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Kant à la boulangerie

di

Francesco Forlani

 

 

 

 

Un pays des merveilles

Con estrema grazia, la mia vicina pianista ha una discrezione aristocratica e moscovita, mi aveva comunicato il desiderio di sua figlia, anch’ella musicista e piccola piccola così (ma gigante nel cuore), di condividere con me il mercoledì mattina il tragitto da casa a St Lazare in metrò. In realtà mi sentivano uscire di casa presto, una decina di minuti prima che anche lei, talvolta con una custodia del violoncello che la superava in altezza, si mettesse in cammino per andare a scuola. Così dall’autunno fino al nostro ultimo giorno di scuola, ogni mercoledì mattina alle sette e cinque, bussava alla porta con discrezione aristocratica e moscovita per avvisarmi e si andava. Penso che un giorno ne scriverò, lo sto già facendo ma in fondo si tratta di una nota a piè pagina di vita, per qualcosa di ampio e sul fondo romanesque. Perché tale rituale faceva di noi enigma di noi stessi. Quel percorso infatti, a piedi, in autobus e poi in metrò fino alla Stazione Sans le hasard ( senza caso ) non si giustificava in nessun modo su un piano razionale. Esisteva tra me e quella famiglia una relazione? No.

Condividevamo il pianerottolo, è vero, ma con quella distanza di chi non si conosce davvero. Loro avevano letto il mio romanzo francese e io ascoltato i loro dischi, ma nulla di più. Eppure ogni mercoledì mattina per mezz’ora facevamo quel tratto di strada che ci portava ai nostri rispettivi destini, quelli necessari del dovere, di alunna e professore. Con molta formalità sedevamo uno di fronte all’altro e se era lei a raccontare del compleanno della sua amica del cuore e dello scherzo che aveva in mente di farle, io da parte mia inventavo storie fantastiche fuori dal mondo, da quel mondo, solo per farla sorridere un po’ in mezzo a facce imbronciate per lo più.

la lettera di Alice

Quando sono rientrato oggi dal mio ultimo giorno di scuola in cui generalmente per noi contractuels è difficile sentirsi al proprio posto – non siamo quelli che lasciano la scuola per altre scuole nè tantomento coloro che restano, perché di noi si saprà soltanto a pochi giorni dalla rentrée – ho trovato in una busta infillata nello stipite della porta di casa questa lettera. Ho provato una gioia profonda nel leggerla perché avevo tra quelle righe trovato casa e una risposta a quanto mi “sconcicava” i pensieri di questi giorni. Per persone come noi, molte più di quante non si immagini, non è importante sentirsi al proprio posto ma esserci, stare lì, proprio dove noi siamo perché la vita prima o poi passa anche di qui.

 

 


 

Kant à la boulangerie

Bonjour Francesco, j espère que tout se passe bien pour vous.
Je suis Haib, on s’ était rencontrés il y a quelques semaines dans une boulangerie avenue d’ Italie.
En attendant notre tour vous m aviez expliqué que vous aviez utilisé l’ image d’une queue devant un magasin pour expliquer à vos élèves l’impératif catégorique de Kant… : )
J’étais avec mon petit garçon…
Vous vous rappelez ?
J’ai commencé Par-delà la forêt, super !!
“Plus le boisement est hétérogène, mieux il résiste au vent, avaient dit les experts à l’époque. C’est pour cela qu il y a de la mixité, ici…”
magnifique !
Je vous avais demandé si on pourrait prendre un verre un jour, et discuter notamment de l’ anthologie de la littérature classique sur laquelle je travaille et destiné au grand public. D’ailleurs je me pose la question de savoir s’il n y aura pas aussi des auteurs de philosophie “abordables” (Platon, Nietzsche…) dans mon anthologie.
Je serais honoré de vous revoir et de discuter de cela avec vous.
Quand vous voulez Francesco !
à bientôt j espère.

Certo che mi ricordo di te, del gigante con bambino; di come fossimo arrivati contemporaneamente davanti alla boulangerie, forse io in anticipo di un decimo di secondo; di come nel tuo fotofinish morale questo bastasse a cedermi il passaggio. Non potrò dimenticare come la curiosità del piccolo verso i dolciumi esposti in vetrina lo portasse a sporgersi oltre il suo posto superandomi a più riprese. Ho bene impressa nella memoria la frase che ti ho detto su come la felicità di un bambino potesse valere bene la mia rinuncia alla precedenza. E mi è ben chiara nella memoria la risposta che mi hai dato, con estrema dolcezza, declinando l’offerta. “È giusto che mio figlio impari ad aspettare, ad assaporare le cose arricchite dall’attesa.” Ho bene in mente di averti raccontato di come poche ore prima durante un corso di filosofia che avevo fatto con una classe de Saragozza, avessi descritto l’imperativo categorico kantiano con l’immagine di una fila; di come si potesse, istintivamente, rispettare una regola divenuta legge universale e anche del fatto che si potesse creare un’eccezione alla regola ma alla sola condizione che esistesse un’unanimità dei presenti. Ai ragazzi avevo fatto l’esempio delle persone anziane o fisicamente fragili a cui, durante le lunghe file del periodo di confinamento, veniva accordata la possibilità di accedere direttamente o di come in una stazione o in aeroporto, a causa dell’imminente partenza, si potesse chiedere alle persone in fila di passare. Quando siamo usciti mi hai chiesto di trattenermi ancora qualche minuto per raccontarmi del tuo libro. Un omaggio alla lettura dei libri, il voler condividere con altri non avvezzi alla carta stampata delle idee, la gioia profonda che ne avevi ricevuto. Quasi da autodidatta, da cercatore d’oro, volevi offrire ad altri come te le tue carte d’esplorazione. Balzac, Dostoevskij, Kafka, Rilke, Victor Hugo, ma anche filosofi come Deleuze, di cui conosci a memoria ogni voce del suo Abbecedario. L’entusiasmo di una scoperta che solo una lunga attesa può provocare.


 

L’urlo

Fortunaaa, Fortunaaaaaa, Fortunaaa. Un grido non affatto disumano risuonava nel parco accanto alle spiagge, sfiorando i cancelli in ferro battuto delle palazzine, accarezzando i muri di cinta in calce del villaggio estivo, bussando forte alle porte dei residenti sprofondati nel sonno pomeridiano. Mentre il sole della “controra” assediava le persiane tirate e in controluce, e ogni cosa viva evaporava in una coltre sospesa sull’asfalto, perfino il cielo, questa parola ben scandita dalla voce roca di una donna robusta attraversava ogni giorno lo spazio vitale dei residenti, ogni giorno, alla stessa ora, implacabile.

Era forse il mantra recitato ad alta voce da un intero popolo divorato dal fatalismo e che invocava la guarigione dalla cattiva sorte? Una parola che rivendicava il diritto a una fortuna cieca per la maggior parte ma che sembrava vederci benissimo per pochi altri? Piuttosto una preghiera modulata sillaba dopo sillaba, prima di sfumare nel silenzio e nel vuoto di una risposta inutilmente attesa?

Ogni pomeriggio d’estate una madre si sporgeva pericolosamente da un balcone al terzo piano di una palazzina situata nel cuore del Parco di Sant’Albina di Scauri per avvertire la figlia che tutta la famiglia si era messa a tavola. Sua figlia di nome Fortuna.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux