Al mondo l’otto percento li ha blu. La maggior parte li ha marroni

di Paola Zanini

Mia madre è morta e io mi sono dimenticata di chiedere chi le ha chiuso gli occhi. Ci penso ora, a un anno di distanza, quasi vorrei chiamare l’ospedale, fare un’indagine, risalire all’infermiere di quella notte. Sarà possibile? Chiamo il centralino, per favore mi passi il reparto di medicina, chiedo alla caposala di ricordare chi c’era l’anno scorso in turno, il 20 giugno, a mezzanotte. Si ricorderà? C’era lei (tanto sono sempre tutte donne) o qualcun altro? Mi passi chi c’era l’anno scorso, è urgente, i morti a un certo punto bisogna lasciarli andare. O è stato il medico che giorni prima l’aveva visitata? Il medico o l’infermiere non fa nessuna differenza, voglio sapere chi li ha chiusi. Si può sapere? Me lo ha insegnato Joan Didion che i morti a un certo punto bisogna lasciarli andare. E lo ripeto: lasciarli andare. L’ha scritto nel suo capolavoro L’anno del pensiero magico, tutti lo considerano un capolavoro. E in effetti lo è. Sento una certa urgenza. È passato un anno, e solo ora mi sono ricordata di chiederlo. Come faccio? Qualcuno può dirmelo? Chiamo il centralino. Nessuno risponde, come al solito. Rintraccio il medico, forse ho ancora il suo numero. L’ultimo suo messaggio whatsapp diceva: stai tranquilla… gli anziani sono forti. Verrà la morte e avrà i miei occhi e dentro ci troverà i tuoi recita Michele Mari in Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Perché mi viene in mente oggi, solo oggi? Cosa ci avrà trovato chi li ha chiusi? C’erano i miei? O solo il suo silenzio? Come faccio a saperlo? Qualcuno mi aiuti. Avrei dovuto essere pronta, chiederlo subito, ma chi è mai pronto? Però non piango, i morti sanno quello che fanno. Sono io infatti che non lo so, lo chiedo adesso. Posso chiederlo? È troppo tardi? Forse anche il suo silenzio era pieno di me. Ma gli occhi. Io voglio sapere degli occhi. Chi li ha chiusi. E cosa ha visto. Stupore? Disperazione? Pace? Espiazione? Erano asciutti, o stava piangendo? Magari ha trovato anche una lacrima, e io non lo so. Me l’avrebbe detto, no? Stava piangendo. Abbiamo asciugato noi le lacrime. Ci dispiace, voleva farlo lei? Lei, chi? La figlia? Sorpresa? Ansia? Tranquillità? Bellezza? Cosa succede appena prima di morire? Cosa c’era scritto sul suo viso? Ha visto tenerezza chi li ha chiusi? Serenità? Responsabilità? O li ha chiusi e basta. E non ha osservato niente. Chiamiamo i figli, ha detto. Ha detto chi? L’infermiere o il dottore? Forse c’era un’oss. Ecco forse li ha chiusi lei (tanto sono sempre tutte donne), sì un aiuto infermiere, donna. Chiamo il centralino, per favore mi passi il reparto di medicina, chiedo alla caposala di ricordare chi c’era l’anno scorso in turno, il 20 giugno, a mezzanotte. Si ricorderà? C’era lei (tanto sono sempre tutte donne) o qualcun altro? Mi passi chi c’era l’anno scorso, è urgente, i morti a un certo punto bisogna lasciarli andare. È stato il medico, l’infermiere o l’oss? Chi è stato dei tre? Chiamo il centralino. Nessuno risponde, come al solito. Forse è stato un sostituto e nessuno dei tre (l’infermiere, il dottore e l’oss che la conoscevano ormai da giorni), ma uno che era salito in turno proprio quella sera. A mezzanotte. Da mezzanotte alle otto. I turni sono di otto ore. Non l’aveva mai vista, li ha chiusi lui, il sostituto di tutti. L’equivalente del supplente, a scuola. Oggi il professor Martini è assente, dobbiamo trovare chi lo sostituisce. Uno a chiamata, uno che non conosce nessuno, e deve imparare. Comincia il lavoro, a mezzanotte, e chiude gli occhi a una morta. Non il professore, il sostituto. Gli occhi sono delicati e complessi. Trovano tesori. Evitano pericoli. Colgono i dettagli, le sfumature dei colori (7 milioni di variazioni), le espressioni del viso. Sono 43 i muscoli sotto al viso che esprimono la gamma delle emozioni. Ma basta un’occhiata per cogliere l’anima. Anche se l’anima resta invisibile. Come i pensieri. Chissà se loro avranno dato un’occhiata oppure osservato per bene? Prima di chiuderli intendo. Ma chi? L’infermiere, il dottore, l’oss o il sostituto? Qualcuno dei quattro sarà stato. Non c’è più nessuno che lavora in reparto. Chi fa le pulizie, ma no, a quell’ora, a mezzanotte non pulisce. Comincia alle otto. I turni sono di otto ore e di notte non si toglie la polvere. Di notte c’è buio. Oppure lei (mia madre è morta), lo sentiva che stava per sopraggiungere, e li ha chiusi da sola. Sentiva che erano spalancati, l’illusione dell’ultimo respiro li faceva muovere, e lei da sola li ha chiusi. La vista inganna, a volte. Si è portata lentamente il braccio vicino alla testa, ci ha messo un po’ per farlo (stimerei da uno a tre minuti) perché il respiro era rallentato, quando è stata vicina ha passato la forza rimasta alla mano, ha toccato le palpebre dei suoi begli occhi blu (al mondo l’otto per cento li ha blu; la maggior parte li ha marroni), ha detto li chiudo. Così non li deve chiudere nessuno per me. Faccio da sola. Ci vuole pudore. A chiuderli. Intimità. Discrezione. Il passaggio è delicato e sottile.

E tu, essere umano, ti sei mai chiesto cosa vale la pena vedere con gli occhi? Io ho fatto un elenco. Amo le liste. Questa l’ho chiamata Cose che nella vita vale la pena vedere. Ma non l’ho pubblicata. Forse ci posso fare un libro, ho pensato. Come Joan Didion e Michele Mari. Lo intitolo proprio così: Cose che nella vita vale la pena vedere. Poi aggiungo il sottotitolo: Occhi (anche per morire). Autrice: Paola Zanini Berni (metto vicino al mio il suo cognome, di mia madre intendo, per vedere che effetto fa). E in esergo, al posto di una citazione, scrivo così: l’alba, il tramonto, un neonato, i cartoni animati, la luce, le nuvole, il mio riflesso nello specchio, la morte di mia madre… comincio in questo modo, poi tu essere umano lettore che hai preso in mano questo libro, pubblicato e non ancora finito, continui la mia lista e quando hai scritto quelle cose che a te sembrano essenziali, lo passi a qualcuno che vuole scrivere la sua, e facciamo una catena. E il libro lo scriviamo tutti insieme. Facciamo un elenco ordinatissimo. E poi vicino scriviamo i nomi di ciascuno. Perché nella vita ci sono cose che vale la pena vedere, come il mondo vissuto dagli umani. Vale la pena vederli anche quando muoiono gli umani. O appena dopo essere morti. Non fanno paura. A guardarli.

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6 Commenti

  1. Mi è piaciuto molto, grazie.
    Jesmyn Ward scrive che, in fondo, le nostre vite sono i nostri morti. E forse gli occhi di chi si è amato diventano, in parte, i nostri.

  2. un frammento molto coinvolgente. grazie a paola zanini che lo ha voluto condividere. mi piacerebbe leggere altro di questa autrice.
    ps: pur avendo vissuto due epoche diverse Jesmyn Ward e Joan Didion (forse) hanno qualcosa in comune in quanto a visione narrativa.
    grazie.
    mario schiavone

  3. Ciao Mario, grazie sono felice ti abbia emozionato. Ho scritto altri pezzi per le riviste letterarie, ma sono in valutazione e dato il periodo, nel caso usciranno più avanti e un saggio per la San Paolo. Grazie ancora.
    Paola

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