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Willy e luglio

di Arjuna Cecchetti

Okay, vederla tuffarsi dal pontile non era da mozzare il fiato, le mancava qualche curva nei punti giusti, per lo stesso motivo non mozzava il fiato nemmeno quando risaliva spingendo con le braccia sulle tavole di legno. Però Willy era capace di stenderti nel bel mezzo di una mattina indaffarata, nella calca lungo i corridoi della scuola, fra i tavoli della mensa e ovunque capitasse di incontrarla. Willy era in grado di stenderti persino in quei giorni in cui tutto sembra andare storto e sei costretto a pensare a un mucchio di cose senza senso. Willy ti mozzava il fiato perché non aveva mai fretta, aveva l’aria di essere concentrata su quello che stava facendo nel preciso momento in cui era. Willy non possedeva alcuna abitudine che la proiettasse avanti nel tempo. Non truccava gli occhi e non usava profumi dolciastri, insomma, non tentava in alcun modo di distrarre gli altri su ciò che stava accadendo. Non prometteva nessun dopo. Ad esempio durante uno scambio di battute con un sandwich in mano, Willy dava l’impressione di seguire il discorso e non di pensare a tutt’altra cosa. In quel momento era capace di stenderti, non lo faceva a posta, era solo colpa degli occhi rotondi, dei capelli in ordine color biondo cenere e delle sue labbra che erano mai chiuse sul serio, lasciando uno spazio aperto che ricordava le cose desiderate. Il resto della realtà sfumava, diventava uno sfondo con l’unico scopo di incorniciarle il volto.

Era per tutto questo che Diego aveva deciso di uscirci, che l’aveva baciata e che ci aveva fatto l’amore, ma era successo in inverno e non sarebbe dovuto durare tanto.

“Di’, non fa troppo caldo? Forse non è stata una buona idea venire.”

Willy non rispose, rimase ferma in piedi a sgocciolare sulle tavole del pontile.

“A cosa stai pensando Willy?”

“Venivo qui da bambina.”

“E ti piace davvero qui?”

“Mi ci portava papà, lui si metteva laggiù.”

Willy fece il gesto di tirare indietro la canna da pesca come quando il pesce abbocca.

“Di’, hai mai provato?”

“Qualche volta, ma lo trovavo noioso, preferivo fare il bagno anche se gli spaventavo i pesci. Perché non fai un tuffo?”

“L’acqua è marcia, come fai tu a tuffarti?”

Willy di nuovo non rispose, si era distesa sulle tavole del pontile, le gocce scivolavano dal suo corpo bianco fino alle assi. Willy luccicava al sole. Il corpo di quella ragazza non possedeva le curve di Mary, questo gli era evidente. Mary sapeva muoversi così come piaceva a lui, e non solo a lui. Mary era un’altra cosa, i suoi amici lo avrebbero invidiato se fosse arrivato con lei. Invece quando c’era Willy con lui, le poche volte che erano stati al cinema oppure in un locale del centro, i ragazzi erano sempre impacciati, niente battute, niente argomenti, niente risate. Willy non era mai impacciata o forse lo era sempre. In ogni caso anche lui non era del tutto a suo agio quando c’era Willy e i suoi amici nello stesso posto.

Erano passati lunghi minuti e lei non si era mossa. Supina sul pontile, respirava lentamente, ma lui era certo che non dormisse. Una o due volte una carpa dal ventre verdastro si era rigirata sulla superficie del lago sbattendo sull’acqua scura. Un istante dopo una folata di brezza calda aveva fatto rumoreggiare il canneto. Nient’altro si era mosso in quel posto per tutto quel tempo.

Diego stesso non  aveva cambiato posizione, le gambe cominciavano ad indolenzirsi. Da un’ora quasi se ne stava nell’unica porzione del pontile dove il canneto circostante riusciva a proiettare un’ombra secca e frastagliata.

“Che facciamo stasera? I ragazzi si vedono al bar, poi andranno sicuramente da Luca, è il compleanno della sorella. Hanno la piscina. Ti piacerebbe?”

“Mi piacerebbe.”

Era a lui che non sarebbe piaciuto. Non gli piaceva mai quando c’era Willy in mezzo ai suoi amici. Peggio era quando c’erano Willy, gli amici e una festa. Gli sarebbe toccata la solita recita. Starsene tranquillo per gran parte della serata e poi trovare un modo di riportare Willy dai suoi il prima possibile. E solo dopo averla vista risalire per il vialetto di ghiaia e dopo aver visto la luce dell’ingresso accendersi, lui avrebbe rimesso in prima l’automobile e sarebbe tornato alla festa a fare finalmente quello che gli riusciva bene. Mettersi in mostra, farsi vedere da Mary, farsi vedere dagli altri e dimostrare al mondo che nella sua vita Willy era un breve sbaglio di cui si sarebbe liberato presto.

Presto ma quando?

“Di’, ma non dici che ti annoi con loro?”

“No.”

“Sicura che vuoi andare?”

“Io vengo se ti va di andare insieme. Non sono stata invitata, non posso presentarmi da sola.”

Non c’era nessun segno di irritazione nella voce di Willy, non era il tipo da irritarsi per quel genere di cose.

“Puoi fare ciò che vuoi Willy. I miei amici sono i tuoi. Quanti mesi sono che usciamo insieme?”

“Dal cinque febbraio, sono sei.”

Lui non pensava fossero così tanti. Willy teneva le palpebre abbassate, non lo stava guardando. Lui prese a contare i mesi con le dita della mani. Sei. Tanti.

“Andiamo?”

“Un attimo. L’acqua era fredda e il sole mi sta asciugando, vorrei restare un altro po’ per fargli finire l’opera.”

Il ventre piatto si alzava leggermente ad ogni respiro. Il bikini umido lasciava emergere i capezzoli. Il seno era piccolo e certe volte sul letto, sorridendo, lei si era scusata con lui per non avere un bel seno come piace ai maschi. Ma lui non pensava a quel seno acerbo come a qualcosa che non andasse. Willy non era quel genere di bellezza. Almeno su questo lui era d’accordo con sé stesso, Willy le era piaciuta per altro. Per cosa?

“Puoi passarmi il telo?”

La spugna bianca rifletteva il sole abbagliando. Afferrò il telo e lo lanciò attraverso l’aria immobile dell’estate. Il telo atterrò accanto a lei.

“Grazie.”

Lei si mise seduta dandogli la schiena, avvolgendo le spalle con la spugna.

“Ci sono quasi.”

Nel frattempo lui aveva preso la canottiera azzurra di Willy. La canottiera era stata là, piegata tutto il tempo, accanto alla gonna. Diego ci stava affondando il naso, cercava l’odore di Willy. Lei aveva un odore suo. Le altre sembravano sempre non averne. Willy era ancora di spalle e poi si è alzata. Era in piedi a pochi passi da lui. Migliaia di riflessi si alzavano dalla superficie dell’acqua, i bagliori illuminavano lo spazio attorno alle gambe magre e dritte. Cosa ne sarebbe stato di lei se l’avesse lasciata? Doveva convincersi che non era affar suo cosa ne sarebbe stato. L’avrebbe lasciata senz’altro. Sei mesi è tanto tempo. Ma non si erano visti spesso, tre o quattro volte al mese, nelle ultime settimane anche meno. Quel sabato avevano deciso di passare il pomeriggio al lago proprio perché non si vedevano da alcuni giorni. Dalla fine delle lezioni addirittura. Lui trasse un respiro profondo, più profondo di altri. Cercò le sigarette. Erano accanto alla gonna di lei. Ne accese una.

“Vuoi una sigaretta?”

“Si.”

“Prendi.”

Willy ne prese una con le dita leggermente bagnate e provò inutilmente ad accenderla con l’accendino.

“Tieni, prendi la mia.”

Lui ne accese un’altra. Erano più vicini ora. Cosa aveva Willy, perché ancora non era uscita dalla sua vita?

“Quindi stasera?”

“C’ho riflettuto. Andiamo insieme. Ma non devo passare da casa, se passo dai miei poi non mi fanno uscire un’altra volta.”

“Ma dovrai fare una doccia, cambiarti. Queste cose qui, no?”

“La doccia posso farla da te, e per i vestiti vanno bene questi, li ho messi puliti.”

“Dio mio è pur sempre un compleanno! Ci vorrà un vestito, un paio di orecchini, che ne so io.”

“Non irritarti su.”

“Chi si irrita! È solo che sei così… Così difficile.”

Mentre diceva questo non era potuto rimanere seduto, si era alzato, pronto per tornare all’automobile del padre.”Dai vestiamoci.” Quindi, Diego, aveva indossato la camicia. Willy, invece, aveva ancora il telo bianco sulle spalle e la sigaretta in mano. Fece cadere il telo e poi tentò di tirare su la gonna continuando a fumare. Tolse il costume bagnato e indossò le mutandine. Tenendo la sigaretta fra le labbra sganciò il bikini.

“Ti dispiace passarmela?”

Lui prese la canottiera azzurra, desiderava annusarla un’ultima volta, ma lei lo stava guardando. Willy la infilò senza smettere di fumare.

“Guarda!”

“Cosa?”

“Là.”

Willy stava indicando una macchia scura sul cielo azzurro.

“Quello è un nibbio bruno. Potrebbero essercene molti da queste parti. Sono strani i nibbi.”

“Sono falchi no?”

“Più o meno. Guarda deve aver visto qualcosa. Restiamo immobili.”

Rimasero fermi. Il nibbio aveva smesso di volteggiare sopra le acque nere del lago. Il sole era alto, l’azzurro del cielo era infinito. La sagoma del rapace si stagliava scura mentre i raggi solari attraversavano le penne della coda biforcuta. Poi il rapace si era gettato in picchiata verso l’acqua, tuffando gli artigli sotto la superficie, alzando schizzi argentati e sbattendo le ali per rallentare e ripartire. Infine era risalito in alto con qualcosa di guizzante fra gli artigli. Il pesce aveva continuato a mandare riflessi per tutto il resto del volo, poi il nibbio era sparito fra le chiome dei salici circostanti.

“Siamo stati fortunati.”

“Bello, si. Era un pesce quello, giusto Willy?”

“Si. Siamo stati fortunati. Quante altre volte ci capiterà di vedere un nibbio che pesca? Io dico al massimo altre due o tre volte nella vita.”

“Una volta mi ha attraversato un’istrice.” In realtà, Diego, non sapeva perché avesse detto dell’istrice. Il suo obiettivo era interrompere la conversazione, tornare all’automobile, lasciarsi il lago alle spalle, viaggiare col finestrino abbassato per togliersi la calura di dosso e riportare Willy dai suoi. Ci sarebbe stato bene un gelato, magari, per non essere scortese. Allora perché dire dell’istrice e allungare la conversazione?

“Spero tu non lo abbia investito.”

“Ma no, i fari lo hanno illuminato. Ricordo che all’inizio non avevo capito cosa fosse. Cioè chi se lo aspettava un istrice con gli aculei bianchi e neri in mezzo alla strada. Era appena dopo la curva. Ma ti va un gelato… Un drink?” Ecco, la conversazione ora doveva virare sul viaggio di ritorno.

“Ha fatto rumore?”

“Chi?”

“L’istrice.”

“Non so, no.” Invece si. Diego ricordava quel rumore, c’era stato un fischio, una specie di fischio, e poi gli aculei avevano sbattuto fra loro producendo un suono che era stato come quando passa il vento ripetutamente fra la chioma di un albero. L’animale impaurito aveva tremato a lungo in mezzo alla strada e gli aculei avevano continuato a sbattere e lui aveva continuato a sentire quel rumore che era difficile da spiegare soprattutto su un animale vivo. Solo dopo qualche istante l’istrice era ritornato oltre il margine della strada, dentro i cespugli. Era accaduto due o tre anni prima, perché se ne ricordava ancora?

“Andiamo adesso, Willy, ti prego.”

“Eccomi, metto i sandali.”

Anche lui aveva bisogno delle scarpe.

“Willy, hai visto i miei mocassini?”

“Forse li hai tolti quando eravamo in auto?”

Probabilmente aveva tolto i mocassini quando si erano baciati, in auto, prima di scendere. Quando lui aveva creduto di poter fare l’amore e lei aveva detto invece che desiderava tuffarsi il prima possibile per colpa del caldo. Ma i mocassini non erano nell’auto. Lui fece vagare lo sguardo attraverso la densa aria bollente che stagnava sul lago e poi li vide. Li aveva lasciati all’inizio del pontile. Certo che sarebbe stato piacevole fare l’amore un’altra volta con Willy. Magari poteva avvicinarsi e abbracciarla da dietro e farlo lì sul pontile. C’erano solo loro due in quel posto dimenticato. Una volta ancora e poi l’avrebbe lasciata. Doveva lasciarla. Mary glielo aveva chiesto esplicitamente. Una sera gli aveva detto Come fai a uscire con lei? È pazza, lo sanno tutti. Non voglio dividerti con lei, ti do una settimana dopodiché fra noi è finita.

I suoi mocassini di ottima pelle erano là, dove terminava la sponda del lago e cominciavano le assi del pontile. Si abbassò per prenderli e la puzza di melma lacustre gli entrò nel naso. Sbuffò dalle narici per ricacciarla fuori. Intorno a lui ronzavano gli insetti neri. Che diavolo ci faceva lì insieme a  Willy?

Lei aveva infilato i sandali, era pronta, aveva la borsa di tela sulla spalla e stava guardando verso il lago un’ultima volta. Intorno a lei il verde della vegetazione e lo scuro dell’acqua erano sovrastati dalla calura estiva. Nulla sembrava muoversi. Solo quei maledetti moscerini che lo stavano aggredendo mentre infilava le scarpe. Perché accettava questo?

Improvvisamente qualcosa si mosse difronte a lui, qualcosa che era dentro alla melma nera del lago, qualcosa di viscido e goffo. Un rospo si era mosso fra il fango vischioso. Ora che lo aveva individuato poteva osservarlo bene. L’anfibio stava scalando una zolla di fango fra la decomposizione vegetale depositata sul fondo del canneto. Le zampe posteriori scalciavano a vuoto nel tentativo di allontanarsi. Quel rospo stava scappando da lui? Avrebbe potuto allungare una mano e afferrarlo. Aveva l’impulso di farlo. Lo stava per fare. Il braccio era pronto, la mano era aperta e le dita protese. Ma perché?

Si voltò di scatto, dovevano andarsene subito. Si voltò verso il pontile. Era vuoto. Willy non c’era, le sue cose non c’erano, il pacchetto di sigarette non c’era, l’automobile non c’era, la serata al compleanno non c’era, i cocktail non c’erano, la musica non c’era, Mary non c’era, la piscina non c’era. C’era solo lui a nove anni, coi piedi nudi sulle tavole del pontile, la schiena abbronzata, il torso nudo, la collana di perline rosse, i capelli ricci sconvolti dalla corsa e un sorriso di soddisfazione sul viso sudato. C’era lui a nove anni sulla punta di quel pontile sopra le acque scure del lago.

Il bambino si era voltato verso gli amici. Laggiù, fra le canne palustri, stavano avanzando il fratellino mezzano e la sorella minore, anche loro affannati dalla corsa. E poi c’era una quarta bambina, una bambina alta e magra, senza maglietta. La schiena era dritta e i capelli di paglia le scendevano lunghi fino al petto e fra le ciocche chiare, lui, aveva notato i seni appena accennati. Willy.

E allora il lui bambino di nove anni ha cominciato a ridere, a ridere rumorosamente. Fiero, ha mostrato agli altri bambini del lago quello di cui era capace, alzando il braccio verso l’azzurro del cielo e mostrando loro  il grosso rospo nero che teneva per una zampetta. Il rospo scalciava l’aria e la pelle viscida dell’anfibio riluceva al sole di Luglio.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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