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Dalla scatola di scarpe a via Vigevano: andata e ritorno

di Marina Massenz

Le poesie di Angelo Lumelli, Milano, edizioni del verri, 2020, pp. 147

Per parlare di questo libro si potrebbe partire da alcuni versi dell’ultimo testo (che peraltro appartiene alla prima raccolta di Lumelli, Cosa bella cosa), perché già si intuisce qui un filo conduttore che andando dal passato ai più recenti scritti li lega insieme senza discontinuità, ma come un puro svolgimento che dunque si può leggere in una direzione o in quella opposta.

 

l’universale non verrà

(ma non ci lascia le parentesi?)

quindi accecante

rimarrà la luce?

 

Già, infatti accecante rimarrà la luce, ma almeno ci lascia la poesia tra parentesi. Poesia come linguaggio tra parentesi (…); lì, in mezzo, potrebbe essere come non essere. Tra queste parentesi si situa tutto un mondo di lato, non confiscato dalla realtà.

L’oscurità dei testi di Angelo Lumelli non sta nel linguaggio (non vi sono parole/forme sintattiche sperimentali o azzardi formali), ma nella mente. Che si fissa, vaga, divaga… si allontana, associa e dissocia elementi secondo nessi imprevisti. La mente, nel suo silenzio, scarica universi di parole saltando da un tempo all’altro, così come da una scena all’altra. Lumelli mette in scena il teatro della mente, senza riordinarlo prima secondo nessi logici o unità spazio-temporali; lo lascia andare. La mente è l’origine, è qui che il pensiero si scinde in mille rivoli, connettendo luoghi, episodi, tempi anche lontani e diversi tra loro.

La voce di Lumelli è unica, impossibile non riconoscerla; anche perché di questo divagare l’autore tiene i fili, uno per ogni dito delle mani, come un burattinaio, per poi ricollegarli (magari dopo varie righe o pagine intere) in un gioco di movimenti e di trame sottile e delicato. Traccia una tela/sentiero che pare esile e invece stringe, finché tutto l’insieme appare completo e complesso e sfaccettato. Lumelli crea la sua poesia seguendo il flusso con cui la nostra mente lavora quando è a riposo da cure, opere o pensiero razionale; come la mente si muove se si è sdraiati su un prato e si guarda il cielo, svagando, o come accade prima di addormentarsi, mentre immagini diverse e a volte impreviste si sovrappongono, scorrono, si intrecciano. Così guarda un fiore giallo, pensa a via Lorenteggio, a quel palazzo in sfascio, poi arriva la ragazza in auto con lo stivaletto a stringhe e poi via di nuovo, siamo in Via Vigevano. Non cerca di mettere in ordine, lascia andare così questo flusso, su cui poi interviene con l’ardita abilità di un poeta di lungo corso a dare regola e bellezza formale, ogni parola a sé come precisa e scelta affermazione. La mente procede senza ordine apparente, ma per un succedersi di immagini che fanno capolino a margine del testo principale, e Angelo è dietro, le insegue, le incornicia, poi torna sul sentiero principale; altre immagini appaiono, a volte si sovrappongono, vanno scremate, vanno incorniciate… il lavoro della “poesia sospesa” è infinito e in un certo senso non terminabile. Perciò forse, dopo avere definito i suoi testi conclusi e pubblicati dei “relitti”, ha avuto il desiderio di dare loro nuova vita, per ribadire che il percorso del fare e disfare è interminabile, come la vita finché siamo in vita. Questo libro è dunque il “ripronunciamento” di tutta la sua opera poetica.

Generalmente pensiamo che la mente coincida con la “logica”, lineare e netta nel suo procedere; solo se ci facciamo caso, seguendola come osservatori un po’ distanziati, ci accorgiamo che invece no, lavora sul molteplice e contemporaneamente, scivola oltre per immagini, così come fa Lumelli con le sue bellissime poesie.

E poi c’è la “pausa”, di cui ci parla lui stesso in La porta girevole dell’hotel Excelsior, quasi una chiusa al termine del libro, tesa non tanto a spiegare quanto a suggerire ulteriori significati e suggestioni alle proprie scelte di poetica: “La pausa richiede l’arte del disimparare, l’impiego sensibile dell’oblio, virtù che, a fronte delle abilità semiotiche, spandono un profumo eretico e mistico…” (p. 134). È la pausa che dà gravità alle parole, come pesanti vogliono essere le parole della poesia. “Tra tutte le pause, una incombe, immobile e oscura; è la pausa con un lato solo, primigenia, in difesa della nostra nascita, interruzione e inizio capitale, pausa madre, pensiero della mia nuca.” (p. 134)

Così, all’origine c’è la nuca, che prende contatto con l’aria del reale, e prima ancora questa oscura pausa, a cui siamo destinati a tornare: “…la parte della nuca, oserei dire la mia maternità”. Il luogo dell’origine è anche una poesia primaria, in urto con il linguaggio, che insegue le voci degli uccelli, ma senza assimilarsi a esse. Come dice Re Lear, nel senno della pazzia: “Quando si nasce, si piange perché ci si ritrova / su questo enorme palcoscenico di matti…”. E così Shakespeare sa fare del teatro poesia e del linguaggio dei matti la voce primaria dell’origine o la voce della verità che vola sopra i fatti, svelandoli.

Quanto spesso, poi, Lumelli ci parla di anima! Lo spirituale che può essere ovunque, in un bicchiere in una palpebra in una pozza d’acqua. Una poesia spirituale, che mai dice ciò che cerca, ma solo ciò che trova. Ma che si trova, comunque, anche se fuori tiro, sotto il dito puntato di dio…

 

…allora perché brilla

sulla tovaglia

il bicchiere di cristallo

perché cade l’anima

in tante cascatelle

quando suoni alla porta?

(da Trattatello incostante, 1980, p. 94)

 

…e il verso bello? – giostra della nostra privazione – pensiero fuori tiro – sotto il dito puntato di dio?

(da Seelenboulevard, 1999, p. 60)

 

Concludo dicendo che queste poesie sono testi che spingono, che attivano la mente e l’emozione, il cuore e l’anima, che portano ad altri pensieri… perciò è necessario leggerle più volte; come rovistando in un antico baule, tutto finisce per aria, cade a terra, svolazza intorno, ci intriga e ci abbandona, ma poi lo ritroviamo, insieme alle vecchie foto ingiallite, in posa i presenti per lo scatto, dentro la scatola delle scarpe.

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