Umanesimo e engagement ( Riflessioni su un aforisma di Julia Hartwig)

di Lorenzo Pompeo

È ridicolo parlare quando tutto crolla
il mondo sotto la minaccia di esplosione si restringe
intorpidendosi
e il mito universale ha perso il suo smalto come non mai.
Siamo tornati alle tribù e alle guerre di religione.
O ridicolo umanista, che lacrime di coccodrillo
versi sulla perdita della memoria.
Eppure ti dico che non ci sono nuove ricette
e che ciò che è più grande di noi – è sempre stato
quello che rende vita la vita.
Se deve essere degna di questo nome.”(1 )

L’aforisma in questione è tratto da una raccolta del 2002. All’epoca la poetessa, che nel 1996 aveva perso il suo amatissimo marito, il letterato Artur Międzyrzecki, anche per superare questo grave lutto, si era dedicata in modo sempre più intenso alla scrittura poetica e alle proprie memorie. Nelle raccolte di questi ultimi anni, la Hartwig concepì un nuovo approccio al testo poetico, esplorando forme di scrittura a metà strada tra la prosa e la poesia (come, per l’appunto, i Lampi dell’omonima raccolta, da cui abbiamo tratto l’aforisma). Czeslaw Miłosz, (premio Nobel nel 1980 scomparso nel 2004), fu tra i primi a notare e apprezzare, in un breve scritto del 2001, lo stile laconico raggiunto dalla poetessa attraverso un processo di “chiarificazione” che l’aveva portata al raggiungimento di una forma “pura” (2).

Proprio mentre mi accingo a scrivere, un partito sovranista ha ottenuto in Polonia un chiaro successo nelle elezioni politiche. Pochi giorni prima una scrittrice polacca, Olga Tokarczuk, apertamente schierata con l’opposizione, ha ricevuto il premio Nobel. Dalla pubblicazione del testo della Hartwig sono passati diciotto anni, un arco di tempo nel quale il fenomeno del cosiddetto “sovranismo” si è imposto nella politica e nei media. Evidentemente è un intero paradigma, un modello culturale a essere messo in discussione: l’umanesimo eurocentrico e l’engagement della letteratura. L’umanista, nella sua pretesa di offrire risposte alle sfide del mondo contemporaneo attraverso il culto della memoria e del passato, secondo quanto scrive la Hartwig, ormai appare come una figura ridicola e a dichiararlo è una persona che aveva assistito agli orrori dell’occupazione tedesca (nella sua Lublino, che nel 1932 contava 112.000 abitanti, fu creato già a partire dal 1939, uno dei più grandi ghetti della Polonia, nel quale furono concentrati circa 40.000 ebrei, successivamente inviati nei campi di sterminio, tra cui quello di Majdanek, a pochi chilometri dalla città).

“Il mito universale ha perso smalto come non mai”.

È la mancanza di punti di riferimento comuni, di un orizzonte ideale condiviso. Mancanza che le “belle lettere” non possono colmare. È il senso stesso del poetare a essere messo in discussione:

È ridicolo parlare quando tutto crolla
il mondo sotto la minaccia di esplosione si restringe
intorpidendosi.

Questa diagnosi, dalle forti implicazioni politiche, può essere considerata il punto di arrivo di una riflessione sul ruolo del poeta e sul senso della poesia che attraversa tutta la letteratura polacca dall’immediato dopoguerra fino ai giorni nostri.

Nata a Lublino nel 1921, durante gli anni della guerra la Hartwig fece la staffetta della resistenza. Nel 1940 si trasferì a Varsavia, dove frequentò l’università clandestina. Alla fine della guerra, si iscrisse prima alla facoltà di romanistica dell’Università cattolica di Lublino e poi a quella di Varsavia, che in quegli anni aveva traslocato a Cracovia, divenuto il centro della vita intellettuale del paese. Abitò nella celebre Casa dei letterati di Via Krupnicza (dove visse anche Wisława Szymborska tra il 1948 e il 1963). Qui conobbe anche Czesław Miłosz (che fu suo un amico ed estimatore, mentre lei, da parte sua, lo considerò sempre il suo punto di riferimento ideale), il quale vi era giunto dopo aver assistito alla distruzione di Varsavia – cui il futuro premio Nobel dedicò una famosa poesia:

 

Che fai, poeta, sulle macerie
Della cattedrale di San Giovanni
In questo giorno di primavera?

Che pensi qui, dove il vento
Che soffia dalla Vistola sparge
La rossa polvere delle rovine?

Giurasti che mai saresti stato
Una prefica.
Giurasti che mai avresti toccato
Le piaghe del tuo popolo,
Per non trasformarle in santità.
La maledetta santità che perseguita
Nei secoli seguenti i posteri.

Ma questo pianto di Antigone,
Che cerca il fratello
Vince davvero la misura
Della sopportazione. E il cuore
È una pietra, e come un insetto
Vi è racchiuso l’amore oscuro
Per la più infelice delle terre. (..)”(3)

 

Alla figura di Antigone Miłosz dedicò anche un omonimo frammento poetico scritto a Washington D. C. ma successivamente dedicato “Alla memoria degli operai, degli studenti e dei soldati ungheresi”, nel quale l’autore immagina un dialogo tra la protagonista e sua sorella Ismene. È un atto di accusa indirizzato contro il regime comunista, (dal quale l’autore aveva definitivamente preso le distanze) accusato di avere infangato e perseguitato i partigiani dell’Armia Krajowa (la maggiore organizzazione della resistenza polacca che aveva organizzato la sfortunata Rivolta del 1944 a Varsavia e che fu ferocemente avversata dal neonato regime comunista). Alle accuse di Antigone, Ismene così replica: “Si può arroventare con le parole il dolore nella fiamma, / chi tace non soffre meno, forse di più”.  Cui Antigone risponde: “Non solo parole, Ismene, non solo/ Creonte non costruirà il suo stato / sulle nostre tombe. Non consoliderà / Qui il suo ordine con la forza della spada. / Grande è il potere dei morti. Nessuno / Ne è al riparo. Se anche si attorniasse / D’una torma di spie e di un milione di guardie, / Essi lo raggiungeranno. Attendono l’ora”. (4) Ma si tratta di un atto di accusa che assume un significato più vasto, se messo in relazione al contesto storico. Si tratta di un testo che risale al 1949 ma pubblicato molto più tardi. Un frammento poetico coerente con la presa di posizione dell’autore nella Prefazione alla raccolta Ocalenie (5) (in it. “Salvezza”), scritta sempre a Cracovia nel 1945, nella quale Miłosz si chiedeva:

 

“Cos’è la poesia che non salva
I popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola.

Una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
Questo, e solo questo è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
Per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli.
Depongo qui questo libro per te, o trascorso,
Perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci. (6)”

 

La figura di Antigone rievocata da Miłosz aveva una valenza non solo in relazione alla tragica Rivolta di Varsavia. Indirettamente prendeva di mira anche la versione  dell’umanesimo sovietico, concepito come antitesi alla “barbarie nazifascista”, che trovò un’immediata traduzione in quel particolare stile architettonico “neoclassico monumentale” con cui vennero ricostruite le capitali degli stati entrati nell’orbita del Patto di Varsavia, con le sue colonne di marmo, i capitelli e i fregi marmorei nei quali sono ritratti operai, contadini e minatori al lavoro.

Negli Stati Uniti, dove Czesław Miłosz insegnò nelle università di Harvard e Berkeley, la sua poesia cambia radicalmente:

 

Ars poetica?

“L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile restare la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia.
Perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.(7)

 

I morti che si contendevano la sua penna hanno lasciato il posto a un daimon:

“Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse
sbattiamo gli occhi come se fosse balzata fuori una tigre
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon (8)”

Daimon che, malgrado le apparenze, appare assai più mite e meno esigente dei morti di Varsavia.

Nel mondo diviso della Guerra fredda, il poeta aveva fatto la sua scelta, che aveva pagato con l’esilio e il bando dal proprio paese (dove la censura vietò persino il suo nome). Il poeta polacco esule, così come lo furono i grandi del romanticismo, ha però avuto almeno la possibilità di tornare al proprio passato con un certo ironico distacco (in Sovrano d’Albania, nel 1972, scrisse “ Il mio debito forse è già stato pagato / E ho fatto quanto potevo per la mia lingua / Sapendo che ne avrei avuto in cambio silenzio? / Piccolo, sempre più piccolo. Pigmeo, sempre più pigmeo. / Divenni il gran poeta del reame d’Albania / E il sorriso della dama di corte, la benevolenza del reggente / Sarebbero oggi, ahimè, un premio tardivo (9)” .

Ma per chi aveva scelto di rimanere in patria le cose erano andate in modo molto diverso. Qualche mese dopo il celebre discorso segreto di Nikita Chruščëv al XX congresso del PCUS (febbraio 1956) nel quale venne denunciato il “culto della personalità” di Stalin, cominciò la stagione del disgelo. Grazie alle timide aperture riformiste si affacciò sulla scena letteraria una nuova generazione di poeti, di cui fece parte la stessa Julia Hartwig (che debuttò proprio in quell’anno con la raccolta Pożegnania – in it. “gli adii”(10)), anche se sicuramente il più celebre, la figura più carismatica di questa generazione, fu Zbigniew Herbert (nel frattempo Wisława Szymborska, nel 1957 pubblica Wołanie do Yeti, – in it. “Appello allo yeti”11 – il suo primo tomo estraneo al realismo socialista).

L’invasione della Cecoslovacchia dell’agosto ‘68 segnò la fine della stagione del disgelo in tutti i paesi del Patto di Varsavia. I giovani poeti polacchi avevano dato vita in quegli anni a un raggruppamento informale, la Nowa fala, nel quale la protesta nei confronti del regime comunista, l’impegno nel denunciarne gli abusi e le false premesse sociali e ideologiche, divennero i temi principali. Uno dei leader di questo raggruppamento, Ryszard Krynicki, dedicò a Zbigniew Herbert una poesia:

Lingua, carne selvatica:

Lingua, carne selvatica che cresce in una ferita,
nell’aperta ferita di una bocca nutrita di una verità bugiarda,
lingua, cuore denudato che pulsa all’esterno, nuda lama
che è arma inerme, bavaglio che soffoca
vinte insurrezioni di parole, belva ogni giorno domata
con denti umani, inumanità che dentro ci cresce e
ci soverchia, belva nutrita con la tossica carne del corpo,
sdoppiamento accerchiante, vera menzogna che adesca,

bambino che imparando il vero, davvero mente.(12)

 Il poeta si fa portavoce della rabbia di una generazione di giovani che non avevano vissuto direttamente gli orrori della guerra e che non sentivano più alcun debito nei confronti di quella tragedia, e avevano trovato nella militanza contro il regime comunista la ragione fondativa della loro poesia.

Nella sua celebre risposta, la Lettera a Ryszard Krynicki, Herbert si chiedeva:

“Ci siamo caricati sulle magre spalle i problemi pubblici
la lotta contro tirannia menzongna le trascrizioni della sofferenza
con avversari – ammettilo – miserabili e meschini
valeva la pena di abbassare la sacra lingua
al bla-bla della tribuna alla nera schiuma dei giornali?

Nessuno di noi ha saputo destare la driade del pioppo
leggere la grafia delle nuvole
perciò l’unicorno non seguirà le nostre orme (13)”.

I frequenti riferimenti al rinascimento italiano e più in generale ai valori dell’umanesimo furono per Herbert non solo una via di fuga verso un mondo precluso al suo paese dagli accordi di Yalta, ma anche un modello ideale contrapposto in modo radicale all’umanesimo sovietico (a cui ormai in Polonia da tempo non credeva più nessuno). Ridurre il mondo poetico di Herbert a una scelta di campo ideologica è mortificante e limitativo, tuttavia è un dato di fatto che l’Occidente umanista e razionalista, il modello a cui il poeta guardava, si trovava al di là della Cortina di ferro.

Punto di svolta nel rapporto tra gli intellettuali e il regime fu la List 59, la lettera di protesta redatta a Varsavia nel 1975 negli ambienti dell’opposizione democratica – nella quale si rivendicavano libertà religiose, di parola e di opinione. Tra i firmatari, oltre a Herbert e ai poeti della Nowa fala, vi era anche la Szymborska e la Hartwig, che era appena tornata in Polonia da un lungo soggiorno negli Stati Uniti (tra il 1971 e il 1975 aveva insegnato presso la Drake Univestity, nell’Iowa).

Con l’89 cambia tutto.

Nel 1993 Miłosz tornò definitivamente in Polonia e si stabilì a Cracovia. Nel 1996 venne assegnato il premio Nobel a Wisława Szymborska. La quale dichiarò che, se fosse stato in suo potere, lei lo avrebbe assegnato a Zbiegniew Herbert. Tutto sembra risolto per il meglio: a Cracovia risiedono due premi Nobel, la Polonia è ammessa nella NATO nel 1999 e dal 2004 nell’Unione Europea. Questo è il contesto nel quale è stato scritto l’aforisma dal quale siamo partiti. Se messo in relazione a tale contesto, appare come un vero e proprio “fulmine a ciel sereno”, che proietta una luce sinistra sul decennio successivo, annunciando la fine di del paradigma culturale dell’engagement umanista (non quello di marca sovietica, bensì quello di marca “occidentale”) che aveva rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per l’intellighenzia polacca.

Cosa rimane dopo il tramonto dell’umanesimo? La chiusura dell’aforisma non offre risposte rassicuranti, ma quantomeno offre un’indicazione che apre un qualche spiraglio:

Eppure ti dico che non ci sono nuove ricette
e che ciò che è più grande di noi – è sempre stato
quello che che rende vita la vita.

Il senso della vita consiste proprio nel tuffarsi in questo tempo inafferrabile, che sembra scivolare via proprio perché privo di punti d’appoggio e ideali maniglie a cui afferrarsi, cercando di guardare con i nostri occhi, orfani di maestri ormai sepolti, attraverso la trama e l’ordito della nostra epoca.

1 Lampi, pubblicata in Italia da Scheiwiller nel 2008, p. 125 (la traduzione è di Francesco Groggia per la collana diretta da Alfonso Berardinelli).

2Si veda in proposito l’introduzione a Lampi Parlando non solo a sé stessa. Nota su Julia Hartwig, di Francesco Groggia, a p. 8.

3  Trad. di Pietro Marchesani, in Czesław Miłosz, Poesie, Adelphi, Milano 1983, pp. 39-40.

4 Citazioni tratte da: Ibidem, pp. 141-144.

5 Czesława Miłosz, Ocalenie, Spółdzielnia Wydawnicza Czytelnik, Varsavia 1945.

6 Czesław Miłosz, Poesie, Op. cit., p. 41.

7 Ibidem, p. 119.

8 Ibidem, p. 118.

9 Ibidem, p. 133.

10 Julia Hartwig, Pożegnania, Czytelnik, Varsavia 1956.

11 Wisława Szymborska,  Wołanie do Yeti, Wydawnictwo literackie, Cracovia 1957.

12  In: «Nowa fala» Nuovi poeti polacchi, a cura di Giorgio Origlia, Guanda, Milano 1981, p. 107.

13Tratta da: Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata, traduzione e cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 1993, p. 184-185.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.