Vedute dal Salève

Veduta di Ginevra dal Salève; acquaforte acquerellata di Johann Jakob Biedermann, pubblicata attorno al 1800 a Basilea da Birmann & Huber (Bibliothèque de Genève, Archives A. & G. Zimmermann).

di Antonio Sparzani

Faggi rossi, abeti, querce e tigli circondano lo chalet di questa parte del Salève, detto chalet Paul, dal nome del nonno di Françoise, ginevrino di vecchio stampo, austero farmacista e padre di una numerosa famiglia che nei decenni è parecchio aumentata di numero, fino a inglobare il sottoscritto. Il Salève è una montagna lunga e stretta, detta “il balcone di Ginevra” dato che, quando non c’è il candido e compatto mantello del brouillard mattutino si vede giù in basso non solo una buona porzione del Lemano, il lago di Ginevra, ma anche l’intera città, ultimo baluardo svizzero che s’infila nel territorio francese. Le Rhône, ovvero il Rodano esce dal lago, riceve le acque dell’Arve e scorre poi completamente in Francia fino a sfociare, attraversata la Provenza, nel mare nostrum, il vecchio Mediterraneo ben sorvegliato dalle colonne d’Ercole a ovest, ancorché ferito, più di un secolo fa nei pressi di Suez, per le comodità dei viaggi marittimi dei naviganti umani.
Domenica primo agosto era la festa ufficiale svizzera, perché era stato il giorno nel quale i primi tre cantoni, Uri, Schwytz (che diede poi il nome all’intera nazione) e Unterwald, anno 1291, Absburgo imperanti, si eran messi d’accordo di ribellarsi a qualsiasi altro dominio e di formare uniti l’embrione di un nuovo stato: ora i cantoni, dopo molti complicati allargamenti, aggiunte e ulteriori suddivisioni in tutti i secoli successivi, sono diventati specie di grosse province con notevoli autonomie legislative, e sono ben ventisei: costituiscono uno stato federale nel cuore dell’Europa occidentale, l’unico (con la Norvegia e ora anche il Regno Unito) che non ha ritenuto di aderire all’Unione Europea. Ma qui sul Salève, poco più di mille metri di altezza, siamo in territorio francese, ancorché la vicinanza svizzera si senta molto, data l’abbondanza di turismo che ne proviene, tanto che hanno costruito una teleferica che porta dal monte fin giù, in una località sempre francese, da dove però parte un trasporto pubblico che collega direttamente con Ginevra, Genève per i francesi, Suisse Romande, e Genf per gli svizzeri, assai numerosi, di lingua tedesca; lingua tedesca si fa per dire perché in tutta la Svizzera tedesca si parla una lingua affine al tedesco chiamata alemanno, localmente detto Schwiizertüütsch, incomprensibile a un tedesco purosangue. Senza dimenticare che nel cantone dei Grigioni, come dire l’Engadina, si parla romancio, la quarta lingua (quasi) ufficiale di questa nazione.
La vegetazione spontanea cresce ogni anno rigogliosamente attorno a questo chalet così da nascondere ogni anno un po’ più il panorama circostante. Una volta si vedeva il monte Bianco e molto di più del Lemano, ora non se ne vede che un brandello, compreso tra due abeti, cresciuti a guardia del sentiero d’entrata, che chiamo le sentinelle del luogo. L’erba cresce assai abbondante durante autunno, inverno e primavera e quando si viene qui d’estate occorre falciarla e fare il fieno, grossi covoni che richiedono fatiche e tempistiche tutt’altro che cittadine, ma questa è la vacanza, l’otium che diceva Cicerone, il tempo benedetto dedicato alle cose che ci interessano da vicino, che rendono migliore la nostra vita più vera, contrapposto per l’appunto al “negotium”, il tempo perso nelle pratiche più volte a garantire un po’ di sopravvivenza in questo mondo così male organizzato. Male organizzato e molto male “mantenuto”: si cominciano già da subito a sentire i guai degli ormai probabilmente ineliminabili pesanti danni ambientali causati dalle pratiche di Homo cosiddetto sapiens: inondazioni, disgelo crescente, ondate di calore nei posti più impensati, estati quasi inesistenti ad esempio qui a mille metri dove quasi ogni giorno occorre accendere la stufa a legna, fenomeni, si dirà, che sono sempre esistiti, ma che si presentano ormai con una frequenza inaspettata.
Viene il sospetto che si sia agli albori di quella che i geologi chiamano sesta, o settima, non ricordo, estinzione, ma si obietta che i morti nel mondo per questa nuova pestilenza sfuggita per errore a qualche laboratorio, poco importa di che nazione, tutti ce l’hanno, a tutti poteva capitare una fatale “disattenzione”, sono in numero molto inferiore a quello dell’aumento annuale, anch’esso incontrollabile, dei nuovi nati. Tutto vero, ma viene il sospetto che i danni del covid siano sostanzialmente diversi e peggiori di quelli della spesso citata “spagnola” di un secolo fa. Siano cioè più sottili, più di lunga durata, capaci di minare non solo il fisico ma la psiche di molti, si vedano ad esempio le diffuse preoccupazioni degli psicologi e degli psicoanalisti a proposito della personalità degli adolescenti, e tra l’altro sull’aumento dei suicidi tra di essi.
E la scienza, la Scienza? Cosa dice questa disciplina che sembra ad alcuni così capace di certezze, così capace di risolvere i problemi che di volta in volta l’uomo si trova davanti per assicurare la propria sopravvivenza? La scienza avanza ipotesi, propone soluzioni, vaccini, medicine, trattamenti, comportamenti, ma nulla conosce di preciso, cui ci si possa affidare con certezza; a questo bisogna abituarsi, non c’è verso, io mi sono fatto le mie due dosi di Astrazeneca affidandomi appunto a una ipotesi che consideravo plausibile, ma conosco persone di scienza, che ritengo esperte e bene informate, che cercano di evitare questa pratica: i no-vax sono una platea assai eterogenea e non sono certo solo una marea di incoscienti. L’umanità, se continuerà ad andare avanti andrà sempre così, si barcamenerà in una diversità di comportamenti, alcuni dei quali si riveleranno, a posteriori, è chiaro, i migliori ovvero i più adatti alla sopravvivenza della specie; Darwin rispunta fuori sempre, così sembra funzioni il mondo; segnalo a questo proposito il recente assai interessante e gustoso libro “Imperfezione – una storia naturale” (Raffaello Cortina, €14) di Telmo Pievani, il nostro biologo-filosofo che per l’appunto occupa la prima cattedra italiana, a Padova, di filosofia della biologia.
Visto da qui, nella pace del verde e dell’aria vagamente rarefatta che permette la notte di vedere ancora meravigliose stellate, nulla di così preoccupante, il peggio sarà tutta la disperante burocrazia che sta venendo e verrà ancor più messa in piedi per spostarsi e vivere sull’unico pianeta sul quale possiamo ancora stare con un minimo di piacevolezza.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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