù e la regina Ginevra.

Nei terreni dell’abbazia e nel cortile della chiesa di St. John si trovano poi due biancospini speciali, che a loro volta derivano dal Biancospino Sacro o di Glastonbury, che ha la particolarità di fiorire due volte durante l’anno, in inverno e in primavera, e che secondo la leggenda nacque sulla Wearyall Hill, una collina nel sud-ovest della città, dal bastone di Giuseppe di Arimatea, colui che si occupò delle spoglie di Gesù e che fu il primo portatore del Graal, la coppa che figura sia nell’ultima cena sia dopo la crocifissione, quale recipiente dove fu raccolto il sangue di Cristo.  Il biancospino fu abbattuto alla stregua di un simbolo superstizioso nel XVII secolo, durante la guerra civile, e, piantato nuovamente nel secolo scorso, fu vandalizzato nel 2010. Nella leggenda del Graal la tradizione cristiana rielabora credenze preesistenti, connesse al culto delle acque materne e della terra rinvigorita dalle sue correnti sotterranee ed emerse. Per quanto improbabile un viaggio di Giuseppe di Arimatea in Inghilterra, Glastonbury è una sede perfetta per i miti del Graal: l’acqua sgorga in due sorgenti, a Chalice Well, rossa e metallica;  e a White Spring, bianca e calcarea.  Bianco e rosso sono i colori della vita caratteristici del mondo soprannaturale celtico. Una mucca rossa con le orecchie bianche è senz’altro fatata, forse una dea in incognito, e rossi e bianchi sono i cani delle mute spettrali.  Sono colori soglia che ci indicano l’avvicinarsi di eventi e creature straordinarie, sono acqua-sangue, acqua-latte provenienti dal corpo del divino femminile.

Dalle sorgenti possiamo salire al tor, la collina percorsa da un labirinto preistorico, che si dipana a spirale in sette livelli. Sulla vetta si innalza la torre di San Michele, unico resto della chiesa in legno distrutta da un terremoto nel 1275, e successivamente ricostruita in pietra. San Michele è il guardiano dei confini dove si affollano demoni e spiriti. Più in generale si noterà che i luoghi dove il santo appare sono stati (e sono) dimore fatate. E il tor è abitato o almeno visitato dalle fate. Nel suo Viaggio nella natura sacra di Avalon, Kathy Jones scrive che all’interno è

pieno di tunnel e caverne. Si dice che coloro che trovano gli ingressi segreti spariscono dentro di essi talvolta per anni. Queste sono le caratteristiche tradizionali delle colline cave che costituiscono gli ingressi al mondo della fate.

Secondo una leggenda è la dimora di Gwynn ap Nudd capo dei Tylwyth Teg, il popolo fatato, e sovrano di Annwn, l’oltretomba della mitologia gallese, terra inferiore appartenente alla Dea che, nella veste di Crona, guida attraverso la morte.

Mi sono recata al tor di Glastonbury fra le pecore al pascolo e i molti altri visitatori in ogni periodo dell’anno. C’è sempre vento, lassù. La bellezza si unisce alle storie determinandone l’unicità. Si attivano gli occhi della mente e della memoria. Come percepiamo vivo un paesaggio? Osservandone le esistenze vegetali, animali, minerali, immergendoci nella sua storia fantastica, personificandolo in creature che svaniscono e riappaiono alla periferia dello sguardo. Qualcosa di simile avviene nel culto della Dea, conoscibile in questo luogo attraverso le nove Morgen, donne metamorfiche che incarnano i misteri di Nolava, Signora di Avalon.  Kathy Jones ha dedicato loro un libro particolare, Le Nove Morgen. Le Nove Sorelle di Avalon, dove è al centro la discussione sulla loro natura: sacerdotesse umane, creature divine, ombre. Accompagnano i testi le suggestive fotografie di Daniela Seefelder, che raffigurano le Morgen con le loro maschere di corvo. Per le fotografie hanno posato nove donne, precedentemente coinvolte nella rappresentazione teatrale dedicata alle custodi della Dea. L’atto artistico ridefinisce la realtà: noi siamo le creature del nostro sogno e siamo quanto il mondo viene sognando… a nostra insaputa.

La presenza di nove donne magiche è un tema ricorrente e transculturale.  Nove fanciulle rimescolano il Calderone magico secondo la mitologia gallese; nove sono le Muse del mito greco; nove madri generano il dio scandivano dell’arcobaleno; nove sorelle danzano fra la terra e il cielo nella tradizione mongola; in una pittura rupestre della Catalogna, risalente a circa diecimila anni fa, nove danzatrici circondano un uomo dal fallo eretto e, infine, sono frequentemente nove i megaliti ritrovati in cerchio nelle brughiere britanniche: nove fanciulle pietrificate. Le Morgen vengono descritte per la prima volta nel Medioevo da Geoffrey di Monmouth nel suo poema epico Vita Merlini. Qui le nove sorelle, guidate da Morgen la Fey regnano sull’Isola Fortunata, l’Isola delle Mele, dove risanano le ferite spirituali.

Le Morgen rappresentano e simboleggiano i poteri della Signora, della sua terra e del suo popolo. (…) Manifestano l’essenza muliebre incarnandosi nella natura, nel tempo atmosferico e nel genere femminile in senso universale. Si rivelano a Glastonbury/Avalon nelle forme di piante e alberi, animali e uccelli. In particolare, appaiono in stormi di corvi oppure emergono dal regno ultraterreno di Avalon con sembianze di donne, sia incorporee sia reali. Si manifestano come fiori, tronchi e rami d’albero. Si presentano nelle mutazioni del tempo atmosferico come nubi, sole, vento, pioggia, tempesta, tuoni, lampi, ghiaccio, neve, nonché in tutte le loro varie combinazioni.

La Jones lascia invariati i nomi delle Morgen, ma le ricolloca poeticamente in una ruota stagionale, dove le fasi dell’anno terrestre corrispondono alle età umane, ad animali, elementi e piante. Ecco le sorelle con alcuni dei loro simboli: Thitis che cura le ferite dell’infanzia quando l’inverno volge alla primavera, Donna Salice, Neve, Donna Cigno che porta il fuso da cui la vita si dipana; Cliton che cura la tristezza nell’equinozio primaverile, Donna Nocciolo con una bacchetta magica fra le mani, Raggio di Sole, Donna Lepre; Thetis che cura le ferite d’amore nella luce del mese di maggio, Donna Biancospino, Nuvola, Donna Puledro, porta con sé uno specchio che riflette i sentimenti; Gliten che porta la compassione nel solstizio d’estate, Donna Airone, Donna Quercia, Pioggia che solleva il calice delle sorgenti; Glitonea che guarisce dalla cupidigia nel primo raccolto della tarda estate, Donna Frassino, Tessitrice della tela, Donna Cerbiatto;  Moronoe che guarisce la paura del fallimento nel principio dell’autunno, schiarisce la mente nel cristallo, Rovo, Donna Faggio, Donna Volpe e Merlo; Mazoe che guarisce la rabbia, taglia l’inutile con il suo falcetto nella stagione dei morti, Donna Tasso, Donna Falco, Tuono e Ombra notturna; Tyronoe che aiuta ad affrontare la paura della dissoluzione finale nel solstizio d’inverno, Vecchia Signora del Gelo dietro un ventaglio di piume, Donna Agrifoglio, Donna Gufo; e infine Morgen La Fey, Custode di Misteri, Nebbia, Donna Melo che imbandisce la tavola per le comunità, dissipa l’ignoranza, ci rende responsabili di quello che amiamo.  I doni delle Morgen non sono facili. Sono sfide che lanciano gracchiando come i corvi del pensiero che si nutrono degli occhi dei morti.  Ci guidano nel divenire compagne di noi stesse (o noi stessi), dando forma agli spettri e affrontandoli, restituendoci ai ritmi del mondo che armonizzano l’intimo e l’universale.

Il libro della Jones con i suoi racconti ed esercizi pratici per contattare le Morgen, è relativo ad Avalon e al suo genius loci, qui ripartito in nove donne incantate. Ma credo che la lezione profonda di ogni incontro là fuori sia quella di modificare la nostra percezione affinché, tornando in posti familiari, possiamo provare a interagire immaginativamente con loro, conferendo alle piante o alle colline un po’ della nostra umanità, mentre ci disumaniamo nelle lotte quotidiane delle altre forme di vita. Lo scopo di ogni viaggio non è sapere dove approderemo, ma lasciarci coinvolgere dalle figure sul cammino, apprendere da loro la via del ritorno, reinventando le madri che ci attendono, che sono le stesse di un tempo così come sono gli stessi gli animali e alberi, ma ora li vediamo quali inesauribili fonti di conoscenza, cura, appartenenza. Possiamo fare tesoro delle nove Morgen di Avalon, emblematiche di un luogo sacro, per rendere dignità a ogni luogo, avvicinandoci al paesaggio come a una regina o una strega sapiente, recitando per lei una poesia di nomi e vite, chiamandola sorella.

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francesca matteoni
francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/