Articolo precedenteUno tra i due
Articolo successivoEnigmi a Busto Arsizio

REQUIEM

Foto segnaletica di Osip Mandel’štam scattata dall’NKVD dopo il suo arresto [1938]

di Luca Vidotto

[ Ho mescolato realtà e finzione. Non ho potuto fare altro. Credete davvero che la realtà sia un oggetto che non si può scalfire, un mero insieme di fatti dimostrabili, un che di visibile? Tutt’altro. È un gioco di specchi dai mille riflessi. Un intreccio di eventi compenetrato e permeato dal mistero. Un che di poroso, inestirpabile dai suoi vuoti. E di quei vuoti vive la scrittura, la sola capace di dare corpo all’invisibile, di far emergere nell’immaginazione le verità nascoste tra le macerie della storia, senza scadere nella menzogna. ]

Irina e Clarence1 capirono dal mio viso che era l’ora di andarsene. Una smorfia cupa iniziò a divorare la luce dai miei occhi. In tanti anni non gli era mai capitato di vedermi così… Si alzarono loro da tavola per primi. Li capisco. Ci siamo salutati sulla soglia amabilmente, ma con un’appena accennata e impacciata fretta di lasciarci. Zoppichiamo sempre nell’imbarazzo.
Immediatamente ho chiuso la porta dietro alle loro spalle, e ho raggiunto lo scrittoio. Mi sono fermata un attimo, senza far nulla, i gomiti inchiodati al tavolo, i pugni stretti contro le guance. Sai, ora tengo la tua foto qua sulla destra, poggiata all’intonaco sgretolato del muro. Mi era arrivata tanti anni fa. Ci sei tu, di profilo e di fronte. È la foto segnaletica del ’38, quella dove hai uno sguardo beffardo, dove ridi dei tuoi carnefici. Avevi ragione, amore, quel tuo sorriso aveva ragione: dal cielo si vede la terra ma non ci si infanga in essa. E tu, tu, il più crudele degli innocenti, hai sempre abitato le vette più alte col tuo sguardo di poeta. Oggi, una miriade di immagini e di voci si rincorrono nella mia testa, e tutte mi riportano a te. Lo sai, sono sola, ormai. Ho vissuto. Ho vissuto, devo dirlo. Però mi manchi. Ho camminato di soglia in soglia2, e adesso ho di fronte a me le porte della vecchiaia, e già intravedo, poco più avanti, quelle della morte. Mi sarà dolce il morire. Con fraterna delicatezza, finalmente, si riavvicineranno i palmi delle nostre mani, e i nostri sguardi. La luce più pura ci avvolgerà. Chissà però cosa accadrà davvero. Come latte e miele questi pensieri addolciscono la mia anima, per poi lasciarmi atterrita e sgomenta. Perché? Perché quest’angoscia? No, non posso averti perso. No. Impossibile.
Mentre guardo la tua foto dietro al fragile velo di vetro che la ricopre, vedo sui tuoi occhi il riflesso dei miei. Ti sarei piaciuta, sai? Saresti rimasto incantato nel vedere i solchi che il tempo ha iniziato a scavare sulla mia pelle. Ti saresti commosso di fronte a tanta verità, scolpita da una mano paziente sulla granitica bellezza di me ragazza.

E sono sicura che anche tu l’avrai vista, un giorno, quella faccia sfigurata divorare il tuo volto, che ne so, magari specchiandoti in una lamiera della baracca, o fissando la tua immagine capovolta nell’incavo della scodella di latta su cui mangiavi quel rancio putrido, che avaramente ti concedevano. Anche tu l’hai vista, sì, anche tu, né giovane né vecchio, legato com’eri al dannato destino che vi ha portati via tutti, strappandovi dal terreno di una vita che era poi il vostro inferno3.
Oh, l’Inferno!4 Lo avevi sempre con te, non è vero? Sempre. Mi ricordo ancora quando me lo recitavi a memoria. Ricordo la melodia del tuo canto, e la voce della tua lira, Orfeo mio. Quanto lo amavi il tuo Dante! Eppure non l’hai mica capito che la discesa agli inferi andava fatta all’inizio, e non alla fine del viaggio! Hai potuto, tu, riveder le stelle? O ogni nuovo mattino che si affacciava sul tuo volto non faceva che aggiungere all’oscurità altra oscurità, e al silenzio altro silenzio?
Vorrei sentirla ancora quella tua bella voce, amore. Ricordi i miei occhi, quando t’ascoltavo? Quelle mani luride, vermicolari, hanno cercato di strapparla via dalla tua gola, di soffocarla. Illusi! Come si può pensare che una voce non sia nient’altro che una voce? E un corpo nient’altro che un corpo? Illusi, loro e il loro venerato montanaro del Cremlino. Avevi scagliato dardi velenosi con la tua lira, tesoro. Imperdonabile. Ma la tua poesia – mentre bruciavano i tuoi fogli e le tue parole nel cuore del loro odio infuocato – si librava leggera nell’aria, salendo al cielo assieme al calore e al fumo, bianco e candido come la tua anima. La poesia non è una merce fra le altre, è un sogno che eternamente viene sognato, un fuoco che mai si consuma. Il suo regno è l’invisibile5. Non ti hanno cancellato, amore, non sono riusciti a farlo. Non hanno potuto soffocare la tua voce così come non avevano potuto sottrarci il moto delle labbra6 nelle lunghe e angosciate ore che passavamo tutti assieme, a casa di Anna, o chiusi nelle nostre povere stanze. La poesia in quegli anni imparò a diventare sempre più leggera, ricordi?, un canto del vento che passava senza lasciar traccia, vorticando nell’animo con delicatezza. La scrittura non lasciava segni, e le parole erano invisibili agli occhi.
Oh, i tuoi occhi, luce mia! Quante lacrime devono aver visto, inerti, quante mani strette sulle teste nude7, quanti piedi poggiati sul ciglio dell’addio. Alla fine non abbiamo imparato niente, sai? Il mondo è sempre meno sensuale. Anche dopo tanti anni continua a essere inospitale. Abbiamo disimparato a conoscerci, ad amarci. Sai, è un refrigerio per la mia anima barricarmi nel passato, e rifugiarmi in quel noi che era tutto nostro. Quanti i momenti passati assieme a rovistare in ogni anfratto della memoria per cavar fuori le parole dei tuoi versi lì sepolte, per strappare all’oblio il suo fiore più caro! Ho nostalgia di quella povera gioia. È durata troppo poco, e la sua luce si affievolisce, divorata dal deserto del tempo. Le ho dimenticate ormai le tue poesie8.
Ho passato questi ultimi trent’anni a rammemorare e conservare ogni tua parola, ad ascoltare il suono della vibrazione che la tua voce creava sfiorando le corde della mia anima, e della mia fragile memoria. Per anni, giorno dopo giorno, ho scritto con le mie mani i tuoi versi. Per ore e ore. Ti sentivo vicino, ed ero felice. Ma ora, che ne sarà di me? Ho portato nel mio grembo quei frammenti dolenti, ne ho avuto cura, li ho scolpiti nel mio cuore, mi sono affannata a nascondere tutto ciò che scrivevo, davo dei fogli ad Anna9 e ad altri fidati amici, e altri li nascondevo in casa. A che è servito? Tutto va in rovina.
Sento con angoscia anche la tua assenza sfumare via. Voglio morire, Osip! e riaverti! Non so se sopporterò ancora questa mia vita lacerata, questa mia condanna. Ho riempito migliaia di pagine con le tue poesie, ma ora che la mia memoria vacilla, che inizio a dimenticarti, che ne sarà di te? Se la tua voce diventerà un muto sussurrare ai sordi, i tuoi libri bruceranno, bruceranno ancora. E poi? Più nulla. Nessuno, il tuo nome. Ti ricordi quei versi che adoravi di Paul? Te li ricordi? Forse li avevi anche tradotti, ascolta: noi ci amiamo come papavero e memoria… come il mare nel raggio sanguigno della luna 10
Ti amo, amore mio. Ma il deserto dell’oblio avanza, senza tregua. Spero davvero che altri cuori, un giorno, sapranno accogliere la tua voce, perché solo nell’amore saremo salvi. Non ho vissuto che per questo, angelo mio. Non ho vissuto che per questo. Fin dal giorno in cui ricevetti quel pacco infame. Lo ricordo come fosse ieri. L’inverno era crudele quell’anno, come crudele fu la scritta a causa della morte del destinatario, incisa sul pacco che mi rispedirono indietro da Vladivostok, all’improvviso11. Talvolta ripenso alle tue ultime ore di vita. Al tuo corpo di dolore, abbandonato nello spazio angusto in cui soffocavano i tavolacci in cui dormivate. E al gelo che ricopriva la terra grassa e nera, e che ghiacciava lo sputo quand’era ancora in volo. Ripenso al terreno che non decide a fendersi, nemmeno sotto lo sforzo disumano dei picconi legati alle vostre mani. Abbiamo le fotografie ormai, vi possiamo vedere, anche se con un ritardo fatale, e una colpevole distanza. E vedere uno di voi è vedervi tutti. Eravate poco più che miseri scheletri, con le ossa appuntite tenute assieme soltanto da un velo fragile di pelle, in quella terra dimenticata.
Non hai avuto le stelle a incorniciare le tue ultime ore, vero?, ma un solo pallido sole che sbavava tutt’intorno la sua atroce luce di plastica, e un nugolo di mosche che gli ronzavano vicino, affamate, che attendevano con perversa pazienza il putrefarsi delle vostre carni. Ti vedo lì, agonizzante, la testa diventata una scatola vuota, incapace ormai di far risuonare alcun canto. La tua lira ammutolita da tempo, schiacciata dalla pesantezza del tuo esile corpo. La tua voce nient’altro che un flebile alito. Le mani pallide, gonfiate dalla fame, con le unghie lunghe e sporche. Ti immagino così. Perduto. Amore mio, quanto dolore hai dovuto patire? Sento, nel silenzio della baracca, i palpiti del tuo cuore battere sempre più stancamente il loro ritmo. Sento ogni tuo sospiro, che sembra sempre essere l’ultimo. E – in un attimo – un gelido silenzio12.
Addio, mi avrai forse detto, piangendo, con gli occhi prosciugati e le labbra serrate. E a me cos’è rimasto di te, amore? Cosa rimarrà ora che ho iniziato a raschiare il fondo dei ricordi? Questa lettera, forse, che giace qui, sul piano del mio scrittoio crepato, andato in malora, come tutto.

Mia cara bambina,
non c’è quasi nessuna speranza che questa lettera ti arrivi. Prego Dio che tu possa sentire quel che sto per dirti: bimba mia, senza di te non posso né voglio vivere, tu sei tutta la mia gioia, tu sei la mia tutta mia, per me è chiaro come la luce del giorno. Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te
13.

Mi è arrivata con la tua fotografia, anonimamente, quando già te n’eri andato. Ho capito, amore. Ho capito. Quel silenzio, in cui mi hai lasciata, non era muto. Non tutto ciò che muore, muore davvero. Questo ho capito. Ogni cosa che splende racchiude in un frammento l’eternità. E in quel frammento, gettato fra le colonne del tempo, ha vibrato il nostro ti amo.
Ogni notte le mie labbra carezzano il tuo nome, Osip. E ogni notte lotto contro l’oblio, perché non divori anche questa bocca, e questa mia preghiera14. Ti prego, non perdermi. Ti prego. Non abbandonarmi.
Ricordi il tuo sorriso quando ti dissi che il mio nome, Nadežda, significa speranza15?


*LUCA VIDOTTO Sono un ingegnere che, per fortuna, ha fallito, e dal mondo dei numeri si è immerso in quello delle parole. Dalle formule alle storie. Nella laguna veneziana – più un luogo dell’anima che geografico – ho studiato filosofia e ho imparato ad ascoltare le parole degli altri. Alla Scuola Holden ho imparato a dare forma alle mie.

Print Friendly, PDF & Email
NOTE
  1. Il regista Clarence Brown e la letterata Irina Semenko frequentarono fin dal 1964, (data in cui le fu concesso di tornare ad abitare a Mosca) una sorta di scuola di vita a casa di Nadežda Mandel’štam, i cui temi principali erano la vita e la poetica del marito e il terrore staliniano.
  2. Di soglia in soglia è il titolo di una raccolta di poesie, composte nei primi anni Cinquanta da Paul Celan, (il grandissimo poeta rumeno di origini ebree, che ha vissuto ed è morto suicida a Parigi e ha sempre scritto in tedesco, la lingua dei carnefici). Era un’anima affine a Osip Mandel’štam, tanto che l’ha tradotto in lingua russa e Paul Celan gli ha dedicato la raccolta Die Niemandsrose, (La rosa di nessuno).
    In questo passaggio del mio testo avevo in mente i versi della raccolta: “Riunito è tutto ciò che vedemmo, | a prender congedo da te e da me: | il mare, che scagliò notti alla nostra spiaggia, | la sabbia, che con noi l’attraversò di volo, | l’erica rugginosa lassù, | tra cui ci accadde il mondo”. (P. Celan, Spiaggia bretone in Poesie, trad. it. di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano, 2015, p. 165.) Un canto d’addio.
  3. Accenno alla vita nei Gulag, che ha segnato gli ultimi giorni di Osip Mandel’štam. [Per conoscere lo spirito dei gulag: V. Šalamov, I racconti della Kolyma, trad. it. di M. Binni, Adelphi, Milano, 1999; A. Solženicyn, Arcipelago GULag, trad. it. di M. Olsùfieva, Arnoldo Mondadori, Milano, 1974.]
  4. La Divina Commedia era uno dei libri a cui Osip Mandel’štam era maggiormente legato. Aveva imparato l’italiano solo per poterla leggere in lingua originale. Si racconta che recitasse versi dalla Commedia (e dal Canzoniere di Petrarca) agli internati, nel profondo Nord, per donare refrigerio alle loro anime, per carezzarli col suono della poesia. Ha anche scritto un importante libro su Dante: O. Mandel’štam, Conversazione su Dante, trad. it. di R. Faccani e R. Giaquinta, Il Melangolo, Genova, 1994.
  5. Osip Mandel’štam scrisse una poesia contro Stalin, “il montanaro del Cremlino”, descrivendolo con “baffi da scarafaggio” e dita “grasse come vermi” (O. Mandel’štam, Ode a Stalin in L’opera in versi, trad. it. di G. Zappi, Giometti & Antonello, Macerata, 2018, p. 204). Scrivendola firmò la sua condanna a morte: la polizia segreta lo catturò e bruciò tutti i suoi manoscritti. Ma allora, come facciamo a leggerlo oggi, se già da allora non è rimasta traccia della sua poesia?
    L’amore della moglie l’ha salvato, passando i trent’anni successivi alla sua morte a scrivere e tradurre, dalla propria memoria al foglio bianco, le sue poesie.
  6. “Voi, togliendomi i mari, la rincorsa, lo slancio, | e dando al piede il sostegno di una terra forzata, | cos’avete scoperto? Un principio sagace: | che il moto delle labbra non può venir sottratto”. [O. Mandel’štam, Ottanta poesie, trad. it. di R. Faccani, Einaudi, Torino, 2009, p. 143.]
  7. Per loro, arrivò presto il giorno in cui dovettero imparare “la scienza degli addii, nel piangere notturno, a testa nuda”. [O. Mandel’štam, Tristia in Poesie, trad it. di S. Vitale, Garzanti, Milano, 1972, p. 48.]
  8. Mi immagino, da qui in avanti, una donna, Nadežda, che con la propria memoria ha letteralmente salvato la voce del suo amato Osip, e che ora si ritrova anziana, consapevole che tutti quei ricordi iniziano a sgretolarsi, e che tutto ciò per cui ha avuto senso vivere inizia a dileguare, a sfumare via. “[…] fino al 1956 riuscivo a ricordare tutto – sia versi che prosa…. Al fine di non dimenticare nulla, dovevo ripetere un po’ del tutto a me stessa, tutti i giorni, e l’ho fatto quando credevo che avevo una buona ragione per vivere. Ora è tardi…. […] Quante di noi trascorrono le proprie notti insonni a ripetere le parole dei nostri mariti oramai andati?” [B. Holmgren, Women’s Works in Stalin’s Time: On Lidiia Chukovskaia and Nadezhda Mandelstam, Bloomington, IN: Indiana University Press, 1993, p. 126.]
  9. Faccio riferimento alla poetessa Anna Achmatova, cara amica della coppia, creatrice con Osip Mandel’štam. del movimento poetico definito acmeismo, anch’essa vittima del terrore staliniano.
  10. P. Celan, Corona in Poesie, cit., p. 59.
  11. Nadežda scoprì che il marito era morto così. Il pacco che aveva spedito con cibo, soldi e vestiti le tornò indietro con quel messaggio: “Ma, realmente, quali elementi confermano la mia versione, secondo cui la morte di Mandel’štam sarebbe avvenuta nel dicembre del 1938? Il primo indizio che ho avuto è stato il ritorno di un pacco «per morte del destinatario»”. [N. Mandel’štam, L’epoca e i lupi. Memorie, trad it. di G. Kraiski, Arnoldo Mondadori, Milano, 1971, p. 462.]
  12. I due ultimi paragrafi sono liberamente ispirati a I racconti della Kolyma di Varlam Salamov, che racconta, con folle lucidità, le condizioni di vita nei gulag, e nella cui raccolta dedica un racconto alla morte di Osip Mandel’štam, immaginandosela [V. Šalamov, Cherry-brandy in I racconti della Kolyma, cit., 1999, pp. 69-70].
  13. La versione originale e integrale della lettera è contenuta in: O. Mandel’štam, Epistolario. Lettere a Nadja e agli altri (1907-1938), trad. it. di M.Gatti Racah, Giometti & Antonello, Macerata, 2020, p 40.
  14. Parole ispirate dalla poesia La Tigre Assenza di Cristina Campo, alla quale sono molto legato, dedicata alla dipartita dei suoi genitori (“pro patre et matre”): “Ahi che la Tigre, | la Tigre Assenza, | o amati, | ha tutto divorato | di questo volto rivolto | a voi! La bocca sola | pura | prega ancora | voi: di pregare ancora | perché la Tigre, | la Tigre Assenza, | o amati, | non divori la bocca | e la preghiera…”. [C. Campo, La Tigre Assenza, Adelphi, Milano, 2012, p. 44.]
  15. Il titolo della prima autobiografia di Nadežda Mandel’štam, L’epoca e i lupi, nell’originale è un gioco di parole fatto con il nome dell’autrice, infatti “Nadežda” in russo significa “speranza”: tradotto letteralmente sarebbe “Speranza contro speranza”. [La traduzione inglese è più fedele: Hope Against Hope.]

6 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

Un gelido dicembre milanese

di Antonella Grandicelli
Un gelido inverno in viale Bligny (Morellini Editore, 2021), è il convincente debutto nella narrativa gialla della scrittrice genovese Arianna Destito Maffeo,

L’Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro

di Gabriele Merlini «E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.» Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli.

Il fermo di Ferlinghetti

di Giorgio Mascitelli ( la scorsa primavera un amico mi aveva chiesto di immaginare qualche testo per ricordare Lawrence Ferlinghetti,...

L’indicibile Necessarium

Il bagno nell’architettura contemporanea di Alberto Giorgio Cassani «Se vuoi il mio consiglio, abbellisci il tuo cesso e abbellirai la tua...

La bestia che ci portiamo dentro

di Paolo Carfora
I conigli divorano spesso i propri cuccioli per potersi accoppiare nuovamente. Capita a volte che le lontre stuprino a morte le femmine. I delfini si drogano con il veleno del pesce palla.

Uno tra i due

Doppia lettura degli ultimi romanzi di Piperno e Castellitto  di Valerio Paolo Mosco Due libri italiani che vanno letti insieme. Il...
orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.
Print Friendly, PDF & Email