Immagini dell’arrivo_parte seconda

ph. Bernard Plossu – “Heading South”, New Mexico, 1981

 

di Carlo Brio

[qui la prima parte]

Che faccia dubbiosa o smarrita o imbarazzata faremo, quando sulle poltrone in attesa dell’imbarco o persino in volo per interrompere monotonia e soliloquio, ci parleranno con intimità di fatti che ci riguardano solo perché apparteniamo a un popolo, ma che nella classe che ci ha allevato non si sono mai verificati? La comunanza allora sarà solo umana? Fratellanza e sorellanza dei passeggeri saranno improvvise e democratiche risorse della noia, del carattere, dell’irrequietezza, della solitudine, di un indefinito malessere? Ma non sarà allegra e fiduciosa la faccia che faremo ai bambini e alle bambine che vedremo correre intorno? Quando astratti dal volo ci diremo che capiamo quanto gli attori nel film vanno dicendo e penseremo che sarà con questa facilità, con questa dolcezza che comunicheremo con persone nuove, propulsive, di cui capiremo le frasi che ci saranno porte con interesse e rispetto, che poi saranno frasi d’amore, di relazione, di elezione, che ci porteranno verso boschi e grandi case, come quelle che stiamo vedendo e dove con la mente già stiamo camminando, che facce dolci o malinconiche e astratte e struggenti faremo? Quando piangeremo all’aeroporto di casa perché con una fitta penseremo ai genitori e ai tutori che non ci mancheranno, con che faccia accoglieremo l’avvenire radioso che sfoggerà per noi chi ci dirà grazie buon viaggio: saremo sollevati e le lacrime abbatteranno la polvere delle giovanili rovine, saremo agguerriti perché al male sofferto opporremo il desiderio della rivalsa, avremo in viso segni di stanchezza che sarà presa per la dolcezza, la tenerezza provocate dagli uccelli che lasciano tondi tondi il nido? Assomiglieranno a terra bruciata come quella che lasceremo, a terra incantata, i momenti di dubbio e di costruzione temeraria dell’idea di partenza, dell’addio, idea di America, o forse a noi titubanti, riflessivi, sembreranno terra inesistita gli attimi cui tenteremo quasi per sbaglio di tornare, durante la pesatura delle carte e del bagaglio sulla bilancia della legge commerciale, per ricordare e ridecifrare i motivi che ci avranno condotti proprio lì e immersi nell’aria condizionata con stupore e capogiro non troveremo i fatti e i fatterelli così importanti, mondiali, che si saranno sedimentati nella decisione io vado e che saranno esposti nel biglietto teso con faccia dimentica o anonima? Che faccia concederemo quando, inattesa come un buco nella strada lastricata, una sala di preghiera ci sfilerà davanti mentre staremo passo passo interpretando la fuga di cartelli per raggiungere la città nuova, storditi dopo la folla, le file, la fede nel viaggio? Quando all’aeroporto patrio, tesi per il ritardo che ingigantirà sugli schermi con gli orari arbitrari, saremo attraversati dalle scariche dell’odio, quale sarà la faccia che largiremo ai guardiani del nostro viaggio? Quale espressione vedranno macchiare come olio versato i nostri occhi sbaragliati? Con che faccia più sicura, più indicata alla partenza, più allegorica usciremo dal duty free, dopo che ci saremo aspersi con il tester del profumo che avremo già in borsa, ma che tra le corse e i vai e vieni non si sa mai? Noi siamo gli arsi, i consumati della civiltà, passeremo indifferenti tra gli oggetti e gli elisir venduti come epitomi della regione, della città natale o vicaria da cui prenderemo il volo, senza toccarli, a volte senza guardarli, che non acquisteremo perché troppo vivo, rosso fuoco, il nostro legame con questi luoghi dai molti significati? Quando seduti al posto assegnato approfitteremo degli ultimi, calcolati istanti prima del decollo, dello spegnimento dei dispositivi elettronici per leggere gli ultimi messaggi, le ultime novità dei fili dell’attualità, che faccia faremo quando, arrivati agli sgoccioli coscienziosi, proveremo a spedire una frase definitiva e promettente, a scattare un selfie di cui sceglieremo la versione migliore e che invieremo per annunciare il nostro benessere, nonostante il mento sempre difficile da domare in una foto? Sarà una faccia simpatica, spensierata, un po’ pazza quella con cui partiremo per l’America? Faremo una faccia sorridente che lasci un’impressione di costante, umana allegria? Sarà una faccia seria, perché avremo ceduto alla corte del selfie per lasciare un ricordo serio, sentimentale? Sarà una faccia che ci sforzeremo di fare bella, piacente, solare? Sarà una faccia che potremo fare per testimoniare di ogni tappa e non far preoccupare o per ricordarcene noi e giudicarci? Una faccia per non sparire? Una faccia che riscatti quella del passaporto? Una faccia sicura, seguita, amata, lanciata, accompagnata? Noi siamo esseri mediali, quante volte moltiplicheremo le facce per coprire i chilometri graziati dalle traversate dei deserti? Quando tesi per il ritardo che dagli schermi c’incalzerà accanto alle lettere indifferenti con la nostra destinazione e quando in noi, atterriti e selvaggi, ammiratori di orologi svizzeri, si mischieranno la paura di restare e il biasimo per la nostra condotta e quello per la nazione, correremo per impedire che la partenza senza di noi sia imperfetta? Sprinteremo perché non risultino comiche, storiche le lotte che avremo affrontato per arrivare a pensare l’America al buio e nella chiacchiera, tra argomenti etici e risentimento? Ai controllori del nostro passaggio non offriremo, noi agonisti, noi partoriti, occhi grati e sorrisi ebeti per esprimere tutta l’importanza che costituiamo per la completezza dell’aereo? Che faccia avremo di fronte alla proverbiale vastità del continente? Come ci comporteremo con le mani, come posizioneremo le spalle e la fronte, che facce inalbereremo davanti alla ricchezza continentale, noi vestiti della nostra magrezza? Noi siamo essere comuni, uguali, una volta arrivati non saremo sfiorati da un dubbio che in sogno forse si paleserà, si sarà palesato con lucidità, che ci diranno andate via siete troppo magri e insieme troppo belli e muscolosi, ci divorerete? Noi siamo esseri comodi, conoscitori della cibernetica e dei tropismi, che faccia faremo quando rapiti o respinti dal disagio del personale ci chiederemo se il colore dei giubbotti di salvataggio sia lo stesso di quello floscio usato per la dimostrazione teatrale, quale sia il punto in cui il nostro giubbotto sarà stato riposto sulle nostre teste con mistero tecnico e che faccia staremo facendo quando, avvinti alla catena dei pensieri, ci chiederemo, sbarrando gli occhi, se riusciremo ad agguantarlo e a gonfiarlo, mentre proveremo a chiudere la bocca e a sbracciare per non affogare tra le onde colossali, madri dell’orizzonte? Che faccia faremo quando dietro indicazione del comandante vedremo nella notte o nel giorno oceanici apparire la città del nostro arrivo, che brillerà per noi e per tutti ma per noi specialmente come fosse appena nata, o nata e cresciuta appena dopo la decisione che l’avremmo raggiunta, nata per tutte e tutti e per noi specialmente come in cielo ci sembra spuntino le stelle, come si dice che per tutte e tutti ma per me in particolare brilli la stella che in questo istante mi guarda dalla sua esplosione e dalla sua estinzione, per noi, solo per noi e così la città col suo metallo e il suo fragore? Dopo le occhiate contemplative gettate al decollo, quando torneremo a guardare fuori dell’oblò e osserveremo che le nuvole sono masse galleggianti e indifferenti, che non ci toccheranno o solo per poco o da lontano ci minacceranno e spaventeranno, e che anzi per un ritorno infantile della fantasia o un avvento acerbo della disperazione si faranno ammirare per le forme estese che sapranno prendere di comignoli e dirigibili, funghi, labirinti, steppe e montagne innevate, onde immobilizzate di un mare in stato di tempesta permanente, sospese e teologiche, che faccia faremo quando, se pure avranno congiurato un regime di turbolenza, le attraverseremo incolumi senza doverci direttamente preoccupare, noi sgravati, agiati, delle onde, del sale, della benzina, del sole, della vicinanza estrema, intuitiva con le madrepore e i relitti? Noi siamo esseri informati, abbiamo letto dell’ongoingness e della resurrezione, quando ci sentiremo ispirati, quando conclusi i preparativi e passati i controlli saremo sospinti da una forza che non avremmo sospettato scaturisse e premesse proprio nei momenti cari al fato, da una linfa che dapprima chiameremo con banalità energia, e poi voluttà, scialo, fortuna, e ci muoveremo quasi ondeggiando su un ritornello, una musica che sentiremo solo noi, quando saremo così vivi e vitali che ci sembreranno pallide le facce degli altri passeggeri, con che faccia regale, salutare ordineremo un cornetto occupando come un territorio da predare e tassare il bancone del bar aeroportuale? Noi siamo esseri sospirosi, animali, a chi faremo la faccia grata per essere giunti sani, salvi e carichi di meraviglie nella terra nuova, a quale ente offriremo alla fine della frenata sulla lunga pista, quando inconsciamente si sospira, quella faccia che nessuno avrà visto perché ognuno sarà stato immerso nella propria faccia in faccia alla fissità dell’idea di inizio e fine: al nostro istinto di conservazione che intonerà entusiasta e incoercibile sei qui sei qui sei qui: si continua, all’io soddisfatto per aver compiuto la prima tappa del viaggio, alla speranza che staremo prodigiosamente nutrendo con i semini degli inizi, agli spauracchi che abitano la mente cambiando nel tempo forma e spessore così come noi abbiamo cambiato e cambieremo forma e spessore, destinazione, alla santa o al santo cui siamo stati legati col nome, a quelli cui avremo promesso di stare attenti, a coloro che ci avranno indotti a partire pervertendo la nostra educazione, avvelenando i pozzi del futuro materiale da cui con fare oscuro o iperbolico ci saremo allontanati, dinanzi a chi e facendo che faccia tireremo un sospiro di sollievo perché avremo infine toccato la terra dove potremo esistere, vivere, forse prosperare? Che faccia attonita o amara faremo quando scopriremo che nella terra nuova gli edifici hanno forme e obbedienze come quelle cui siamo abituati, solo più vaste, che le fondamenta sono fondamenta, i tetti tetti, che le case più fresche o attraenti le troveremo nelle zone centrali e residenziali, e le desidereremo, che le case più vecchie e sciupate le vedremo o abiteremo nelle periferie e verso le zone senza nome, che le insegne sono insegne, ugualmente variegate, che il cemento è cemento e l’asfalto brucia deformando l’aria o si ricopre di neve abbondante e di umidità al mattino, che le finestre sono finestre e che se fosse tradizione ci potremmo affacciare e osservare con stanchezza, curiosità o contemplazione un’ora del giorno, che le facciate sono facciate e che le porte si comportano come quando imparammo a spingerle, che i poveri sono poveri e camminano tra i vivi, e che faccia prodiga faremo quando comprenderemo che ci sono il bene e il male, solo geograficamente e storicamente, amministrativamente riconfigurati? E però il cielo non avrà sfumature impensate, che non avremo mai visto prima? E però non ci accorgeremo del male e del bene perché avremo raggiunto una posizione per poter dire male quel male, bene quel bene e fare comparazioni attonite o amare? Non sentiremo allora di esserci davvero mossi, di avere un passato? Avremo molte parole per quelli che ci avranno salvati, diremo ancora le frasi automatiche, irriflesse, che avremo assorbito nelle situazioni ricorrenti, con che faccia le balbetteremo o le canticchieremo a coloro che ci avranno accolto e avranno apprezzato le nostre qualità, che avranno creduto nelle nostre capacità umane, odissiache? Il nostro telefonare non sarà comunque un suonare di trombe? Con che faccia, nonostante la prosecuzione di bene e male, sentiremo che staremo per spegnere la nostra sete? O ci illuderemo o crederemo che staremo spegnendo la nostra sete, che staremo adempiendo i compiti e i motivi che ci avranno portato tra le strade davvero ampie e i priapismi metallici? Con che faccia sognante e cinica saremo sempre in procinto di rinegoziare una situazione, di fabbricare una soluzione calcolando aliquote e sottoscrivendo assicurazioni, quando vivremo e sogneremo in America? Che faccia sapremo artisticamente o clandestinamente fare ai testimoni infedeli del nostro transito? Che faccia faremo quando sbarcheremo affollati ed euforici, senza la sfortuna di giornalisti, telecamere e cecchini pronti a immortalare e a non vedere le facce nobili e sopravvissute degli arrivati, la carne che ha viaggiato con l’anima? Che faccia faremo quando saremo su quella scaletta e non saremo né papi né presidenti né gente d’affari né turisti, ma soltanto noi che siamo venuti in America a cercare?

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.