Note sullo ius soli

Alighiero Boetti, Mappa

di Giorgio Mascitelli

Sulle ali del successo alle Olimpiadi il presidente del CONI Malagò ha aperto la questione del cosiddetto ius soli sportivo ossia una rapida concessione della cittadinanza italiana per i figli di immigrati che abbiano risultati agonistici di interesse nazionale e hanno approfittato di queste dichiarazioni anche esponenti del PD e di associazioni antirazziste per rilanciare il tema più generale e importante dello ius soli per tutti. Ovviamente, per quanto sembrerebbe logico il contrario, i due argomenti non sono così strettamente legati perché una scappatoia legale per consentire a qualche decina di atleti di rinforzare le nostre nazionali è un provvedimento accettabile anche per leghisti e fratelli italici, mentre non lo sarà mai l’affermazione di un diritto generalizzato. Per quanto triste, non c’è nulla di sorprendente in ciò perché viviamo in un mondo in cui soldi e successo aprono tutte le porte e le storie dei figli di badante che vincono la medaglia d’oro, per quanto belle, sono raccontate anche per farci dimenticare di quegli ingrati che invece hanno vinto un bel posto in qualche magazzino o centro di stoccaggio e pretendono perfino di poter scioperare per avere condizioni di lavoro decenti.
In realtà la questione dello ius soli è una questione cruciale per l’Italia nel contesto storico in cui viviamo, anche se andrebbe integrato con lo ius culturae, ossia con l’assegnazione della cittadinanza a chi ha frequentato un ciclo scolastico in Italia non solo perché è assurdo escludere dal diritto alla cittadinanza gente che magari è arrivata in Italia all’età di 2 o 3 anni e ha frequentato l’intero percorso scolastico nel nostro paese, ma anche perché è solo nella cultura e nella lingua la possibilità di essere italiani. L’identità italiana in senso moderno e politico infatti nasce nell’Ottocento, in particolare dopo l’esperienza napoleonica, ed è più vicina all’idea francese di nazionalità come adesione culturale a una determinata civiltà rispetto a quella tedesca del Blut und Boden ossia all’idea etnica della nazionalità come dato ereditario e immutabile. Questa idea è alla base del Risorgimento italiano non solo per l’influenza della cultura francese ma per la peculiare storia italiana di piccole patrie e riceve la sua conferma ufficiale quando le spoglie di Foscolo vengono traslate nel 1871 nella chiesa di Santa Croce a Firenze con una cerimonia che sa di canonizzazione civile non solo del poeta, ma anche della sua idea contenuta ne I sepolcri che la chiesa fiorentina sia il cuore stesso dell’identità italiana perché ospita i resti di Michelangelo, Galileo e Machiavelli e simbolicamente anche quelli di Dante. Abbiamo qui affermata in una forma radicale l’idea che essere italiani è un’identità di tipo culturale, sganciata tra l’altro da motivi religiosi perché l’idea di Italia come entità politica contrasta con la visione cattolica universalistica del paese sede del papato, di cui norme come lo ius soli e lo ius culturae possono essere considerate le conseguenze logiche in un nuovo contesto storico.
Nella storia italiana successiva vi sono stati anche tentativi di promuovere una concezione etnicistica specie durante il fascismo e in particolare, non a caso,  nel periodo della conquista coloniale dell’Etiopia,  dove l’idea di una continuità etnica e razziale tra Impero Romano e Italia moderna viene ripresa dal regime in più modi, ma questa concezione resta fondamentalmente estranea alla cultura effettiva del paese e viene respinta implicitamente anche dalla Costituzione tramite l’articolo 6 ( relativo alla tutela delle minoranze linguistiche). Dunque lo ius soli appare innestato sulla parte migliore della storia dell’idea d’Italia e sottolineo questo perché la questione dell’attribuzione della cittadinanza a questi italiani non è solo il riconoscimento di un diritto di tante persone, ma è anche l’occasione per una riflessione sull’identità italiana nel XXI secolo.
In Italia si è affermata una vulgata basata su analisi giornalistiche un po’ frettolose, sul successo delle compagnie low cost e su alcune pubblicità di maglioni che vede  nella globalizzazione e nel processo di unificazione europeo la dissoluzione dello stato nazionale e lo stemperarsi delle singole identità. Purtroppo il processo di unificazione europea, per tacere di tutti gli altri problemi, prevede non il superamento solidale e federale degli stati nazionali, ma la loro inclusione in un’area economica che promuove una forte competizione economica tra gli stessi stati e non prevede affatto forme di solidarietà e aiuto, ma il sottostare ad alcune regole comuni in un clima di sfiducia reciproca. In questo contesto la visione europeista idealizzata, di cui si potrebbe citare un esempio nella battuta di Cottarelli un paio di anni fa sul fatto che Leonardo non fosse né italiano né francese ma europeo, impedisce non solo di prendere atto della situazione reale, ma anche di riflettere sull’importanza futura per l’Italia di questo provvedimento. Insomma, per dirla in maniera grezza ma chiara, ci aspettano decenni in cui se ci sarà qualche decisione economica, che so un contratto di fornitura di vaccini o il controllo su eventuali aiuti di stato a un settore, saremo considerati europei a tutti gli effetti, se invece scoppierà qualche grana nel Mediterraneo, resteremo semplicemente italiani.
Purtroppo infatti la fine della guerra fredda e il crollo del muro di Berlino non ha portato, come si credeva all’interno di un certo tipico di retorica, alla fine dei confini ma alla loro modificazione  e al loro spostamento, come ha notato Adriano Prosperi in un libro importante Un tempo senza storia. In particolare il Mediterraneo e dunque l’Italia si trova proprio sul confine di una certa faglia non solo tettonica, ma anche politica nel quale conflitti storici come quello israelopalestinese si assommano a nuove tensioni, a nuovi interventismi di potenze che vivono il loro momento di revanscismo e a problemi epocali, dalle migrazioni all’avanzata della desertificazione. In questo contesto incendiario l’Italia è un paese dal peso economico, demografico e quindi politico declinante che ha tra le poche risorse dalla sua un certo soft power. Con questo termine non alludo solo all’apprezzamento per lo stile di vita e la cultura italiane, ma anche i residui del prestigio politico ( gravemente danneggiato dal disastro della guerra libica) che la politica mediterranea dell’Italia condotta dalla parte meno atlantista della DC, Mattei o La Pira per fare dei nomi, aveva presso i paesi della sponda Sud. Ora lo ius soli e soprattutto lo ius culturae rafforzerebbero notevolmente questo soft power, esattamente come mantenere questa situazione di apolidia informale di una parte della popolazione italiana formerebbe una bolla di tensione dai confini e dagli esiti incerti, che finirebbe con il diventare sul lungo periodo un elemento di debolezza strutturale per l’Italia, così come lo è stato per la Francia un certo tipo di politica abitativa risalente agli anni settanta, che ha finito con il formare dei ghetti pronti a esplodere alla prima occasione.
Se poi si guarda a tutto questo problema con gli occhi della generazione di mio figlio che ha dodici anni, la questione diventa allo stesso tempo più urgente e più assurda: si sta parlando cioè di persone che sono compagni di classe e di gioco dei nostri figli nella maggior parte delle cose simili e uniti a loro. Non si può neanche parlare di una generazione più preparata delle nostre all’incontro con lo straniero perché non c’è nessuno straniero, nessun diverso, in definitiva nessun incontro perché questi giovani sono sempre stati qui. Una buona politica deve rendersi conto che questo dato umano e generazionale deve necessariamente trovare corrispondenza nella legge, pena il rischio di tante piccole tragedie private di fronte a banali passaggi della vita di ognuno e la loro potenziale ricaduta in dinamiche politiche e sociali difficili da prevedere. A chi si oppone per banali calcoli elettorali a un provvedimento ragionevole e storicamente motivato prima ancora che giusto o umano va ricordato che l’Italia, specie in un contesto preoccupante come quello attuale, non può permettersi una frattura tra un paese di diritto e uno di fatto.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.