Ridicolizzare Putin

 

di Edoardo Pisani

Ma che fare dunque con i nemici che ci attaccano?
Lev Tolstoj, da Ricredetevi!

Nel compendio a Storia della Russia di Nicholas V. Riasanovsky, Sergio Romano scrive che nei primi anni Novanta ci si domandava quali conseguenze avrebbe avuto la morte dell’Urss sulla situazione politica mondiale, mentre oggi – continua Romano – ci si chiede quali conseguenze potrebbe avere una sua rinascita. D’altra parte Vladimir Putin dice, in epigrafe a Limonov, il libro di Emmanuel Carrère: “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore.” Intanto, mentre scrivo queste righe, le bombe russe devastano l’Ucraina e Kiev tenta di resistere agli attacchi; la Russia di Putin è in guerra. Volodymyr Zelensky, il presidente dell’Ucraina, chiede al mondo intero (e in special modo agli Stati Uniti e all’Unione Europea) di non lasciare solo il suo paese. I governi delle grandi potenze mondiali sanno che saranno giudicati dalla Storia per ciò che faranno o non faranno in questi giorni.

Quale demone conduce Vladimir Putin? In un libro che è al tempo stesso una biografia impossibile di Hitler e un’istantanea della sciagura storica e umana dell’Olocausto, Hitler, di Giuseppe Genna, si sostiene che Adolf Hitler non sia un uomo bensì un demone posseduto dal mostruoso lupo Fenrir, una non-persona che prescinde dal tempo e che è destinata a devastare l’umanità e a sovvertire la Storia. Si può essere in disaccordo con questa opinione (o visione) del Male, giacché Hitler è stato un uomo, appartenente alla nostra stessa specie, figlio della cultura europea e della prima guerra mondiale e del trattato di Versailles, e tuttavia anche Guido Ceronetti, a cui forse non sarebbe dispiaciuta la parte più “celaniana” di Hitler (Apocalisse con figure), ha insistito più volte sulla disumanità del Male, ad esempio scrivendo che Lenin era “l’inviato della Tenebra” (in Ti saluto mio secolo crudele) o che la “tristezza canina di Hitler nascondeva bene la sua dedizione completa al padrone infernale” (ne La vita apparente). Come Genna, Ceronetti credeva nei demoni; come Genna, Ceronetti raffrontava la poesia umana al male disumano.

Da quale demone è quindi guidato Vladimir Putin? Di sicuro l’invasione dell’Ucraina risponde a una situazione politica particolare: il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan, la debolezza internazionale del presidente americano Joe Biden, il mondo in stallo per il Covid, la fine del mandato di Angela Merkel, l’ascesa economica e politica della Cina e dell’India, le prossime elezioni in Francia. Eppure all’improvviso appare chiaro che Putin preparava da anni questa guerra, sia politicamente che militarmente; i suoi toni di sfida sono rivolti non soltanto all’Occidente ma al mondo intero. Non bisogna intralciare i piani della Russia. Putin è pronto a tutto, anche a una guerra nucleare. L’Ucraina è una minaccia per la Russia e va “denazificata”.

Se non ci fosse stato Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, la guerra putiniana sarebbe stata più semplice. Invece Kiev ha resistito eroicamente per giorni, e resiste ancora. Le forze in campo sono impari; prima o poi – si teme – l’Ucraina cadrà. Nel frattempo però Zelensky ha insegnato al proprio popolo (e al popolo russo) il significato della parola speranza. Si spera infatti che un giorno la Russia sia libera dalla morsa di Putin. In un passo del Diario russo di Anna Politkovskaja c’è scritto: “È passato un anno dall’arresto di Chodorkovskij. Il potere non fa una piega. Nell’aorta potere-società c’è un embolo. Come ai tempi dell’Unione Sovietica. All’epoca l’anello di congiunzione tra potere e società era il KGB, che forniva al potere informazioni falsate sullo stato della società e che così facendo ha contribuito al declino dell’URSS. Anche oggi l’FSB falsifica le informazioni che propina alle alte sfere, e Putin giudica ostile ogni altra fonte. Speriamo che questa volta l’embolo ci metta meno di settant’anni.” Politkovskaja è stata assassinata il 7 ottobre del 2006, giorno del compleanno di Putin; da allora Chodorkovskij è in esilio, come Garri Kasparov, e molti oppositori di Putin sono stati o incarcerati o uccisi.

La parola, la letteratura, è forse vana contro l’orrido potere dei tiranni, perlomeno a breve termine: ora Kiev abbisogna di armi e uomini e non di parole e libri. Nondimeno cosa possiamo fare noi che non sappiamo né vogliamo imbracciare un mitra e che viviamo di libri e dunque di parole lette e amate e mai dimenticate? Nel finale di Sabato, un romanzo di Ian McEwan scritto quasi vent’anni fa, il protagonista guarda l’alba fuori dalla finestra e all’improvviso si figura un uomo simile a lui, un medico, cento anni prima, nel febbraio del 1903. “A questo gentiluomo edoardiano ci sarebbe da invidiare tutto quello che ancora non sapeva” scrive McEwan. “Se aveva figli giovani, poteva perderli nel giro di una dozzina d’anni, alla Somme. E a quanto ammontava il conteggio dei corpi, Hitler, Stalin, Mao? Cinquanta, cento milioni? A chi gli avesse descritto l’inferno a venire, o lo avesse messo in guardia, il buon dottore – gioviale figlio della prosperità e di decenni di pace – non avrebbe creduto. Dio ci scampi dagli utopisti, uomini pieni di zelo e sicuri verso l’ordine sociale perfetto. Eccoli di nuovo, totalitaristi sotto altre spoglie, innocui e isolati adesso, ma in costante crescita e pieni di rabbia e smaniosi di un ennesimo bagno di sangue.”

Il bagno di sangue è arrivato; ne seguiranno altri. Putin non è un lupo, benché sembri mosso da demoni oscuri, come Hitler o Stalin, e ha anzi un cuore umano, come scrive Emmanuel Carrère nella sezione finale di Limonov (e pure Hitler aveva un cuore); Putin però è soprattutto un bullo, un prepotente, come ha detto in questi giorni Fernando Aramburu. E i bulli – questo ce lo insegna Charlie Chaplin – vanno ridicolizzati. In Russia bisogna dimostrare che anche il re può essere nudo; spogliare Vladimir Putin delle sue vesti di gelido e invincibile uomo di stato (o dittatore) è l’unica maniera di affrontare e vincere il suo strapotere politico e bellico. La guerra continuerà. Il potere è disumano e la letteratura può fare poco per combatterlo, forse niente. Ma talvolta anche scrivere, come pensare, come dubitare, come raffrontarci al male nella vana speranza di estinguerlo, può essere utile.

 

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3 Commenti

  1. Perdonami, ma quello che hai scritto te lo credi veramente o non avevi niente di meglio da fare?
    Grazie

  2. il povero Andrea si è assunto il ruolo di troll nel nostro blog, forse ciò lo diverte, pazienza.
    Invece questo pezzo mi sembra ponga problemi, e ricordi cose interessanti. Putin è un uomo che ha avuto un’educazione militaresca e dura, è campione di judo ed ex KGB. Grave errore dare ad un uomo simile tutto quel potere, come grave errore fu darlo a Hitler da parte dell’allora presidente Hindenburg (che pure fu convinto da altri). Va sempre aggiunto con grande chiarezza che Putin, sulle cui gravissime colpe non ho alcun dubbio, è ben lontano dall’essere l’unico colpevole di questa situazione. Tanto per dirne una, come ha ben sottolineato subito l’ex ambasciatore Sergio Romano, il patto atlantico andava sciolto subito dopo la fine della guerra fredda e non al contrario così sfacciatamente rinforzato e ampliato fin sotto le reni della Russia.

  3. Sinceramente pensavo a un qualche gioco d’ironia, invece sembra che ci crediate davvero. Da un lato l’OVEST responsabile e nel giusto, dall’altro un Putin/Hitler deciso a tutto e completamente responsabile di quello che sta accadendo. Nel mezzo un presidente Ucraino attore comico (io non lo nominerei neanche capo condominio) e l’Ucraina un paese civile, democratico, immacolato.
    Non pensavo di dover leggere tante cazzate in questo blog ma come sempre la realtà supera di molto qualsiasi tipo di fantasia.

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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