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Aria e tradizione: l’ultimo libro di poesia di Gabriella Sica

ph. Mimmo Jodice, “Amazzone ferita” (particolare)

 

di Paolo Rigo

Se – perseguendo un gioco paradossale – si chiedesse a un poeta qual è l’argomento a cui è deputato il suo canto, la risposta manifesterebbe con molta probabilità un non-so-che di incertezza: l’amore, la morte, la consolazione, il ritorno ai luoghi cari, tante e diverse potrebbero essere le risposte e tutte sarebbero giuste. Però, nessuna si potrà mai considerare come quella archetipica. Nessuna, meno una: il tempo. A partire da Ovidio il genere poetico della lirica è, infatti, consacrato alla celebrazione della fuga del tempo (hora fugit scriveva negli Amores). Il tempo, la dimensione immateriale che lascia traccia sulla pelle dell’uomo con rughe e canizie comprende la totalità dei temi menzionati. Nel tempo e attraverso il tempo nasce e cresce il Canzoniere di Petrarca: lì dove le occasioni – parola novecentesca dalle antichissime vestigia – ripetute in un infinito caratteristico, unico, chiuso e completo (poiché delimitato da una divisione calendariale), tornano sempre sullo stesso evento, il momento focale della prima passione.

Al tempo – con i suoi ricordi, con i suoi anniversari, con i giorni che passano – è dedicato l’ultimo libro di Gabriella Sica, dal titolo Poesie d’aria. Disturbare Petrarca non è una scelta peregrina, un vezzo del recensore: la poesia di Sica, infatti, fin dai tempi di Prato pagano è consacrata al dialogo con gli antichi, e anche questo confronto, attraverso la sua più tenera illusione di gettare un ponte tra le ere, è legato al tema del tempo. Tra i tanti elementi che si potrebbero offrire quali analisi in questa brevissima presentazione del lungo volume di poesie (quasi duecento pagine) edito da Interno Poesia, si è scelto di provare a valorizzare non solo la struttura stessa dell’opera ma anche l’interesse speso da Sica verso la tradizione. Tale aspetto è dirompente ed esposto, ma nasce sempre da un’operazione voyeuristica, dalla brama di raccontare il proprio sguardo sul mondo, su un dettaglio. Così, per esempio, una Coltelleria a Brera diviene il luogo fisico e simbolico di una parte del libro: lì, si consumano «i dolenti coltellini del mestiere»; lì si sarà fermato Montale «talvolta a pensare / a quel groviglio-nodo che scava»; sempre a Milano, Montale avrebbe «trovato / la cesoietta giusta che recide / il passato che non passa». Questi versi tratti da Si sarà a questa vetrina Montale sembrano essere un omaggio al poeta che più di tutti nel Novecento ha cantato il mondo quotidiano con il suo scorrere inesausto e incontrollabile, eppure, a ben guardare, la sentita prosopopea, gli strumenti della poesia che agiscono sulla materialità, non sono quelli del poeta moderno ma di un altro lontano secoli: è Guido Cavalcanti, infatti, ad aver dato letteralmente voce alle cesoiuzze, al coltellin dolente, alle penne isbigottite; i tragici collaboratori che assumevano così i tristi attributi dell’io, prendendo su di loro il sentimento di desolazione derivato dall’amore tragico e passionale immaginato dal primo amico di Dante.

Il mascheramento operato da Sica, la quale si pone sulla scia di un gioco perpetrato recentemente da altri come, per esempio, Fernando Bandini o Giulia Martini (si vedano: del primo l’ultima quartina di Sera a Vicenza; e della seconda il sonetto Guido, io vorrei che tu e Lapo e io), è talvolta più difficile da cogliere, condotto com’è con uno spirito molto sottile. Varranno un paio di esempi: parto dalla canzone di quartine intitolata Nella foresta-città, dove l’io poetante di Sica si riconosce in un’immaginaria corsa cittadina affianco a un cervo dotato di «corna dorate nel cielo». Si tratta di un incontro che irrompe sulla dimensione martellante del tempo quotidiano frantumando la convenzione fissata a partire dal suo tratto più comune nella società, quello della misura:

o un secondo, non ho orologio, che ore sono?
Quando siedo a tavola o dormo m’è accanto
il cervo dalle ramificate corna che nessuno vede,
ansimante mi rialzo e corro corro sempre.

Sulle alte creste dei monti a piedi o in auto
fuggo e ancora fuggo con il cervo nudo,
intanto stringo la cintura e scatto in avanti
rapida ma non posso non calcolare il tempo.

La confusione generata dalla figura apparsa si rafforza grazie alla quasi totale assenza di punteggiatura. Tale assenza potrebbe essere percepita come un vezzo stilistico dal lettore, ma si dovrà ricordare che per molti secoli e ancora fino a tempi relativamente moderni, la punteggiatura – a parte il punto – non esisteva. Certo, non si vuole suggerire che Sica mimi la scrittura del passato, ma evidenziare come l’ambiguità raggiunta risponda alla necessità di rendere il componimento stesso uno spirito automa, una macchina in grado di essere sufficiente senza l’interpunzione, se non quella basilare. Questa lingua primitiva conferma implicitamente che quanto appare all’io è ascrivibile al genere della visione, notturna o a occhi aperti poco importa. Si tratta dell’unico momento, come ci ha insegnato Agostino nelle Confessioni con l’estasi di Ostia, in cui il tempo, la più grande illusione umana, si annulla. Ma se si volesse riprendere il discorso sulle autorità antiche, sui padri o numi tutelari a cui Sica guarda, si dovrà constatare che l’apparizione del «candido cervo» è costruita guardando al sonetto Una candida cerva sopra l’erba di Francesco Petrarca (è il Fragmentum 190). Riconosciuto il palinsesto più probabile anche grazie alla compresenza del medesimo qualificante (candido-candida), ora della fierissima creatura descritta da Sica può essere sciolta la veste allegorica: l’animale andrà riconosciuto non tanto come uno spirito guida (questa funzione è apertamente negata nella poesia: «Non è un uomo e neppure è il mio animale»), quanto piuttosto quale manifestazione operante dell’anima dell’io. Esso è la forma viva di un contatto mistico che risponde a leggi simili a quelle proprie della trinità cristiana («io e lui siamo una cosa unica non separata»). Guardando alla cerva di Petrarca (e si noti il rovesciamento io maschile-cerva, io femminile-cervo), Sica offre così una nuova versione del testo d’origine e anche una sua personale interpretazione del sonetto di Petrarca che, tra l’altro, non si discosta molto da quella attualmente accettata dalla critica specialistica (secondo cui la cerva dell’autore trecentesco è immagine del pellegrino cristiano, di Sant’Eustachio, che diviene a sua volta simbolo di una nuova e prossima conversione di chi guarda). Certo, non ci sono soltanto Cavalcanti e Petrarca tra le rime di Sica: si potrebbe disturbare Pasolini, acceso faro della poesia-prosastica italiana, che, evidentemente, illumina anche la vena più didascalica della produzione dell’autrice romana, ma per restare su di un tempo più antico e più lontano, si noterà con piacere che oltre Petrarca, pure Dante viene seguito da Sica da molto vicino.

Stavolta il mascheramento è condotto attraverso un filtro altamente ironico. Il primo verso di Avvistata una pantera, altro esempio importante di questo dialogo con il passato, è una sorta di dichiarazione di luogo e di tempo: «“Tusciaweb”, 15 gennaio 2007, ore 18,30» (corsivo nel testo). L’epigrafe, che potrà anche corrispondere al vero (poco importa), proietta il lettore nell’apparente officina dell’autrice: apparente perché prova che tale articolo sia mai stato pubblicato non può e non deve esserci. L’officina, però, non corrisponde mai al grado zero della lingua e così la comparsa dell’animale, «un grande felino simile a una pantera» che «si aggirerebbe / per le campagne tra Cellere e Montalto di Castro», deve molto a Dante, alla sua Commedia e al De vulgari eloquentia. Nel trattato in latino, l’auctor definisce la sua ricerca del volgare perfetto, eccelso, curiale come una caccia all’odorosa pantera: il caratteristico profumo del felino, derivato dai bestiari dove l’animale è riconosciuto quale simbolo di Cristo, è un tratto ripreso pure da Sica. Nel testo di quest’ultima, infatti, non solo «si sa dell’attrazione che esercita sugli animali» quel profumo con la sola eccezione del diabolico «serpente» che «striscia» e «non cede al suo alito odoroso»; ma la pantera è una «creatura braccata» che fa sentire «il suo profumo / nei dintorni ma non si manifesta in nessun luogo»; ella sempre «esala il suo profumo». Come la cerva pure la pantera è dotata di caratteristiche soprannaturali («Sparisce per secoli e riappare come rosa tra i boschi / con la sua elegante potestà e l’altera forza elusiva») e paradossali («Pare si sia sdraiata di notte accanto a un agnello, / eppure ha ferito al Parco di Vulci un intero gregge»; «La bestia» è «vorace o gentile?»), ma mi preme sottolineare come il paesaggio descritto dalla poetessa, che è tra l’altro originaria del viterbese, assume una coloritura fortemente dantesca.

La storia di questa pantera degli anni Duemila è, infatti, ambientata in una «selva italica» e poi ancora presso il «ruscello del Bulicame»: si tratta di luoghi, di due termini inequivocabili che appartengono all’Inferno di Dante. Affianco a Dante, però, bisognerà affiancare almeno un’altra voce, quella di Giorgio Caproni che a una bestia non identificabile, rivelata da un manifesto esemplato su quelli settecenteschi (anche a Caproni è diretta l’ironica menzione del sito web di Sica?), aveva dedicato un intero libro (cfr. Il conte di Kevenhüller). Ecco, dunque, che nel tempo della scrittura e della lettura delle poesie di Sica si realizza la grande illusione a cui si era accennato: in quel luogo fisico e immateriale che sono le pagine di carta non si può interrompere il dialogo con quello che è e con quello che è stato.

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Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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