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Uccidi il mandarino

di Tito Sdralevich

Ogni terza domenica di marzo, quando il sole sale a scaldare le prime coppie che ciondolano al parco, ecco che sul lungomare spunta Ignacia, e parcheggia il carrozzone alla rotonda del porto. Per noi del quartiere la primavera inizia così, e ci rovesciamo tutti in strada, come starnutiti fuori dalle case. Quel giorno le corse vanno avanti fino alle dieci o alle undici, finché ce n’è insomma. La gente scalpita e si accalca intorno al carrozzone, la rotonda diventa un pantano schifoso che se non vuoi sporcarti devi farti il segno della croce. Via con la musica! I facchini di Ignacia girano come dervisci approntando la vasca; le ragazzine appoggiano i gomiti alla ringhiera e si fanno la coda per non perdersi niente; i ragazzini ne approfittano per palpeggiarle da dietro. Ghiaccioli torroni telline canditi ciambelle bonbon e marshmellow – divoriamo di tutto – petali di rose fritti e pannocchie al burro: tutto evapora e si appiccica e galleggia nell’aria uterina di primavera, e un brivido ti attraversa le gengive e ti senti un gran bene, mentre sbraiti e infili le monete nelle cassette delle scommesse. Oggi sono arrivato tardi, le corse stanno per iniziare e Carlotta è già appoggiata alla ringhiera che mangia semini.

– Mi sa che ci siamo – biascico tentando di sfiorarla.

Lei mi lancia un’occhiata di quelle che ustionano e va avanti a sgranocchiare. Da quando è bambina ha un modo tutto suo di sgranocchiare: con l’incisivo destro (che adesso è rigato da un filo giallo di nicotina), spacca le bucce e se le rigira in bocca succhiando bene tutta la membrana, poi inghiotte tirandosi indietro i capelli e sputa quel che resta per terra. Rimaniamo in silenzio a fissare i due facchini che, imprecando, si calano nelle teche con degli spazzoloni che da qui assomigliano a enormi scopettoni da water. La gente del quartiere lentamente si ammassa e preme contro la ringhiera: Agostino, Lella, Cesare, Renzo, Cavallo: qualcuno lo riconosco tra la folla e ci salutiamo. Carlotta sputa l’ultimo semino e si mette le mani a megafono:

– Allora, diamo un senso alla cosa!

Ignacia, mentre i facchini puliscono la vasca, legge nell’angolo più buio del carrozzone su uno sgabellino che scricchiola (sarà più di cento chili ormai: a tutti, da bambini, hanno detto “se non fai il bravo viene Ignacia e ti mangia”, oppure “bada che Ignacia ti butta nella vasca”). Richiamata dalla folla sobbalza e un libro le cade dal buzzo: di solito, i nostri ossi di seppia. Quando chiediamo, lei ci dice che a Città del Messico era una poetessa, e anche molto brava, che ha pubblicato su riviste importanti e roba del genere, che frequentava un gruppo di giovani poeti messicani e cileni; se le chiediamo perché non ci fa leggere le sue poesie risponde “perché non mi va”; poi ci racconta che ha lavorato al circo come digiunatrice, che è stata l’amante di un noto pappone superdotato di Buenos Aires che una volta ha quasi soffocato una puttana con il suo pene, che abitava in calle Cortázar, e che da ragazza pesava più di duecento chili e dovevano portarla ai vernissage letterari in una carriola addobbata con calendule e denti di leone. Capite, quindi, se non ci fidiamo troppo. Evocata dalla voce di Carlotta sciabatta verso di noi e attacca con la commedia.

– Cosa volete voi altri? – agita la mano come si scacciano i tafani, via di qui.

Carlotta si fa portavoce di tutti.

– E dagli una botta Ignacia, che qui vogliamo giocare – seccata tira fuori il borsellino e lo sbatte sul tavolo.

– E muoviti che abbiamo fame! – sbraitano quelli che premono dietro. Io sono riuscito a ritagliarmi un posticino in prima fila, alla destra di Carlotta.

Sbuffando, Ignacia estrae le cassettine di legno per le scommesse e le allinea sulla ringhiera.

– Dai friggi l’olio! – incalza la folla.

– State buoni per Dio! – raglia Igancia, e girandosi verso i facchini urla:

–Vamos, manos!

Come punto da un’ape un facchino balza in piedi e spinge la vasca di fonte a noi. Nelle casse parte Gasolina, la gente si scalda e preme sempre di più; l’altro facchino si infila i guanti di maglia, afferra i secchi e li tuffa nei barili in fondo al carrozzone,

– Vamos culero! – lo incalza Ignacia contorcendosi; il facchino si trascina ingobbito alla vasca e ci rovescia dentro il contenuto dei secchi.

– Ci siamo – mormora Carlotta.

In un istante la matassa umida rimbalza e si sfalda all’interno della teca: un centinaio di granchi di varie forme e dimensioni schizzano frenetici e terrorizzati in tutte le direzioni; la mano destra di Carlotta si contrae in uno spasmo involontario; la voce di Ignacia galleggia nell’aria, amplificata da un microfono da ring announcer.

Damas y caballeros – ruggisce – ladies and gentleman, fate il vostro gioco! Puntate signori, un solo vincitore; puntate senza indugio: oggi abbiamo violinisti, rossi, reali e comuni; ammirate signori: corazze possenti! Chele affilate e letali. Ignacia rifiata e tira una boccata dalla sigaretta; i granchi ammucchiati gli uni sugli altri hanno tutti un numero disegnato sul guscio e, terrorizzati, picchiettano le chele sul vetro. Un centinaio di braccia e di mani si torcono e si annodano e infilano le monete e le banconote nelle cassette. Vedo Cavallo che infila una banconota verde in una cassettina lontana dalla mia; con i suoi modi gentili e i denti ingialliti chiede una sigaretta a Carlotta. D’inverno ripara le cabine in spiaggia, l’estate la passa sul trespolo con il binocolo in mano scrutando il mare in cerca di turiste tedesche. Mentre lei è girata mi fa l’occhiolino.

– Finché è un gioco va bene, ma non farti tirare scemo­ – me lo dice sempre quando la sera giochiamo a scacchi al porto; io arrossisco: non avrei dovuto parlargli di Carlotta; poi si allontana.

Carlotta mi tira una gomitata:

– Allora, hai deciso?

– Credo che sceglierò quello lì – e indico il 23: un granchietto violinista verde petrolio, grande più o meno come una tazzina da caffè, che stupidamente cerca di scavarsi un buchetto dove nascondersi sgraffiando il fondo trasparente della vasca.

– Te la giochi con quello scricciolo lì? – mi chiede inarcando un sopracciglio.

Non faccio in tempo a rispondere che vengo sovrastato da Ignacia.

– Allora? – grida – Siamo pronti?

– Pronti! – urla Carlotta infilando una banconota rossa nella cassettina del suo campione (un granchio reale dagli occhietti neri, morti e malvagi).

– E allora andiamo! – urla Ingacia e fa cenno al facchino.

– Al mio tre – sbraita.

Le casse ora pompano Cotton Eyed Joe; la gente dietro di me, agglutinata in un’unica massa, sgomita e scommette, sogna di vincere e pagare l’ombrellone a tutta la famiglia giù al Lido, l’unico stabilimento che ha ancora la sabbia. Il facchino si aggrappa alla manovella e la gira con tutte le sue forze, l’olio bianco corre lungo i tubi in un gargarismo bollente. Si apre lo sportellino nell’angolo della teca. Tratteniamo tutti il respiro, in aria sale un grande “ahhhh”. Un centinaio di granchi, quelli più vicini allo sportellino, muoiono ustionati all’istante; rovesciati sul loro guscio, cominciano a galleggiare per la teca con le zampe irrigidite.

– Spostati di lì! – urlo al mio violinista che, miracolosamente, riesce a sgambettare via appena in tempo. I superstiti fuggono con le chele strinate, calpestandosi si ammassano ai bordi della vasca formando un cumulo basculante di chele, gusci, occhi, zampe e antenne attorcigliate. Chi è sotto si ustiona, chi è sopra calpesta le chele degli altri, perde l’equilibrio, e precipita nell’olio bollente che continua a salire. Il fondo della vasca si trasforma in una crosta nera di carcasse carbonizzate e fuse insieme, immangiabili, buone per essere grattate via e gettate ai gatti perché non seguano dappertutto i facchini miagolando tetre sarabande. Mentre l’olio sale, Ignacia pattuglia la teca con un grande mestolo di ferro. Gli occhi le ruotano nelle orbite come due gamberi senza cervello; con il mestolo pesca i granchi fritti, scola via l’olio e li tampona nella carta assorbente, poi trita tutto con un grosso coltello e spolvera con sale e prezzemolo fresco. I cartoccetti vengono passati ai facchini che camminando avanti e indietro per il carrozzone li porgono a quelli delle prime fila che poi li passano dietro. Va detto che il prezzo è davvero ragionevole. Tutti noi del quartiere siamo praticamente cresciuti a pane, prezzemolo e cartoccetti. Carlotta mi afferra la mano.

– Sai che la paura inietta nell’animale dei succhi che rendono la carne più tenera – mi chiede – roba tipo endorfine, ormoni, vasodilatatori, neuro peptidi. Per questo i granchi di Ignacia sono i più buoni.

Per la prima volta mi guarda negli occhi, ha la faccia arrossata dalla calca e dall’eccitazione.

– Lo sai, se qualcuno si azzardasse a rovinarmi la festa di primavera lo getterei nella vasca senza pensarci due volte. Ucciderei il mandarino – sentenzia accendendosi una sigaretta – tu no?

– Farei cosa? – le chiedo cercando tra la massa il mio granchietto.

– Se con la mente potessi uccidere un giovane mandarino che vive a Pechino, senza venire scoperto, e la sua morte ti procurasse anche il più misero vantaggio, ci penseresti mezzo secondo?

Io provo a dire qualcosa, ma ci metto troppo. Carlotta mi lascia la mano come se di colpo fosse diventata incandescente. Intanto ho trovato il mio violinista. È avvinghiato con entrambe le chele a un granchio rosso, il granchio rosso si stacca via una zampa per liberarsi e lo fa rotolare giù, alla base della vasca. Rimane incastrato in un groviglio di antenne, l’olio salendo lo consuma a poco a poco, le bollicine lo avvolgono, la parte sommersa si ricopre di scaglie dorate, l’odore è davvero squisito, le zampe a filo d’olio ruotano e si attorcigliano come impazzite dal dolore. Il violinista comincia a urlare, qualcuno potrebbe scambiarlo per un grido di dolore, è normale, tendiamo ad antropomorfizzare un po’ tutto; si tratta solo della pressione che aumenta all’interno del carapace e poi sfiata per i pori del guscio emettendo un sibilo molto acuto. Scoppia un boato: stanno portando Cavallo in trionfo, il suo granchio è stato il primo a scalare la vasca e a buttarsi oltre al bordo; la gara è finita. Dietro di me un uomo grasso con il cranio luccicante cerca di sgomitare davanti e mi schiaccia le costole contro la balaustra; il suo sudore puzza di fritto e di gamberi. Carlotta ha finito la sigaretta e ora sta mercanteggiando con un facchino per pagare tre cartoccetti al prezzo di due.

Più tardi andremo tutti alle baracchette del porto, i vecchi e i genitori se ne andranno a casa e noi staremo tutta la notte a bere gin tonic e mojito annacquati. Ignacia ci raggiungerà verso mezzanotte, starà con noi fino a settembre. Il suo carrozzone porta un sacco di turisti dalle nostre parti e le siamo grati per questo. Solo una volta le ho parlato di Carlotta: era una notte di agosto dell’anno scorso. Carlotta si baciava in un angolo con Cavallo. Più tardi, ho saputo, sono andati da lui. So che si sono stesi sul letto senza lavarsi via il sudore o le foglie di menta dai denti, che lei l’ha trascinato alla finestra davanti al faro e lui l’ha presa da dietro. Ignacia però era ubriaca e ha solo biasciato frasi senza senso che non mi hanno aiutato per niente, tra cui, credo, il motto della lega anseatica: è necessario navigare, non vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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