Immagini dell’arrivo_parte prima

ph. Robert Frank – 34th Street, New York

 

di Carlo Brio

Noi siamo esseri colti, come arriveremo in America? Come sbarcheremo dall’aereo, facendo che faccia? Noi educati, abbiamo negli occhi e in memoria i filmati, i film, le foto dagli archivi che abbiamo studiato per alzare la mano e dare la risposta, noi con che faccia sbarcheremo all’aeroporto? I visi, le valigie, i vestiti li abbiamo visti se non proprio studiati, si sono da tempo incollati in fondo alla testa e se sentiamo le parole giuste dal quel fondo tornano in sospensione sempre le stesse immagini, mai nitide, ma generalmente giuste, granulose, velocizzate, pastose, arrestate, proprio di quelle valigie, di quei vestiti spessi, di quei visi, dei fazzoletti, sempre uguali, mai individuate, ma noi, arrivati allo smercio dei visti, che faccia faremo? Noi, quando andremo ai nastri dove spereremo di ritrovare le nostre valigie con le ruote e le cose utili che dopo molti inventari ingegnosi ed esistenziali avremo trascelto, che faccia faremo alle telecamere di sicurezza? Noi siamo persone colte, abbiamo studiato per molti anni, siamo esseri evoluti, per anni abbiamo seguito le serie tivù in lingua straniera, l’inglese è il nostro latino, che faccia faremo quando ci chiederanno stanchi, solerti e sospettosi i perché? Noi siamo cittadini del mondo, abbiamo viaggiato e avuto amici di altre nazioni, di altre regioni, quando saremo stati in volo per tante ore e ci saremo accorti di nuovo che lo spessore dell’oblò è proprio poca cosa, quando ci saremo meravigliati che da una parte del cielo è giorno e dall’altra parte è buio, quando avremo avuto male alle gambe perché sei, dieci ore si sta scomodi, è disumano, quando ci sarà sovvenuta la parola per le gambe che saranno state a un certo punto anchilosate e ci saremo detti che proprio questa sensazione quella parola voleva significare, quando avremo guardato i film offerti per passare il tempo e ne avremo visti due di seguito perché sei solo e con il cuore incerto che vuoi fare, dopo che avremo osservato fino a farcene accorgere e a distogliere lo sguardo le facce degli altri passeggeri, quelli immediatamente vicini, che devi fare una torsione più o meno sfacciata per capire come sono fatte, di cui vedi le gambe nel tipo di pantaloni e calze, i contorni delle pance o dei seni e gli oggetti che manipolano e con che frequenza, e dopo che avremo provato a capire come sono le facce di quelli davanti nascosti da sedili che avranno sempre l’aria più comoda, dopo che avremo sbirciato nello spazio che ci lascia vedere solo gli altri sedili separati delle file davanti e forse un avambraccio con la sua peluria, il suo orologio e la grandezza dell’orologio, e saremo passati ai passeggeri dell’altra fila, quelli dall’altro lato del corridoio e quelli un poco più avanti e avremo studiato come trascorrono le nostre stesse ore sopra l’oceano perpetuo, e quando avremo sonnecchiato ascoltando la musica che per fortuna pare infinita, anche se due, tre canzoni le avremo ascoltate quattro, cinque volte perché ci avranno fatto piacere o trasportato in un altro tempo in cui alcune nostre vicende accaddero in un certo modo, dopo che avremo guardato la spilla sull’uniforme dell’equipaggio e avremo fatto delle considerazioni sui corpi di quelli liberi di muoversi e di venire a darci ordini con dolcezza di consigli, quando avremo sussultato per uno sbalzo della pressione, per una raggia del cielo, mentre la notte ci avrà tolto ogni orizzonte e ci sentiremo già morti e non soltanto mosche agitate in un infantile bicchiere senza fori, quando ci saremo dati degli stupidi e delle stupide per aver dubitato della sorte, delle statistiche e della tecnica che ci tiene sospesi e ruggenti, noi cittadini della terra e dell’aria, quando l’aereo atterrerà con rombo e strida, che faccia faremo? Quale sarà la faccia quando ci diranno nella lingua straniera e familiare ma d’un tratto troppo rapida e locale che possiamo slacciare le cinture, che possiamo prendere le nostre cose facendo attenzione a non dimenticarne nessuna, quando sorveglieremo le schiene dalle file per vedere chi imbroglia, chi non rispetta, chi vuole servirsi prima? Noi amici delle scienze, con quale faccia avremo salutato i cari la sera prima della partenza? Che faccia avremo fatto all’autista che, non potendo altri, non volendo disturbare altri, non avendo altri, ci ha accompagnati con la macchina nera dai molti schermi per le successive corse e che ci ha aiutato a prendere la valigia dal bagagliaio e che avremo ringraziato quanto basta imbarazzati e sarà lui dalla nostra casa, quasi dal nostro letto, l’ultimo che saluteremo prima del viaggio? Con quale faccia, seduti sul cuoio comodo, noi amici dell’amicizia avremo risposto alle sue domande forse già stanchi per la notte agitata, forse entusiasti per la partenza, per la svolta, per l’ampiezza del nostro gesto, forse nervosi, forse paurosi, forse angosciati dall’ampiezza del nostro gesto, forse infastiditi dallo scambio di cortesie, forse addirittura raggianti e riprovevoli per dire senza dire io vado tu resti, io volo tu corri, ma quando avremo dato queste risposte, quando ci saremo sforzati per formulare la cortesia o avremo vuotato il cuore con l’estraneo, dopo che avremo sopportato le pause tra le domande, quando infine avremo acconsentito alla musica per coprire la separazione delle anime all’interno di una macchina, noi avremo fatto e detto con quale faccia? Quando con noncuranza e sollievo tireremo dalla processione colorata la valigia appena individuata, e l’apriremo subito per vedere se dentro, in quella tasca, c’è ancora l’oggetto incongruo cui teniamo tanto, ma che nel dubbio avevamo preferito affidare alla pancia dell’aereo più che alla borsa che abbiamo tenuto in spalla, come giustificheremo la faccia che faremo davanti ai passeggeri e alle guardie intorno? Che faccia staremo facendo quando tra una sollecitazione e l’altra nella terra nuova per un attimo ci verranno in mente i visi dei genitori che avremo lasciato vecchi ma solidi, ma in piedi, ma tenaci, ma giusti, ma speranzosi, ma rassegnati, senza immaginare che faccia faremo quando dagli schermi con cui non sapranno perfettamente centrarsi li rivedremo più vecchi, più deboli, seduti con scialli negli inverni? Quando ci accorgeremo che per e nonostante l’occlusione della visione periferica staremo osservando a una a una le persone che ci vengono incontro felici di sparire o che ci camminano davanti senza perdere terreno, sicuri delle rispettive mete necessarie, splendide, dritti come se i bagagli non avessero peso o se le rotelle fossero e fossero sempre state e saranno sempre più nuove e scivolose delle nostre e piene di cose utili e moderne o vecchie e di pregio, in corpi maschili e femminili audaci, profumati, che faccia faremo quando li riconosceremo e li diremo i vincenti? Quando usciremo da un bagno dove avremo desiderato un momento per noi perché dopotutto, noi educati, civilizzati, il viaggio il volo i documenti le domande i timori le amnesie i disguidi le impazienze le attese può essere, oseremo confessarlo, faticoso, lungo, duro, addirittura stressante come ci renderemo conto cacando o pisciando in posa yoga per non sederci sul cesso pulito ma dove altri si sono seduti e hanno fatto, tra voci altoparlanti che giungono attutite, nella promiscuità dei rumori e sospiri umani da una cabina all’altra, dove prima di slacciare e sbottonare avremo potuto leggere che l’acqua dello sciacquone non è potabile per gli assetati, quando saremo di ritorno al corridoio che faccia faremo? Noi siamo persone colte, abbiamo studiato e prediletto le sinuose ironie della dialettica ricacciando l’eccesso tragico nell’ipotesi e nella storia, con quale faccia accoglieremo lo spegnimento definitivo dei motori dopo l’ultimo posizionamento dell’aereo? Con quale faccia accoglieremo la voce interiore che ci dirà con tono di motore ora sei qui, ora sei qui, ora sei qui? La nostra faccia si farà entusiasta, si farà triste, quando saremo in America? Che faccia faremo, noi sempre giovani con le barbe incolte o architettate e con le frange accorciate o gli chignon destrutturati, quando ci troveremo a pochi passi dall’aereo, in fila verso le porte che saranno secondo chi le guarda indifferenti, care, ostili, ingrate? Quando il piede avrà toccato la terra nuova sopportando lo stesso peso con cui si è posato davanti al tabaccaio vicino casa, e quando l’altro piede l’avrà seguito e noi, gli esteti, i belli, i nati sani, non potremo goderci il momento simbolico mostrando di godercelo perché pressati dagli altri passeggeri, quando presi nel flusso non ripenseremo lì per lì, ma dopo, mesi o anni dopo, alla storia che si staccherà e fluttuerà nella memoria del parente che ci aveva preceduto e che, per la fortuna trovata, avevamo perduto dai rami del sangue, quando anzi ci incammineremo sentendo l’aria pungere o furoreggiare tra le luci riflesse, in che modo atteggeremo la nostra faccia proprio ingenua? Quando vorremo un caffè, ci domanderemo se coloro che ci hanno preceduti in abiti semplici avranno avuto lo stesso desiderio, e in che modo siederemo quando lo berremo chiedendoci del funzionamento delle mance? Saremo impettiti ed europei o forti e sospettosi o curvi sulla tazza e già pensierosi, mentre la vita dietro al bancone e là sulle panche accanto alla vetrina o sopra i tavoli spaiati di legno grezzo prosegue identica a prima della nostra entrata spaesata, e negli andirivieni uomini e donne intrisi d’aromi si stringono o sudano, scrivendo sui telefoni, parlando invasati, pensando in lingue straniere, mentre noi saremo noi nella terra nuova e chi sa, chi sa? Quando avremo volato per due ore e cominceremo a sentirci vivere in maniera confortevole, sapremo, sapremo immaginare, sapremo prevedere che le ore lente del volo si trasformeranno in mesi e stagioni, e che tra alcuni giorni, tra qualche settimana potremo con altri che con eufemismo sono detti, si diranno, espatriati parlare nella nostra lingua tornata materna o in una lingua terza a tavoli compositi, e che dovremo raccontare per la forza delle domande brutali, conversevoli, una parte della storia di cui ci staremo abituando a selezionare e disporre i capitoli che spiegheranno perché siamo giunti in America, e sapremo, sapremo immaginare se allora ci trapasserà gli occhi un lampo che dirà la perdita da dove veniamo, o se un’ombra suggerirà la nostra ritrosia mentre metteremo insieme le ragioni più evidenti e geografiche per non parlare agli ubriachi, agli orgogliosi e ai disperati dei motivi geografici e di quelli profondi e certo noiosi, o se faremo la faccia giusta accordandoci senza dettagli alle storie lette e poi sentite tra vecchi e nuovi arrivati con cui avremo spartito una forma di vicinanza, o se grazie all’alcol, alla rabbia e alla ripetizione fluirà menzognera la storia del nostro arrivo trionfante, del nostro arrivo mimetico, della nostra uscita nel mondo vero di giochi e azzardi cui parteciperemo con gioie e canini, o se la faccia si farà scappare il disgusto per la domanda che starà già diventando annosa e dispendiosa perché quella moneta nessuno la spenderà e l’avremo emessa solo per posizionarci sulle scacchiere estese ma piccole piccole delle altrui strategie, entrando di fatto tra i pretendenti, o se la nostra fronte offrirà un momento istrionico e rideremo del male e capovolgeremo il bene, o se senza troppo ragionare, con faccia generale diremo brevemente come tutti? Quando la luce sullo scanner sarà verde, con che faccia oltrepasseremo le porte trasparenti mettendo il piede verso l’avventura e l’esilio, verso il destino da cui, in ogni caso, ci conforteremo, potremo sempre, in ogni momento, forse con qualche lacrima e una macchia, tornare indietro, e con quale faccia trasfigurata ci metteremo nella fila dei controlli? Sarà con spirito sollevato o preoccupato che ci sfileremo la cintura perché niente suoni sotto la porta che ci sonda? E sarà con vergogna che ci copriremo la pancia che si è scoperta quando avremo alzato la maglia perché non riusciremo, proprio non riusciremo con le sole dita a trovare il passante per la cintura, oppure perché avremo rinfilato il giubbotto tenendo le due braccia in alto, campionesse e campioni della traversata, oseremo guardare intorno per vedere se qualcuno ha visto la pancia e ci ha visti bruscamente coprirci? […]

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.