Il giorno della riconsegna del bagaglio

di Caterina Iofrida

L’uomo era seduto nel bistrot da un paio d’ore, ormai si era fatto buio. Sul tavolino rotondo c’erano qualche briciola e le macchie circolari lasciate da ogni boccale di birra che si rispetti. L’uomo, però, stava bevendo un bicchiere di vino bianco, accanto al quale, incurante della sporcizia, aveva posato il telefono. Con la mano destra, con calma e continuità, digitava, mentre con la sinistra si portava di tanto in tanto il calice alle labbra. L’uomo non staccava gli occhi dallo schermo né quando beveva, né quando era raggiunto dal rumore sordo della porta d’ingresso che si richiudeva. Le persone intorno all’uomo parlavano una lingua diversa dalla sua, che lui conosceva appena. Avrebbe forse compreso qualche frase se si fosse impegnato, ma così, mentre era preso da altro, quelle chiacchiere giungevano alle sue orecchie come una musica di sottofondo, la quale, lungi dal distrarlo, lo aiutava invece a mantenere la sua incredibile concentrazione. Più tardi, l’uomo aveva lasciato il bistrot con un discreto quantitativo di Chardonnay in corpo e una gran fame. Dopo le nove di sera non era il caso di mettersi a cercare un posto per mangiare, avrebbe finito per impiegarci un sacco di tempo. Si era infilato nel primo minimarket che aveva incontrato e aveva comprato mezza baguette, una confezione di Camembert e una bottiglia di Chablis, poi si era diretto a casa. “Casa” non era sua, ma in prestito, e si trovava sul Boulevard Richard Lenoir, a pochi passi dal canale Saint-Martin. Appena arrivato, senza nemmeno sfilarsi il cappotto, aveva tirato fuori le sue provviste dalla busta e le aveva disposte sul tavolo della minuscola sala da pranzo, tra i libri e i giornali che lo ingombravano. Quella fame urgente lo aveva assalito dopo avere inviato il messaggio. Aveva divorato pane e formaggio ed era stato invaso da una sensazione di tranquillità e da una grande stanchezza. Era andato a dormire presto, a un orario in cui, in genere, non era in grado di prendere sonno.

 

La donna stava controllando la pentola, l’acqua non era ancora arrivata a bollore. Avrebbe voluto cenare prima, a lei piaceva mangiare presto, ma non era riuscita a rincasare prima delle otto e mezzo. Amava la sua città, ma i tempi da impiegare per spostarsi, sempre più lunghi del previsto, non mancavano mai di irritarla. Sulla metropolitana le persone si dedicavano a ogni sorta di occupazione concepibile, dall’ascoltare podcast al tagliarsi le unghie, lei, invece, riusciva solo a osservare gli altri, controllare le fermate, l’orologio, poi di nuovo le fermate, poi il telefono. Non era tempo, quello; eppure lo diventava quando si accorgeva di essere a casa due ore dopo essere uscita dall’ufficio. Nonostante avesse lasciato il telefono in camera da letto, il suono di un messaggio l’aveva raggiunta. Chi poteva averle scritto? Tra le opzioni che aveva in mente non c’era nessuno di interessante; nonostante ciò, o forse proprio per questo, la curiosità l’aveva avuta vinta sulla pigrizia ed era andata a leggere. Alla sola vista dell’anteprima del messaggio aveva avuto un leggero sussulto; stando attenta a non staccarlo dal caricatore, si era seduta sul letto per proseguire la lettura con una maggior concentrazione. Alcune vite, come quella della donna, si dipanano senza troppi colpi di scena nel costante, istintivo tentativo di barcamenarsi fino a quando non arriva una delusione. In quel tempo, la Grande Delusione si era presentata un paio di anni prima, e lei si stava abituando a farci i conti e a organizzarsi di conseguenza. In quello spirito, cogli altri esseri umani aveva assunto una condotta sostanzialmente coerente di curiosità e avvicinamento fino al primo momento in cui provava noia. La noia, aveva scoperto, pur apparentemente innocua, portava con sé una serie di altre faccende insidiose che avrebbero finito per accumularsi mettendola all’angolo e, in ultimo, lasciandola sola. In linea di massima, non era più disposta a lasciare che accadesse. Dopo aver riletto il messaggio tre volte, aveva deciso di rispondere con calma, dopo cena, per poter mangiare compiacendosi di ciò che aveva appena letto, e pregustando la propria risposta, di cui aveva precisamente in mente i contenuti e i toni.

 

Un messaggio vocale si annuncia come un dialogo monco, che non ammette interruzioni volte a una contribuzione altrui, e si può effettivamente esserne sopraffatti. La prospettiva di otto minuti di ascolto passivo avrebbe, di norma, indotto l’uomo a cancellare tutto e confermare senza rimpianti una certa reputazione che si era creato, tuttavia in questo caso aveva finito per ascoltare prima ancora del primo caffè del mattino. La moka era sul fuoco e lui si radeva mentre una voce femminile squillante accompagnava la sua routine mattutina al posto della radio, che in genere accendeva senza poi prestare troppa attenzione. In questo caso, invece, era teso ad ascoltare, tanto da tagliarsi più volte con il rasoio e non farci caso. “…è ovvio che il motivo per cui ti trovi là non è quello…”, la moka aveva cominciato a gorgogliare, l’uomo aveva spento il fuoco e si era versato il caffè in una tazza grande, del tipo americano, mentre la voce seguitava a parlare. La voce della donna era allegra, contenta di avere occasione di parlargli —quest’ultima cosa la poteva soltanto supporre, avendola incontrata di persona una sola volta. Certo, avevano parlato a lungo, in quell’occasione; avevano cenato assieme, l’una di fronte all’altro, e sebbene al loro tavolo ci fossero altre sette-otto persone era stato loro possibile avere una conversazione che non le coinvolgesse. Scegliersi un unico interlocutore a una tavolata numerosa era un’abitudine che aveva da sempre, lungi dall’essere frutto di una scelta, semplicemente gli accadeva, e qualcosa gli aveva fatto immaginare che per la donna seduta davanti a lui funzionasse allo stesso modo.

 

Il killer non aveva dormito bene e si era svegliato mal disposto, solo per scoprire di avere dimenticato i biscotti per la colazione a casa. Nella stanza c’erano soltanto un bollitore e un pacco di caffè tenuto chiuso con una molletta per panni. Aveva deciso di scendere in strada e comprare un croissant, nonostante ciò costituisse una deroga alle regole deontologiche che si era dato, da che si era messo in proprio. In qualche modo doveva rimediare a quell’inizio di giornata. Il lavoro che lo aspettava si prospettava semplice e di sicura remunerazione. La donna che aveva deciso di avvalersi dei suoi servizi era infatti piuttosto abbiente e, soprattutto, affidabile. Il killer sentiva di capirla. Aveva sempre condotto una vita ben ordinata, fino a qualche tempo prima, ed era decisa a vendicarsi di chi, in questa vita, aveva portato scompiglio: la persona che qualche tempo prima l’aveva lasciata. La cosa aveva una sua logica. Non che al killer questa logica interessasse particolarmente, nondimeno le persone ordinate e con le idee chiare gli piacevano. Per lei era venuto fino in Francia, dall’Italia, seguendo l’obiettivo. Quello, l’obiettivo, non si era accorto di lui nemmeno per sbaglio. Probabilmente era partito per Parigi del tutto inconsapevole dei rischi che correva nella sua città, aveva semplicemente deciso di fare una vacanza. Sarebbe stato semplicissimo. Il killer aveva dato un morso deciso al croissant. Più tardi, con calma, si sarebbe diretto al Café Tourville dove sapeva, ormai, che avrebbe trovato l’obiettivo, intento a pranzare con un club sandwich, e gli avrebbe sparato. Ci sarebbero certamente state molte persone per strada, e il killer si sarebbe confuso tra loro, dileguandosi in pochi minuti.

 

Il ragazzo, quella mattina, aveva qualche linea di febbre. Al café, però, mancavano già due cameriere. Come avrebbero fatto senza di lui? Aveva indugiato per un po’ nel letto, poi aveva risolto di prendere del paracetamolo e buttarsi sotto la doccia. Era al lavoro da tre ore buone quando l’uomo era arrivato e, dopo averlo salutato, gli aveva domandato di poter sedere al solito tavolo. Il ragazzo avrebbe voluto rispondergli di no, a dirla tutta. Sempre lo stesso tavolino. Lo stesso club sandwich. Lo stesso bar. Quell’uomo non era francese, tantomeno di Parigi, era evidente, e già non aveva intenzione di cambiare le sue abitudini a pranzo, appena prese, per giunta. Come poteva vivere così? Ma si era trattenuto. Dopotutto, che sedesse dove preferiva. Forse avrebbe fatto meglio a restarsene a casa lui dal lavoro. Sentiva salire la febbre e con essa il rimpianto di non essere rimasto sotto le coperte. Era andato in cucina a chiedere di preparare il club sandwich, invece. Beh, almeno sarebbe stato facile, glielo avrebbe portato, assieme a una birra chiara, e poi avrebbe potuto ignorarlo fino al primo pomeriggio. L’uomo avrebbe consumato il suo pranzo con calma, poi avrebbe tirato fuori il suo libro e avrebbe cominciato a leggere. Ma l’uomo, quel giorno, sembrava aver voglia di conversare con lui. Dopo qualche domanda di troppo sulle tipologie di birra disponibili, era passato con naturalezza, a fargli domande sulla sua vita: da quanto lavorava lì e via dicendo. Come capita in questi casi, in breve tempo era passato a parlare di sé, naturalmente: aveva conosciuto una donna, che viveva in Italia, come lui. Nonostante il ragazzo non desse alcun segnale di interesse nel racconto e si limitasse ad annuire educatamente di tanto in tanto, l’uomo lo aveva invitato addirittura a sedere sulla sedia davanti a lui, solo per qualche minuto, aveva detto. La richiesta era insolita, ma il café era semivuoto e il ragazzo aveva deciso di accontentarlo per poi rialzarsi qualche attimo dopo con una scusa. Certo che erano dure, quelle sedie: se ne era quasi dimenticato. Mentre cercava di sistemarsi in una posizione comoda, aveva sentito chiamare un nome. Aveva gettato uno sguardo all’uomo ma lui, distratto, stava osservando una giovane coppia di passaggio, dall’aria graziosa. Un’esplosione assordante aveva squarciato l’aria, poi il ragazzo era caduto riverso in avanti.

 

— E quindi, una telefonata —. La donna era distesa sul letto, a pancia in su, e stava faticando a trovare una posizione comoda.

— Mi pare avessimo deciso così, — aveva detto l’uomo, seduto su una panchina, cogli occhi che vagavano tra la chiusa del canale e le persone sedute per terra sulle sue sponde, intente a consumare aperitivi al tramonto con birre prese al supermercato — io sono pronto.

— Io pure. Beh, — aveva un principio di crampo al piede — allora, da quanto sei a Parigi?

— Da circa due settimane. Ma non è la prima volta che ci vengo.

— Sai il francese?

— In effetti no. Ho cercato di impararlo, qualche anno fa, ma mi sono reso conto che avrebbe richiesto un sacco di tempo. E poi non avrei avuto modo di esercitarmi, non ci ho mai vissuto. Ci sono sempre stato per periodi brevi, in vacanza.

— Una vacanza, allora. Ecco che cosa stai facendo.

— Lo sai che non è così.

— A me non sembra di sapere granché, — era scoppiata in una risatina — dimmi tutto.

— Beh, proprio non mi andava di rimanere in Italia, tantomeno a casa mia. Qua, invece, mi sento bene, al mio posto. Non è solo la città delle mie vacanze. È anche quella dei “miei” film, io la guardo, mi ci muovo come gli americani dell’epoca d’oro di Hollywood. Loro non avevano certo bisogno di parlare francese per sapere di appartenere a Parigi e che Parigi apparteneva loro. Love in the afternoon, An american in Paris, Funny face, e via dicendo. Audrey Hepburn poteva essere figlia di Maurice Chevalier e parlargli in inglese, a Parigi. Mi segui?

— Suppongo di sì. E pensi di restarci ancora molto?

— Certamente non ho voglia di pensare a tornare, se è questo che intendi.

— Ma seguiti a scrivermi. Lo sai che vivo a Roma.

— Questa sì che è mancanza di fantasia, mia cara. Primo, puoi venire a trovarmi. Secondo, poi, nel caso… le relazioni a distanza non mi dispiacciono. Ti dirò che ne ho avute più d’una. Non che le cerchi di proposito, capita però che mi ci ritrovi coinvolto. Non ho mai voluto limitarmi nella curiosità, le persone importanti per me sono sparse. Poi, non mi piace affatto l’idea di uscire con gente la cui vita si svolga abitualmente nei miei stessi luoghi, che parli con la mia stessa inflessione, e via dicendo. Se proprio devo essere sincero, lo trovo innaturale.

— Una sorta di incesto.

— Proprio così.

— Non ci avevo mai pensato. In ogni modo, è difficile stabilire le giuste distanze. A volte, quelle fisiche aiutano.

— È così.

— A patto di non esagerare.

— Giusto anche questo.

— Anche se la distanza New York-Seattle, almeno stando al cinema…

— …Quella sì, è ottimale. Ma non generalizzerei.

— Concordo.

— Comunque, ancora non ti ho raccontato quel che mi è successo oggi. Formidabile. Sei pronta? Stavo pranzando al Café Tourville — fanno un club sandwich magnifico — e, non so come, mi ero messo in testa di fare delle confidenze al cameriere.

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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